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domenica 11 luglio 2010

SPAGNA CAMPIONE DEL MONDO.

OLANDA-SPAGNA 0-1 (0-0 dopo tempi regolamentari)



MARCATORE:
Iniesta all’11’ s.t.s.

OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst (dal 15’ p.t.s. Braafheid); Van Bommel, De Jong (dal 7’ p.t.s. Van der Vaart); Robben, Sneijder, Kuyt (dal 25’ s.t. Elia); Van Persie. (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Ooijer, De Zeeuw, Schaars, Afellay, Babel, Huntelaar). All. Van Marwijk.

SPAGNA (4-1-4-1): Casillas; Sergio Ramos, Piquè, Puyol, Capdevila; Busquets; Pedro (dal 14’ s.t. Navas), Xavi, Xabi Alonso (dal 42’ s.t. Fabregas), Iniesta; Villa (dal 1’ s.t.s. Fernando Torres). (Reina, Valdes, Marchena, Albiol, Arbeloa, Martinez, Silva, Llorente, Mata). All. Del Bosque.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 84.490. Espulso Heitinga per doppia ammonizione al 4’ s.t.s.. Ammoniti Van Persie, Puyol, Van Bommel, Sergio Ramos, De Jong, Van Bronckhorst, Heitinga, Capdevila, Robben, Van der Wiel, Mathijsen, Iniesta, Xavi. Recupero 2’ p.t. 3’ s.t.; 1’ p.t.s., 2’ s.t.s.


Dopo l’Europa, il mondo. Come la Germania 1972-1974 e la Francia 1998-2002, anche la Spagna consegue la doppietta fra titolo continentale e mondiale. Si può parlare ufficialmente di un ciclo. Naturalmente lo si vuole anche etichettare questo ciclo, per una questione di comodità, e l’etichetta più in voga è sicuramente quella del “tikitaka”, inteso come gioco propositivo, avvolgente e basato sul possesso-palla non solo come strumento per aprire spazi nella difesa avversaria schierata, ma anche come premessa fondamentale dell’equilibrio difensivo. Si può pensare che, fra nazionale e club, in tutti questi anni, tale stile di gioco si sia affermato come quello più riconoscibile e originale nell’intero panorama europeo.
E questo, si badi bene, è un discorso che viene prima dell’eventuale giudizio estetico, sempre e soltanto soggettivo, che si può avere su una simile proposta. È come per le correnti artistiche: il sottoscritto il cubismo non lo apprezza proprio (anche se si trova sempre un tizio che agita il ditino ammonitore esclamando “ma come, questo è un Picasso!”), ma non può comunque negare la rilevanza che ha avuto all’interno della sua disciplina.
La Spagna del calcio degli anni ’90 e ‘2000 (che trova il proprio momento fondante nella Quinta del Buitre prima e nel Dream Team di Cruijff poi) ugualmente ha creato una propria cultura, l’ha coltivata (al di là delle ricorrenti considerazioni superficiali della stampa specializzata e dei tifosi iberici su cosa è buon calcio e cosa no), l’ha difesa, l’ha affermata, e ha raccolto i frutti che meritava. Tuttavia, per quanto riguarda questo mondiale, non sono d’accordo con chi parla della vittoria di una filosofia.
La filosofia di gioco infatti c’era, ma è stata applicata in maniera convincente così poche volte (sostanzialmente contro la Germania e nei 20 minuti iniziali con il Portogallo) che non si può dire che si tratti di una vittoria della stessa, dell’affermazione di un modello, come avvenne invece nelle ultime due gare dell’Europeo 2008 o nelle vittorie del Barcelona a livello di club. Si può parlare invece della giusta consacrazione di una generazione di calciatori difficilmente ripetibile, tutti accomunati da uno stesso linguaggio calcistico e tutti portati soprattutto a mettere il loro talento al servizio del collettivo. Tre i nuclei fondamentali: quello del vittorioso Mondiale Under 20 del 2000, con Iker Casillas e Xavi (e anche Marchena, ma in panchina), quello emerso verso la metà del decennio, con Fernando Torres, Iniesta, Xabi Alonso e Villa, e infine quello della seconda metà degli anni 2000, coi Sergio Ramos, Piqué, Busquets, Silva, Pedro & C.
Tutti accomunati dalla stessa cultura, segno che qualcosa si è saputo costruire al livello della cantera (nonostante nazionali giovanili spesso raccogliticcie sul piano dell’organizzazione), al di là della straordinaria concentrazione di talento. Son giocatori con le idee chiare, “istruiti” oltre che talentuosi, facilmente portati ad amalgamarsi in base a queste caratteristiche (la Spagna di Aragonés arrivò a giocare a memoria non certo perché Luis stava lì tutto il giorno a organizzare tattiche in laboratorio come un Bielsa…). Del Bosque, la cui gestione ribadisco che continua a non entusiasmarmi, ha avuto se non altro il pregio di rispettare questo patrimonio.

Fatta la dovuta premessina-panegirico, non possiamo non sottolineare la bruttezza di questa finale. Bruttezza merito dell’Olanda, che cercava proprio una partita meno fluida possibile, in un intento prevalentemente ostruzionistico e oltrepassando spesso i limiti che separano il semplice agonismo dal gioco scorretto. Ha fatto sguazzare la Spagna nel non-gioco e ha avuto pure le sue occasioni, in una partita segnata da un arbitraggio discutibilissimo che ha colpito da entrambe le parti.

Confermate le formazioni-tipo, i primi dieci minuti sembrano preannunciare un chiaro dominio spagnolo, con un colpo di testa di Ramos su calcio piazzato dalla destra salvato da Stekelenburg, un tiro-cross sempre di Ramos che attraversa pericolosamente l’area piccola olandese e un sinistro al volo di Villa sull’esterno della rete sul conseguente calcio d’angolo. Ma è un’illusione, perché le Furie Rosse entrano presto nelle sabbie mobili.
L’Olanda anti-Spagna pratica una zona molto poco ortodossa, quasi a uomo, anche se la zona in cui ricevono gli spagnoli rimane comunque il principale riferimento per le marcature. Quando la Spagna ha il pallone, De Jong (più spesso di Van Bommel) è l’ombra di Xavi, Van Bronckhorst segue Pedrito fino ad accentrarsi o salire tantissimo abbandonando la posizione di terzino sinistro e a coprirlo è Kuijt, che segue invece Ramos. Personalmente non è un tipo di difesa che mi faccia impazzire, preferisco una zona pura che prescinda da marcature individuali (ad esempio quella proposta dal Giappone) per difendere in blocco mantenendo sempre le distanze corrette fra i giocatori e fra i reparti, cercando di intercettare le linee di passaggio prima che inseguire l’avversario. Però va detto che l’Olanda interpreta questo suo gioco con notevole concentrazione.
Giocando praticamente uomo contro uomo, il primo duello perso rischia di farti trovare tutto scoordinato col resto della squadra, però gli olandesi duello dopo duello riescono ad impedire alla Spagna di fare il suo calcio, spesso e volentieri ricorrendo alla violenza. Anche questo va riconosciuto, soprattutto di fronte a precedenti come Svizzera e Paraguay che hanno anche loro annullato il gioco spagnolo, ma in maniera nettamente più pulita e tatticamente raffinata.
Fra entrate intimidatorie e proteste continue, è l’Olanda più “sporca” che mi sia capitato di vedere da quando seguo il calcio. Fra le tante prodezze di una partita chiusa con nove ammonizioni (!) e un espulso nelle file oranje, allucinante l’entrata a tacchetti spianati di De Jong sul petto di Xabi Alonso, che già nel primo tempo avrebbe dovuto lasciare l’Olanda in dieci, tanto più quando avviene sotto gli occhi di Webb situato proprio a due passi. A questo (e a un giallo scampato da Sneijder, che coi tacchetti ci va sulla coscia di Busquets) durante i 120 minuti, e non proprio verso la fine, si sarebbe potuta anche aggiungere una seconda ammonizione per Van Bommel, francamente sgradevole per la reiterata durezza delle entrate e gli atteggiamenti sempre antipatici tanto verso i giocatori avversari come verso l’arbitro.
Non sarà ortodossa, ma comunque l’Olanda in questo modo riesce ad accorciare tantissimo lo spazio giocabile, come non era riuscita a fare la Germania. A differenza dei tedeschi pressa subito i difensori spagnoli, impedisce ad Iker di giocare corto dal fondo e soprattutto non concede lo spazio tra le linee. Anche se attraverso la zona imbastardita di cui sopra, l’Olanda toglie alla Spagna la chiave tattica della gara contro la Germania, ovvero gli appoggi sulla trequarti di Pedrito “alla Silva” e di Iniesta.
Gli oranje spezzano del tutto la continuità d’azione spagnola (nemmeno due passaggi di fila, zero cambi di gioco), e portano la gara nel terreno prediletto, rendendola irregolare e nervosa.
Poi si riesce pure a tenere palla un po’ di più, con Stekelenburg che non ha nessuna fretta a cincischiare passandosela coi difensori (anche questo fa brodo nella battaglia per assicurarsi il controllo del tempo oltre che dello spazio, le due dimensioni fondamentali del gioco), ma soprattutto riesce ad attivare Kuijt e Robben in zone più avanzate. Un fattore di stress notevole per la Spagna, che per contenere il buon Arjen (cervello calcistico limitatissimo, ma gambe e piedi cui è quasi impossibile stare dietro) deve mandare dai due ai quattro giocatori (!), fra i ripiegamenti di Iniesta e Pedrito in aiuta a Capdevila e gli slittamenti laterali di Xabi Alonso e Puyol.
E Robben nel recupero si rende protagonista del primo avvicinamento serio alla porta di Casillas, classico movimento a rientrare sul sinistro e conclusione da fuori verso il primo palo deviata in angolo.

La ripresa testimonia ancora di più come l’Olanda si trovi comoda in una partita inguardabile. Della Spagna non si hanno notizie, mentre gli arancioni esaltano il proprio ostruzionismo fino al punto di trasformare l’ossimoro in realtà, inventando la “sportività antisportiva”. Sempre il mitico Van Bommel: la Spagna sta attaccando sulla trequarti avversaria, butta il pallone fuori per far soccorrere un giocatore, e a quel punto Van Bommel non solo lo restituisce lontanissimo (cosa che purtroppo fanno tutti), ma evita apposta di restituirlo a Casillas, per destinarlo invece, con un sapiente tocco d’esterno in fallo laterale, vicino all’area spagnola, per dare agli olandesi il vantaggio di poter salire a pressare la rimessa. Il labiale di Xavi, colto dalle telecamere e rivolto proprio all’ex compagno blaugrana, è inequivocabile: “y también va a presionar, ¡mamón!”.
Si cita quest’episodio giusto per passare il tempo, perché non succede nulla, almeno fino al 61’. È un classico di queste gare che chi inizia con l’idea di fare la partita e si veda frustrato alla fine sia più propenso a cadere nelle distrazioni e concedere l’episodio letale. Avrebbe potuto esserlo la fuga di Robben, ispirata da un lancio di Sneijder che coglie la difesa spagnola larga al centro: Arjen saluta tutti, ma non è sufficientemente freddo davanti a Casillas. Uno degli episodi decisivi della serata.
Una gara che col passare dei minuti comincia ad aprirsi, perché influisce la stanchezza. L’Olanda può sempre meno praticare quel gioco di duelli intensissimi e di pressione individuale asfissiante (più dispendioso di una zona ben fatta). Quindi ripiega mantenendo più riconoscibili le due linee di difesa più riconoscibili, presidiando più che che andando a caccia dell’avversario, ma gli spazi aumentano, è fisiologico.
Questo cambia anche le esigenze degli allenatori: è un momento in cui ci si può giocare maggiormente la carta della velocità e degli uno contro uno, e praticamente tutti i cambi risponderanno a questa logica. La prima mossa è di Del Bosque, con Navas al posto di Pedrito (che certo non ha replicato la brillante prova con la Germania). Il sevillista ti dà meno soluzioni tattiche, ma è più dotato. Da lui nasce l’occasionissima che Villa, servito da un’incredibile ciccata di Heitinga, spreca sottoporta al 69’. Anche Van Marwijk ragiona così, velocità e dribbling, quindi dentro lo spettacolare Elia.
Ramos al 76’ fallisce un’altra ghiotta occasione (su un calcio d’angolo non lo marca nessuno ma lui di testa manda sopra la traversa), al 77’ Iniesta rischia per una reazione su Van Bommel, ma la bomba è all’82’, su un casuale ma affilatissimo contropiede olandese: ancora Robben sbuca e si beve tutti i metri di vantaggio di Puyol, va come un treno ma non riesce a dribblare Casillas. Episodio piuttosto sospetto, perché Puyol allunga un braccio su Robben lanciato, sarebbe trattenuta ed espulsione, ma l’olandese resta in piedi (molto sportivo nell’occasione, o forse solo pienamente convinto di poter segnare) e scappa.

Altri cambi all’insegna del “ci sono gli spazi, giochiamocela”. Cesc per Xabi Alonso è giusto, nell’intento di dare una proiezione più verticale al gioco spagnolo. Idem Van der Vaart per De Jong nel primo tempo supplementare, al 99’: De Jong è già ammonito, poi la squadra è stanca, non può accorciare più come prima, allora tanto vale mettere nel cuore del centrocampo il madridista, che certamente aumenta le possibilità di rilanciare l’azione.
Con questi spazi nei supplementari la gara comincia a pendere leggermente verso la maggior qualità della Spagna (che reclama un rigore su Xavi al 91’: a me non sembrava tale, poi la moviola della RAI fatta da un ex-arbitro dice che invece c’era, e allora non so cosa pensare), grazie anche alla freschezza di Cesc e Navas. Cesc si mangia un gol al 94’ su un contropiede che permette a Iniesta di smarcarlo davanti a Stekelenburg: errore analogo a quello di Robben nei tempi regolamentari, scarsa freddezza.

Il secondo tempo supplementare vede l’ingresso di Torres al posto di Villa, anche questo giusto perché il Guaje non ne ha più e soffre comunque tutta la serata nella posizione di punta “troppo unica", costretto eccessivamente ad appoggiare spalle alla porta e mai liberato nelle percussioni che preferisce, partendo dalla fascia o pochi metri fuori dall’area.
Dai e dai, l’Olanda rimane in dieci uomini: secondo giallo al 106’ per Heitinga, nemmeno il più cattivo degli olandesi (poi Webb grazierà Robben, a norma meritevole anche lui della seconda ammonizione per aver concluso a gioco già fermo), ma sicuramente l’anello debole della difesa. Giocatore fisicamente esuberante, dotato pure di discreta tecnica, ma con letture difensive che troppo spesso lasciano a desiderare. Meglio, molto meglio, Mathijsen, il migliore in campo per gli olandesi: solitamente snobbato e accompagnato dall’ingeneroso ritornello “eh, ma al suo posto un tempo c’era Krol”, il mancino dell’Amburgo ci mette concentrazione, tempismo, sobrietà e in alcuni momenti persino eleganza, mantenendosi su standard di gioco pulito alieni a molti dei suoi compagni.
A quattro minuti dalla fine Iniesta entra nella storia, al termine di un’azione confusa e di nervi tipica di queste partite quando arrivano ai supplementari. C’è anche un siparietto di protesta degli olandesi, che reclamano a ragione per un calcio d’angolo clamorosamente non visto, ma avvenuto quasi due minuti prima…

VALENTINO TOLA

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FURIE...COMMOSSE!

Minuto 116, Iniesta sta per scoccare il dardo che si rivelerà vincente ed in quei lunghissimi, interminabili istanti riavvolgo il nastro della memoria, come il morente che vede passarsi davanti tutta la vita in un attimo prima di tirare le cuoia, e la Spagna calcistica degli ultimi 25 e passa anni, intesa come nazionale maggiore, mi scorre veloce con il suo carico beffardo di momenti che non arrivavano mai per il gioco crudele del destino e per la pervicace mattanza arbitrale cui di tanto in tanto era sottoposta la roja, rossa di vergogna, rossa dall'ira.
Quando l'Andrès manchego è solo a due lettere dal riscrivere la storia, una gomitata mi sconquassa l'anima, un colpo secco, un residuale storico che giunge nella frescura sudafricana dalla canicola americana, da quel vulcano di lava bollente di Foxborough quando il 9 luglio di sedici anni orsono un energumeno chiamato Tassotti assesta un colpo di una violenza e viltà inaudita spaccando la faccia ad un Luis Enrique grondante di sangue, lacrime e vendetta e scippando sotto gli occhi freddi e calcolatori del pannonico Sandor Puhl una qualificazione alle semifinali che sarebbe stata sancita dal rigore solenne più radiazione del pessimo terzino destro. Episodio che invece consentì alla "Banda Bassotti", anzi, scusate, "Banda Tassotti" di arrivare sino alla finale dopo che nel turno precedente (ottavi) si era sfruttata l'occasione di rimanere aggrappati al mondo dalle scale dell'aereo del mesto ritorno, tramutando il oro il torello da spiaggia di Oliseh e soci nigeriani per arrivare ad affrontare la Spagna di Clemente.
La storia recente ci aveva già raccontato dei rigori di Puebla nei quarti contro il Belgio, ci avrebbe poi deliziato delle papere di Zubizarreta in Francia, della combine in Corea del Sud-Giappone, dello scontro troppo anticipato con la Francia quattro anni fa senza dimenticare incidenti di percorso vari agli Europei.
Quindi, quel pugno alla malvagità inaudita della storia che stava per assestare il più mite e timido degli spagnoli, sembrava proprio un tardivo e parziale "recupero crediti" da parte di un'intera nazione beffata dal Dio Pallone per troppe, troppe volte.
E così, il più mite e timido, come dicevamo, aveva finalmente l'occasione per fare almeno in parte giustizia e con tutta l'acqua cheta che si portano dietro i taciturni, rompeva i ponti, anzi il ponte con il passato e la storia che al minuto 116 veniva definitivamente riscritta e riveduta a livello mondiale. Non più spagnoli strepitosi nelle qualificazioni e nell'avvicinamento ai mondiali, ora anche tremendamente efficaci e che a colpi di uno a zero si beffavano passo dopo passo di avversari e destino come nel più classico esempio di contrappasso.
Un finale che non poteva essere diverso per una generazione di fenomeni che sta creando parecchie illusioni e che sta godendo del plauso sincero e meritato di gran parte del mondo del calcio, e a livello planetario. Calciofili, addetti ai lavori, semplici spettatori sono concordi (quasi tutti) sul valore assoluto di questa generazione di calciatori e di questa filosofia di gioco.
Una finale quasi annunciata dal sottoscritto al momento di stilare una griglia personale di favorite (articolo sul blog) nella quale l'Olanda ha fatto quasi tutto al meglio delle proprie potenzialità contro una squadra che ha già fatto la storia (e la doppietta Europeo-Mondiale) e che probabilmente segnerà un'epoca per stile di gioco e risultati in virtù dell'enorme ricambio e della gioventù di gran parte dei 23 della spedizione sudafricana.
L'Olanda è stata spazzata via, durante le gare di questo mondiale, da giudizi superficiali, poco professionali e ingiusti da parte dei media televisivi, stampa e addetti ai lavori continuando ad essere paragonata ad una generazione che mai più tornerà con così tante figure mitologiche e con cotanta capacità di segnare un periodo storico del calcio pre-moderno. Come si fa a prendere ad esempio l'Olanda di Cruijff, Rensenbrink, Rep, Krol, Neeskens, Suurbier, i gemelli Van de Kerkhof, Haan, Van Hanegem...? Come si fa a porre l'asticella dei paragoni così in alto? Mi sembra oggettivamente una questione su cui non stare a dilungarsi nemmeno un secondo in più: QUELLA ERA E RIMARRA' UNA GENERAZIONE DI STELLE INARRIVABILE PER UN PAESE DI POCO PIU' DI 16 MILIONI DI ABITANTI... ! Punto!
L'Olanda d'oggi è un'Olanda dotata, tecnica al punto giusto, solida nei reparti che, prima della finale, aveva inanellato ben 25 risultati utili comprese le 8 vittorie nel girone qualificativo a 5 squadre che aveva proiettato gli orange in Sudafrica con il 100% dei punti (come la Spagna). Paesi Bassi non tremendamente spettacolari ma assiduamente tentacolari con un gioco sparagnino, votato più al fatto che alla dimostrazione, alla giostra libera dell'ultimo Europeo si è aggiunta la cassa dove si deve pagare il biglietto per divertirsi. Un pedaggio che via via, hanno dovuto pagare Danimarca, Giappone, Camerun e Slovacchia prima della "montagna russa" verdeoro su cui i giostrai arancioni sono saliti (loro) per poi scendere senza vertigini, anzi facendo piangere i fanciulli sudamericani. Un ultimo colpetto con l'Uruguay e poi spediti verso i toreri arrivando laddove si era spinta e spenta la generazione dei Cruijff, ma con l'onore delle armi e resistendo alla Spagna come nemmeno la Germania dell' 8-1 all' Argentinghilterra aveva potuto vantare qualche giorno prima.
La gara invero poco spettacolare, ha ricalcato il copione di mille finali dove la posta in palio rende anche il "volatile" e "volubile" Jabulani una palla medica e i piedi più fini sembrano usciti dal ferramenta.
Il filo conduttore che aveva accompagnato le uscite iberiche è stato sapientemente e brutalmente allentato dalla tattica raccolta olandese e dalle mazze chiodate di De Jong e Van Bommel pronte ad infliggere colpi da calcio uruguagio che fu, con un Webb preso in mezzo tra l' applicare la sanzione e scatenare la reazione o dare l'occasione per una nuova redenzione. Optando per la seconda si è inghiottito almeno un paio di rossi profondamente rossi che persino Dario Argento sarebbe inorridito. Prima Van Bommel solleva letteralmente da terra Iniesta come una una macchina tosaerba fa saltare in aria i fili d'erba (ma Iniesta è comunque un corpo solido, benché esile), poi De Jong decide di azzannare il cuore di Xabi Alonso con una "Cantona" d'autore. Sempre nel finale di tempo poi, Sneijder decide di dissimulare un intervento fallosissimo ed intenzionale con un colpo di prestigio (si rotola a terra tarantolato per indurre l'arbitro a pensare che l'mpatto sia stato contemporaneo a Busquets mentre il fallaccio è solo suo) imparato con l'insegnamento di un anno del mago dei prestigiatori, Mr Mourinho.
Aldilà dell' aldilà c'è però da sottolineare la grande compattezza olandese e l'enorme recital di un Van Bommel che spurio di provocazioni e trucchetti rimane un Signor centrocampista e la perfetta sincronia della coppia Heitinga-Mathijsen, la vera forza di quest'Olanda 2010...altro che Sneijder-Robben...I due centrali coronano un mondiale assolutamente rimarchevole con l'ennesima prestazione impeccabile. Mathijsen, che mancava proprio contro il Brasile del gol in prefetta solitudine nel cuore dell'area di Robinho, sta incorniciando due ultime stagioni meravigliose disputate con la maglia dell Amburgo e sentire le continue aspre critiche che piovono dalla stampa e dai commentatori tv italiani a questo difensore mi fa inorridire. Comanda la difesa, sempre puntuale, concentrato, e l'uomo che chiama il fuorigioco, deciso e pulito negli interventi, il piede è più che valido, ma il ritornello su questo giocatore è un mantra che ha sinceramente stufato. Heitnga, riciclato da Moyes nell'Everton come mediano, nell'Atletico ha giocato anche da terzino destro è stata la vera sorpresa dell'Olanda mondiale. La Spagna, che nelle altre gare ha spesso violentato le cerniere centrali delle altre squadre, è penetrata pericolosamente solo in un paio d'occasioni in 120 minuti più recuperi.
L'Olanda, che schierava 5 reduci della Liga, dai recenti Heitinga, Robben e Sneijder ai "vecchi" Van Bronckhorst e Van Bommel ha subìto un tiqui taca meno incisivo del solito e addirittura nel secondo tempo ha messo la testa fuori con un'occasione che Robben ricorderà vita natural durante.
Alla girandola di ali cambiate nel secondo tempo (Jesus Navas per Pedro, Elia per Kuijt) e di occasioni (Sergio Ramos alla terza della serata manda sciaguratamente alto di testa, Villa solo davanti ad un Heitinga sdraiato tira sul corpo dell'olandese hanno riempito di panico tutti gli appassionati spagnoli, Mathijsen di testa eguagliava il Ramos del secondo tempo ed aumenta i rimpianti orange) non fa seguito un cambio nello score che, rimanendo intonso porta tutti ai supplementari dove si registra un lento ma incalzante dominio spagnolo favorito dalla forza fresca Fabregas che si procura un'altra chiarissima opportunità da rete e poi fornisce l'assist dell'apoteosi a colui che più di tutti incarna lo spirito e la classe della generazione dei palleggiatori; palleggio finalizzato allo spettacolo ed al risultato che fa provare uno strano piacere, quello di voler ritornare sui campi a rigiocare e reimparare a giocare al calcio, il gioco più semplice del mondo se hai il genio nei piedi e nella testa.. .Mai vittoria fu più meritata...(sembra di ricordare una frase già sentita nel 2008...)!

VOJVODA

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Vince la Spagna, come da pronostico. Vince la finale, soffrendo non poco l'Olanda che gioca forse qui la sua migliore partita: sicuramente la più ordinata. Van Marwijk abbozza una strategia iniziale perfetta non concedendo mai il gioco tra le linee agli spagnoli. Certo, a mio parere, avvantaggiato dall'assenza di una punta centrale (Torres o Llorente) forte fisicamente, occupando maggiormente i due centrali Heitinga e Mathijsen, due onesti mestieranti che invece hanno fatto un figurone. Bravo van Marwijk, inferiore certamente per qualità e mezzi, a cercare di muovere la partita proponendo idee vere come l'entrata in campo di Elia a sinistra e soprattutto van Der Vaart per de Jong e la riproposizione di una specie di 4141 che aveva funzionato in semifinale contro l'Uruguay. Le occasioni per andare i vantaggio gli arancioni l'hanno avuta, anche evidente, con Robben. E solo essere arrivato a giocarsi una partita che poteva essere decisa da un episodio certifica della bontà del lavoro del CT olandese, fin qui soprattutto agevolato da un tabellone non impossibile. La Spagna vince proponendo una novità calcistica come nessuno, a livello di nazionale, nel football moderno. Una diretta conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Barcellona, a partire dall'era Cruijff in poi. Tuttavia se l'atteggiamento del Barça è volto alla ricerca di un'alternativa credibile pur nella continuità della situazione chiave di possesso palla, la Spagna si è molto avvitata su se stessa, per l'insistenza di del Bosque su tre-centrali-tre (Xavi -immenso, l'uomo chiave di questo tiki-taka-, Xabi Alonso e Busquets) schierati in mezzo al campo. Tante, troppe palle giocate sui piedi e non nello spazio e tentativi di verticalizzazioni elementari, facilmente leggibili. Il coraggio di giocare con tre punte vere (quindi con Villa e Pedrito o Jesus Navas sui lati e un centravanti "fisico" in mezzo) Del Bosque non l'ha mai avuto, piegandosi alla certezza del possesso palla: il piede di Casillas lo ha salvato da una delle sconfitte più imbarazzanti di sempre (da non scordare il lusso di Fabregas in panchina). Epperò ha vinto e osservando la traiettoria di tutto il torneo è sicuramente giusto così.

CARLO PIZZIGONI

mercoledì 7 luglio 2010

Germania-Spagna 0-1: Puyol 28' s.t.


GERMANIA (4-4-2): Neuer; Lahm, Mertesacker, Friedrich, Boateng (dal 7’ s.t. Jansen); Trochowski (dal 17’ s.t. Kroos), Khedira (dal 35’ s.t. Gomez), Schweinsteiger, Podolski; Ozil, Klose. (Wiese, Butt, Badstuber, Marin, Aogo, Tasci, Kiessling, Cacau). All. Loew.

SPAGNA (4-1-4-1): Casillas; Sergio Ramos, Piquè, Puyol, Capdevila; Busquets; Iniesta, Xavi, Xabi Alonso (dal 47’ s.t. Marchena), Pedro (dal 40’ s.t. Silva); Villa (dal 36’ s.t. Fernando Torres).(Reina, Valdes, Albiol, Arbeloa, Martinez, Navas, Fabregas, Llorente). All. Del Bosque.

ARBITRO: Kassai (Ung).

NOTE: spettatori 60.960. Nessun cartellino. Angoli 6-6. Recupero 1’ p.t., 3’ s.t.


La squadra che ha mostrato le cose migliori in tutto il mondiale esce contro la squadra che ha invece praticato il miglior calcio in questa singola semifinale. La differenza? Maturità e qualità. Tutti sapevano, tedeschi compresi, che, almeno in questo momento, la Spagna poteva contare su un organico superiore; la forza della Germania doveva essere invece il collettivo, dimostratosi sicuramente superiore a quello spagnolo nelle gare precedenti. È mancata però la maturità per l’appunto, che verrà con l’esperienza: questa Germania è giovane ed è perciò preventivabile che fra due e quattro anni possa riproporre lo stesso calcio che ha sepolto sotto otto gol Inghilterra e Argentina (non roba da tutti i mondiali), ma con maggiore personalità e continuità anche nelle gare più calde.
La Spagna invece è stata la prima Spagna veramente all’altezza di tutto il mondiale. Lasciando da parte le discussioni oziose sul se sia bello o no il tipo di calcio che gioca (al sottoscritto quando fatto bene piace molto), e ricordando che giudizio estetico e giudizio tecnico vanno sempre rigorosamente separati, bisogna riconoscere che le Furie Rosse ieri hanno tenuto il campo benissimo, hanno fatto la partita minimizzando al contempo i rischi e hanno ottenuto un giusto premio per quanto visto nei novanta minuti. Hanno giocato da grande squadra. Se hanno anche giocato da squadra bella, lo lascio giudicare a voi.

Già in avvio si nota una Germania meno spigliata e una Spagna più comoda, ma gli iberici non eliminano il problema dei troppi giocatori bassi a inizio azione. Due se non tre che si avvicinano alla difesa, Piqué continua a non avere gli stessi margini di manovra che ha nel Barça per spingere in avanti la squadra. Però c’è una differenza rispetto alle scorse partite: la Spagna gioca con un attaccante in meno (Torres), e un centrocampista in più (Pedro).
Vedendo la formazione prima del fischio d’avvio, si pensa a un Pedro come al solito ala pura, magari per tenere basso Lahm. Il blaugrana invece parte sì a sinistra, ma presto comincia a scambiarsi con Iniesta, e comunque la sua interpretazione si avvicina più a quella di una mezzapunta, di un falso esterno, che di un’ala: più un Silva che un Pedro. Così se è vero che la Spagna mantiene troppi giocatori bassi a inizio azione, è anche vero che guadagna un appoggio in più fra le linee. Se a questo aggiungiamo che una delle cose meno convincenti della Germania in questo mondiale è stata proprio la distanza fra difesa e centrocampo, la Spagna trova la zona a partire dalla quale controllare il gioco.
Özil e Klose non pressano, attendono anche perché gli spagnoli sono in superiorità nella propria metacampo e quindi lì possono far girare il pallone; dove sbaglia la Germania è successivamente, nell’accorciare fra difesa e centrocampo, troppo titubante e passiva. Va detto comunque che questa chiave-tattica non produce occasioni in serie per la Spagna (una ghiottissima per Villa a tu per tu con Neuer al 5’, che nasce proprio dalla situazione esposta: Pedro riceve fra le linee e verticalizza per Villa, che a quel punto in rapidità è avvantaggiato rispetto a Friedrich e Mertesacker; poi c’è anche un colpo di testa sottomisura di Puyol su schema da calcio d’angolo all’11’): i troppi giocatori bassi a inizio azione significano meno opzioni di finalizzazione nei pressi dell’area avversaria, logico; però alla Spagna è consentito di “riposare” sulla trequarti, e da lì, a partire dalla superiorità nel centro della metacampo, creare gli spazi per mandare avanti i terzini, salire in blocco e poi dalle mezzepunte tornare a servire il “trivote” Xavi-Busquets e Xabi Alonso, che con la Germania che fatica ad accorciare stavolta può agire maggiormente fronte alla porta, organizzare e e dettare i tempi. A quel punto la Germania è troppo schiacciata dietro, e la Spagna favorita anche nel recuperare il pallone subito, lontano dalla porta di Casillas. Sempre ben schierate a palla persa le Furie.

Una Germania intimorita e irriconoscibile per quanto risulta irrigidita. In questo mondiale il valore aggiunto dei tedeschi è sempre risieduto nella capacità di aprire spazi in fase offensiva con una costante mobilità dal centrocampo, tagli, controtagli e sovrapposizioni che coinvolgevano tutti i giocatori.
Due esterni molto alti a centrocampo, quattro giocatori minimo oltre la linea della palla, i due centrocampisti centrali mai sulla stessa linea in fase di possesso: Schweinsteiger iniziava l’azione davanti alla difesa, mentre Khedira attaccava gli spazi aperti dai movimenti incontro al portatore compiuti a turno dai due attaccanti. Poi c’era Özil che spesso si defilava a destra, chiamava fuori un centrale avversario e da lì creava superiorità numerica con le sovrapposizioni di Lahm e i magnifici tempi di inserimento di Müller. Già, Thomas Müller: sicuramente un’assenza pesante, ma non si può dare la colpa solo a Trochowski (ma comunque, perché non Marko Marin? Posto che già Trochowki non ha i movimenti di Müller, perché non giocarti allora il dribblatore del Werder?).
Tutta la Germania di questa semifinale ha ripiegato su un 4-4-2 troppo banalizzato, del tutto privo di quella dinamica spettacolare delle precedenti partite, coi centrocampisti centrali bloccati, probabilmente per non restare scoperti a palla persa, e l’azione troppo lineare e accidentata. Era piaciuta della Germania la capacità di sapersi creare da sola gli spazi, collettivamente, come nessun’altra squadra in questo mondiale: in quest’occasione invece è dipesa totalmente da azioni isolate, e da qualche palla persa pericolosamente dalla Spagna.
Palle perse peraltro rarissime, ed è qui che gli uomini di Del Bosque hanno cominciato a vincere la partita: controllando dall’inizio alla fine le zone di campo dove perdevano il pallone, controllando costantemente i ritmi, non rischiando mai nel mentre che cercavano di avvicinarsi a Neuer. L’uso sapiente della sfera da parte spagnola ha quasi sempre costretto i tedeschi a ricominciare dalle retrovie la loro azione, con Mertesacker e Friedrich troppo macchinosi nell’avviare l’azione, peraltro prontamente ostacolati dai movimenti ad accorciare sia di Villa che del centrocampista che a turno (Xabi Alonso o Xavi) si alzava per pressare. La Germania ha scelto consapevolmente di giocare d’attesa nella propria metacampo, e ci stava (anche perché è meglio non concedere la profondità a Villa contro centrali con quelle caratteristiche), ma non è mai riuscita a passare allla seconda parte del piano, a rilanciare l’azione.

Rispetto alle gare precedenti, quello della Spagna non è stato un possesso-palla impotente, ma un mezzo per controllare la gara e porre le premesse anche dell’equilibrio difensivo. Quello che dovrebbe sempre perseguire questa nazionale. Comunque, è una Spagna che continua a difettare di presenza (che è diversa dal “peso”) negli ultimi metri. Xavi, Xabi e Busquets giocano di fronte, sì, Xabi può esibire anche i suoi strepitosi cambi di gioco, ma quando Ramos li raccoglie dalla fascia opposta i suoi cross trovano Villa e a malapena un altro cristiano in area avversaria. Anche per Xavi è sicuramente un bene poter vedere subito davanti a sè le opportunità di verticalizzazione, però se ne fa poco se l’opzione in profondità è solo una ed è leggibile dall’avversario.
È in ogni caso un primo tempo nel quale a predominare è il rispetto reciproco, naturale in una semifinale mondiale: se per la Germania la prima preoccupazione è non concedere la profondità, per la Spagna è comunque assicurare al massimo tutti i passaggi, evitare perdite, finalizzare con tiri da lontano se l’alternativa è il rischio di un contropiede. Uno riesce a costruirlo comunque la Germania, al 31’, con un sinistro di Trochowski (troppo spazio a disposizione, i centrocampisti spagnoli ripiegano eccessivamente dentro l’area di rigore).
Germania leggermente più aggressiva nel finale del primo tempo, e nel recupero c’è un episodio sul quale i tedeschi possono recriminare: Puyol fallisce l’anticipo su Klose, lascia un buco centralmente, lì parte Özil, che non controlla bene e subisce il ritorno di Ramos. Ritorno che pare falloso, ma l’arbitro non lo sanziona: il fallo sarebbe fuori area, ma nell’interpretazione più rigorosa (a seconda di come si valuta la posizione di Puyol, in procinto di rientrare) sarebbe anche chiara occasione da gol e quindi espulsione per Ramos.

Il meglio la Spagna lo offre nella ripresa: stesso principio, avanzare minimizzando i rischi, ma più intensità, più aggressività. La chiave è sempre Iniesta e Pedro tra le linee, ma ora c’è un maggior accompagnamento delle mezzeali Xabi e Xavi, che con più convinzione si aggiungono alla fase conclusiva o di rifinitura, aumentando i tentativi dal limite dell’area. La Spagna rimane poi molto decisa e puntuale nel pressing alto, e per i primi 20 minuti la Germania fatica ad uscire dalla metacampo.
Due tentativi dal limite firmati Xabi Alonso e Villa, poi un minuto di grande calcio, fra il 57’ e il 58’, che riassume questa maggiore intensità spagnola: Iniesta libera Capdevila in sovrapposizione, al centro per Xabi Alonso, scarico su Pedro, destro violento non trattenuto da Neuer, ancora lì, palla recuperata dalla Spagna, numero di Xabi Alonso che si divincola nello stretto, fa scorrere con la suola e lancia Iniesta sul fondo, pase de la muerte ma clamoroso ritardo di Villa per il tap-in a porta vuota. Il minuto non finisce che subito Pedro ci riprova dal limite dell’area, stavolta di sinistro e di poco a lato. Germania in apnea.
Trochowski ha giocato anche troppo, dentro Kroos al 62’, e proprio il talentuoso Toni al 68’ impegna in una difficile respinta Casillas, al termine della prima grande azione manovrata della Germania, l’unica azione “da Germania” della serata, superiorità sulla fascia sinistra propiziata anche dal positivo ingresso di Jansen, sicuramente più a suo agio di un Boateng parso un po’ goffo nei panni del terzino sinistro.
Ma tocca alla Spagna, dopo aver reclamato un rigore su Ramos (fa bene l’arbitro a lasciar andare), passare, e lo fa nella maniera più inattesa: su calcio d’angolo, contro gli armadi tedeschi. Anche gli armadi però devono marcare, e Puyol non se lo prende nessuno.

La gestione del vantaggio da parte spagnola almeno nell’immediato non è molto convincente: subito a trincerarsi in area di rigore, niente melina, segno di nervosismo. Löw butta dentro Mario Gómez, alla ricerca del gioco aereo, levando Khedira, arretrando in mediana Kroos e spostando Özil a destra (in realtà a tuttocampo). Ma Del Bosque risponde bene, almeno con le prime due sostituzioni: giusto togliere Villa, che non ce la fa più e concede ormai tutta la metacampo ai tedeschi per rilanciare, Torres può allungare la squadra; bene anche Silva per Pedro.
Pedro che all’81’ si segnala per un contropiede indegnamente sprecato: inizialmente solo nella prateria, poi due contro un solo difensore tedesco, non serve Torres e si perde in finte incomprensibili. Non un problema di egoismo per chi conosce la generosità di un ragazzo che è emerso nel grande calcio proprio per la disponibilità ad aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. È che Pedrito è fatto proprio così: quando ha molto tempo per pensare col pallone tra i piedi, può capitare che pensi mille cose e finisca col non eseguirne nessuna, che tutto quel frullare di gambe gli faccia smaltire l’orientamento. Comunque una splendida partita per questo Pedro in versione “David Silva”, uno dei fattori tattici decisivi della gara.
David Silva, quello vero, aiuta nel finale, assieme alle gambe fresche di Torres e ad Iniesta, a congelare il pallone e a tenere lontano il pericolo. Iniesta è il migliore in campo (da segnalare anche Xabi Alonso e Piqué-Puyol): lo avevamo già notato contro il Paraguay, Andrés è uno dei pochi giocatori in circolazione in grado di sbilanciare una gara anche quando non sono al 100% della condizione atletica.
L’ultimo cambio di Del Bosque, già visto contro il Portogallo, è inquietante: Marchena per Xabi Alonso, in pieno recupero. Una mossa perfetta per azzoppare la tua squadra: soltanto perché pensi di perdere quel pochettino di tempo, rischi di giocarti gli eventuali supplementari con il centrocampo completamente snaturato. Forse Xabi Alonso non è in grado di giocare quell’ultimo minuto di recupero stringendo i denti e andando a difendere? Marchena ti garantisce di più? Follia, ma comunque indolore.

VALENTINO TOLA

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Nessuna sorpresa: ha vinto la squadra migliore. Tra campo e panchina difficile non notare una sostanziale differenza fra le due contendenti alla finale Mondiale. La sconfitta non leva nulla allo straordinario torneo di Joachim Loew, che ha dovuto giocare la sfida più delicata anche senza Mueller (assenza pesantissima). Il tecnico tedesco ha allenato proponendo idee fino alla fine, inserendo Trochowski poi la classe di Toni Kroos,partendo con Boateng per poi surrogarlo con Jansen, ma nemmeno la solita ottima partita di Schweinsteiger (che stagione favolosa!) è bastata per avere ragione di una squadra le cui individualità sono di altro livello. Epperò Del Bosque (che ancora non mi persuade con quella formazione con troppi centrocampisti centrali e senza le tre punte vere davanti con Villa e Pedro ai lati) ci aggiunge stavolta qualcosa che risulta alla fine essere decisivo: una pressione medio alta che dà molto fastidio a una squadra che sulla linea difensiva ha trattatori di palla modesti come Friedrich, Lahm e Boateng. L'azione non parte mai fluida e le giocate a uno-due tocchi di Schweinsteiger (quando viene innescato nel giro-palla) non possiedono gli automatismi di un impianto di squadra di club (inevitabilmente). La Germania riesce a difendersi bene con il 4411, Ozil si però accende troppo poco spesso e offensivamente i tedeschi creano quasi nulla (Puyol e Piqué due giganti, altra enorme differenza individuale tra le due squadre). Curioso poi che la partita venga decisa da un calcio piazzato... ma a favore della Spagna, con i "cristoni" teutonici smarriti nella difesa a zona sul calcio d'angolo che si perde Carles Puyol. Del Bosque, dopo il disastro turco (al Besiktas) e l'inattività forzata, dimostra di essere un grande gestore di campioni, anche se la radice del calcio delle Furie Rosse è marcatamente Blau-Grana...

CARLO PIZZIGONI

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Quest’anno, non si sa bene per quale buona coincidenza astrale, abbiamo azzeccato un po’ di cose che riguardano questo Mondiale. Prima dell’inizio, una sensazione si impadronì della mente, se così vogliamo chiamarla, che mi porto appresso: questo Mondiale sarà preda dei grandi centrocampisti, per la prima volta in prima pagina rispetto ai grandi attaccanti. E se andiamo a vedere lo specchio più semplice per decrittare una competizione,la classifica dei cannonieri, incontriamo la nostra profezia. Capocannoniere con Villa Sneijder con 5 gol, al secondo posto Muller con 4, con 3 reti Landon Donovan. Al di là delle reti, l’importanza dei centrocampisti, anzi ad essere chiari delle vecchie mezzeali, in questo Mondiale è evidente. In finale sono arrivate le due squadre che hanno il miglior reparto di mezzeali del lotto. L’Olanda ha l’uomo più in forma del torneo, Sneijder, accompagnato da un ex attaccante perfetto nel ruolo di mezzala esterna, Kuyt, mentre la Spagna ha al massimo della maturità la coppia di mezzeali più forti del pianeta, Xavi e Iniesta. Questo tipo di calciatori è esaltato dal modulo principe del torneo sudafricano. Questo benedetto-maledetto 4-2-3-1 può essere una iattura come per Italia che non aveva gli uomini per adottare quel modulo, la Francia che ce li aveva, ma erano fuori forma, l’Argentina che non poteva giocare con quel modulo senza far girare vorticosamente la palla, il Brasile con gli atleti ormai logori. Spagna e Olanda invece hanno esaltato il modulo con cui giocano, da adottare solo se hai una coppia di uomini dietro la prima punta davvero fenomenale.

JVAN SICA

sabato 3 luglio 2010

Paraguay-Spagna 0-1: Villa 83'.


PARAGUAY (4-1-3-2): Villar; Veron, Da Silva, Alcaraz, Morel; V. Caceres (dal 40’ s.t. Barrios); E. Barreto (dal 18’ s.t. Vera), Riveros, Santana; Cardozo, Valdez (dal 28’ s.t. Santa Cruz). (D. Barreto, Bobadilla, Bonet, J. Caceres, Caniza, Ortigoza, Torres, Benitez, Gamarra). All. Martino.

SPAGNA (4-1-3-2): Casillas; Sergio Ramos, Piqué, Puyol (dal 40’ s.t. Marchena) , Capdevila; Busquets; Xavi, Xabi Alonso (dal 30’ s.t. Pedro), Iniesta; Fernando Torres (dal 10’ s.t. Fabregas), Villa. (Reina, Bonet, Arbeloa, Albiol, Martinez, Navas, Silva, Mata, Llorente). All. Del Bosque.

ARBITRO: Batres (Gua).

NOTE: spettatori 55.359. Ammoniti Piqué, Alcaraz, V. Caceres, Morel, Santana. Recupero 1’ p.t., 3’ s.t.


La Spagna eguaglia come minimo il suo miglior risultato storico, il quarto posto del 1950, ma non prima di una sofferenza atroce e di escursioni nel terreno dell’irrazionale. Nel giro di un minuto un rigore prima per il Paraguay e poi per la Spagna, entrambi falliti da Cardozo e Xabi Alonso. Ci pensa poi l’arbitro Batres a infiocchettare il tutto con dettagli visionari.
I rigori c’erano entrambi, ma a Xabi Alonso lo fa ripetere perché mezzo giocatore passa la lunetta dell’area di rigore, invece quello di Cardozo non si ripete nonostante alcuni giocatori, tutti spagnoli, situati quasi sulla stessa linea del tiratore paraguaiano al momento della battuta. Aggiungeteci poi che sul rigore spagnolo Alcaraz andava espulso (chiara occasione da gol) e che ci stava anche un nuovo rigore su Cesc al momento della ribattuta di Villar, e avrete un bel quadro surrealista.
La partita in generale è stata ancora una volta giocata male, decisamente male, dalla Spagna, squadra che avanza soprattutto grazie all’enorme qualità e a una certa personalità, un “saper competere”, acquisito dai propri giocatori, oltre a quel pizzico di fortuna indispensabile. Ingredienti finora sufficienti per andare oltre la realtà di un undici disegnato male dall’allenatore.
Ora la Germania, il rullo compressore: potrebbe far comodo alla Spagna non partire per una volta col ruolo di favorita, ed oltre a questo ha tutte le possibilità di risultare indigesta alla Germania. Tralasciando il miglior organico delle quattro semifinaliste, ha le carte in regola per addormentare il gioco a centrocampo e costringere i tedeschi, non irreprensibili in fase difensiva, a ritmi che non gradiscono. Lì, nel mezzo, starà la chiave della partita, sempre che Del Bosque se ne ricordi…
Il Paraguay esce a testa altissima, affermando la miglior organizzazione difensiva di tutto il mondiale. Non solo un fatto collettivo, è un piacere pure vedere difensori come Alcaraz o Da Silva così abili nel gestire tutti i fondamentali richiesti al difensore nelle varie situazioni, dall’anticipo alla copertura, dal gioco aereo alla chiusura laterale, dall’uno contro uno al disimpegno. È ormai una scuola questa dei difensori paraguaiani, consacrata con tutti gli onori. Anche questo è bel calcio.

Cambia la formazione (fascia destra tutta nuova, il rude Verón al posto di Bonet e il più tecnico Barreto preferito al più dinamico Vera; Santana altra novità come esterno sinistro, poi a sorpresa in attacco sia Santa Cruz che Barrios in panchina), ma i principi del gioco di Martino rimangono gli stessi. Un 4-4-2 con a centrocampo esterni non di ruolo, più propensi a stringere al centro ma comunque sempre pronti a fornire il raddoppio al terzino.
Tutto è sempre e comunque basato sul recupero del pallone e la ripartenza: può sembrare un paradosso, ma per come è congegnato il Paraguay si trova meglio con una Spagna, che gli dà proprio i punti di riferimento tattici che desidera, piuttosto che con un Giappone anch’esso portato a lasciare l’iniziativa all’avversario (infatti agli ottavi ne è scaturita la partita più bloccata di tutto il mondiale). Poi l’altezza del baricentro, la zona dove si sceglie di recuperare il pallone può variare. In questo caso il Paraguay ha scelto di pressare alto, già quando Piqué e Puyol si allargano per ricevere da Casillas. E lo ha fatto benone, conseguendo il dominio territoriale nei primi 20 minuti. Poi una volta in possesso del pallone, il Paraguay opta per il gioco diretto, attaccare le seconde palle, con Cardozo che fa da torre e Valdez che attacca gli spazi. La Spagna soffre perché più di una volta piazzata male in difesa, con un Puyol mediocre, anticipato spesso da Valdéz (il blaugrana poi è quasi dilettantesco quando cede al suo rivale l’interno per rientrare sul destro in un contropiede nel finale del primo tempo), e il Paraguay fa quasi sua la partita sfruttando palle alte e calci da fermo, vedi il gol annullato nel primo tempo a Valdez per un fuorigioco attivo di Cardozo, o anche lo stesso goffo fallo da rigore commesso da Piqué.
Nel finale, nel tentativo di acciuffare il pareggio, Martino si gioca anche Santa Cruz e Barrios, che quasi sfiorano il gol: sfarfalla e salva capra e cavoli lo stesso Casillas, prima titubante sul destro di Barrios poi provvidenziale sulla respinta di Santa Cruz.

Ma per individuare le sofferenze della Spagna bisogna sempre partire dalla sua fase di possesso. È quando ha il pallone che la Spagna deve costruire i presupposti del suo equilibrio, il resto è in buona parte una conseguenza.
E qui, sapendo di essere ripetitivo, le cose continuano a non funzionare e il centrocampo ad avere poco senso. La Spagna ha sempre sofferto a superare la prima linea avversaria, durante tutta la gara, sia quando il Paraguay pressava alto (e la Spagna colpevolmente non cercava mai il lancio alle spalle della difesa per Torres e Villa) sia quando ripiegava per la stanchezza come nella ripresa. Questo evidenzia un difetto intrinseco dalla Spagna, prima ancora del merito dell’avversario.
Al solito è capitato di vedere Piqué (sì, proprio quel Piqué che scarta i portieri con una ruleta) imbarazzato col pallone tra i piedi, più di una volta: già ci sono gli avversari, se poi ci si mettono Busquets e Xabi Alonso subito davanti, alla stessa altezza, a ostruirgli le linee di passaggio, l’azione della Spagna fa davvero fatica a progredire e rimane lì con millecinquecento tocchi orizzontali. Non si distende bene la squadra, e quando la palla filtra nella metacampo avversaria nove volte su dieci le speranze sono tutte riposte negli uno contro uno. La palla arriva troppo lenta alle corsie laterali, gli esterni devono portarla e i tempi della sovrapposizione non maturano mai.
Raccontare una partita della Spagna significa sempre ricostruire un’infinità di aggiustamenti in corsa dal centrocampo in su. Si è partiti con un 4-4-2 con Iniesta a sinistra e Xavi falso esterno a destra (orrore), e Villa riportato vicino a Torres; poi dopo dieci minuti si è tornati al 4-2-1-3 con Villa di nuovo largo a sinistra, Iniesta falsa ala destra e Xavi trequartista (orrore); infine con l’ingresso di Cesc per Torres nella ripresa si è passati a un 4-2-3-1 con Xavi, Cesc e Iniesta a fluttuare sulla trequarti, per concludere con un 4-3-3 l’ingresso di Pedro per Xabi Alonso, che ha portato Iniesta di nuovo falsa ala destra e Xavi e Cesc mezzeali.
Tanti spostamenti ma la sostanza rimane la stessa: questa squadra ha bisogno di più punti d’appoggio e linee di passaggio in zone avanzate, non per far scrivere ai giornali “Qué viva el tikitaka”, ma per una questione di equilibrio, per guadagnare campo e sicurezza. Gli unici momenti in cui Xavi (colui che dovrebbe dettare sempre i tempi e invece risulta relegato ad apparizioni sporadiche) si è trovato comodo son stati quelli in cui Iniesta è riuscito a liberarsi tra le linee e a offrirgli la sponda per vedere la giocata di fronte. Se oltre ad Iniesta a spostarsi tra le linee ci fosse Silva (desaparecido: il lebbroso nella Spagna del “Busquets e altri 10” prima era Cesc, ora è lui), Xavi avrebbe il doppio di situazioni favorevoli per sviluppare il proprio gioco e risulterebbe ulteriormente potenziato. Invece ora è l’esatto contrario, con il doble pivote e le poche linee di passaggio avanzate, è lui che si fa attirare indietro, e ciò non fa che appesantire la manovra.
Resta questo, l’inizio del gioco troppo prolisso, il problema vero della Spagna, quello di Torres (giocatore che per quanto in scarsa forma resta, considerato il contesto, tatticamente più utile del pur validissimo Llorente) a mio avviso è fumo negli occhi mediatico, anche se non si deve sottovalutare la dinamica pericolosa in cui sta entrando El Niño: un circolo vizioso, perché partita dopo partita sente sempre più una fiducia a termine (prima ti sostituisco dopo un’ora, poi dopo 50 minuti, la prossima volta a fine primo tempo, poi chissà) che lo fa giocare sempre meno tranquillo.
Sull’unica azione buona a difesa schierata arriva comunque il gol: Iniesta che parte da sinistra, salta l’uomo non in dribbling, ma dando palla dietro a Cesc e seguendo lo scambio di questi con Xavi (gran palla fatta filtrare spalle alla porta) per poi smarcarsi senza palla tra le linee, da lì saltare secco un paraguaiano in uscita dalla difesa e poi attendere con grande classe il momento giusto per liberare Pedro al tiro che finisce sul palo ma permette comunque a Villa di ribadire in rete, non prima di un altro avventuroso palo, addirittura doppio. Qui c’è tutto lo spessore di Iniesta: anche non avendo ancora recuperato il cambio di ritmo dopo la finale col Manchester United (quando un estasiato Rooney addirittura gli diede del miglior giocatore del mondo), resta un ingegno superiore, un giocatore determinante come pochi altri. La stampella, lui e gli altri talenti, di una Spagna ancora irrisolta.

VALENTINO TOLA


Spagna avanti come da pronostico e status (pochi dubbi che abbia la miglior rosa del Mondiale), tuttavia non ci si aspettavano tutte queste sofferenze. Il Paraguay difende bene ma la squadra di del Bosque continua a complicarsi la vita non riuscendo a trovare un piano chiaro per entrare nel bunker disegnato da Martino. Non solo, la Spagna ha lasciato anche tante occasioni da rete alla squadra guarani e se Oscar Cardozo non avesse calciato male il rigore del possibile vantaggio non so proprio come gli iberici avrebbero potuto rimontare. Il possesso palla non è mai efficace negli ultimi sedici metri, la Spagna tira pericolosamente in porta troppo poco: gli unici sbocchi credibili rimangono gli spunti di Villa, che parte da sinistra quasi sempre ormai, e le intuizioni di un fenomeno come Iniesta. Un po' poco, specie se si hanno a disposizione tantissime opzioni (a cominciare da un attacco a tre punte, modello Barça, che non si è ancora visto). Però, fin qui, è sufficiente.

CARLO PIZZIGONI

mercoledì 30 giugno 2010

Spagna-Portogallo 1-0: Villa (S) al 18’ s.t.


SPAGNA (4-1-4-1) Casillas; Sergio Ramos, Piqué, Puyol, Capdevila; Busquets; Iniesta, Xavi, Xabi Alonso (dal 48’ s.t. Marchena), Villa (dal 43’ s.t. Pedro); Torres (dal 13’ Llorente). (Reina, Valdes, Albiol, Arbeloa, Jesus Navas, Silva, Fabregas, Javi Martinez, J. Mata) All. Del Bosque .

PORTOGALLO (4-3-3) Eduardo; Ricardo Costa, Ricardo Carvalho, Bruno Alves, Coentrao; Tiago, Pepe (dal 27’ Pedro Nendes), Raul Meireiles; Simao (dal 27’ s.t. Liedson), Hugo Almeida (dal 13’ Danny), C. Ronaldo. (Beto, Daniel Fernandes, Paulo Ferreira, Rolando, Duda, Miguel, Deco, Miguel Veloso) All. Queiroz .

ARBITRO Baldassi (Arg).

NOTE: espulso Ricardo Costa (rosso diretto) al 43’ .t. per gioco scorretto. Ammoniti Xabi Alonso (S), Tiago (P) per gioco scorretto. Spettatori 62.955. Angoli 6-3. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.


Fra le due iberiche, la Spagna gode. Lievissimi progressi ma ancora parecchi problemi di gioco per la squadra di Del Bosque, che comunque guadagna fiducia e potrà giocarsi da favorita il quarto col Paraguay, pur non del tutto privo di insidie (i sudamericani si difendono come la Svizzera, non hanno manovra ma possono comunque creare l’episodio con il loro attaccanti molto più di quanto non potessero gli elvetici già andati di traverso alle Furie Rosse). Banalissimo il Portogallo.

Il meglio della propria partita la Spagna lo offre nelle battute iniziali, con tre conclusioni verso la porta di Eduardo, discreta come approccio e ritmo. Il Portogallo è schierato con un 4-1-4-1 dove però Cristiano Ronaldo copre la fascia destra con scarsi obblighi difensivi (per indole, ma anche per una questione di equilibrio: Queiroz sa che è lui il giocatore sul quale basare l’uscita per il contropiede). La Spagna comincia a muovere palla con Piqué, che attira un po’ il centrocampo portoghese, poi gira verso il lato opposto, dal centro-destra verso sinistra, con cambio di gioco o con scambi palla a terra non fa differenza, l’obiettivo è attaccare la fascia destra del Portogallo. Villa riceve largo, e a supporto c’è Capdevila e a turno Xabi Alonso, Xavi o Iniesta che appoggiano da quella parte e creano un tre-contro-due. Cristiano Ronaldo ripiega poco, Tiago è costretto ad allargarsi, e così quando non trova il fondo la Spagna può comunque rientrare centralmente per cercare o una nuova combinazione sulla trequarti o la conclusione diretta in porta, come fanno Villa due volte e Torres una. Torres che invece dal centro taglia spesso verso destra per allargare la difesa portoghese anche dall’altro lato e aprire alle sovrapposizioni di Ramos o a incursioni dalla seconda linea. Una Spagna aggressiva nei movimenti offensivi, peccato però che duri un quarto d’ora scarso.

Xavi non ha la stessa assurda posizione di trequartista della partita col Cile, esageratamente avanzata e avulsa dal gioco, partendo qualche metro dietro tocca più palloni e vede la giocata di fronte, però la ripartizione degli spazi resta non ottimale, e la composizione del centrocampo una forzatura.
Inizia con tre centrali (e Busquets che scaccia Xabi Alonso dalla zona davanti alla difesa, dove il basco può giocare il suo calcio migliore…), poi in corso d’opera Iniesta abbandona la fascia destra e si passa a una sorta di “quadrato non magico”, Xabi Alonso e Busquets bassi e Xavi e Iniesta avanzati. Si può dire che rispetto alle partite precedenti la Spagna guadagni un pochino di equilibrio: non c’è quella stridente separazione fra un blocco arretrato e uno avanzato vista contro il Cile e a tratti con l’Honduras, perché i quattro giocano molto ravvicinati e molto stretti nella zona del “trivote” portoghese (Pepe davanti alla difesa, Tiago interno destro, Meireles interno sinistro), guadagnando la superiorità numerica e assicurando un certo controllo, però è altresì evidente che l’azione del centrocampo manca di profondità, si fa troppo piatta e sacrifica quei potenziali appoggi in zone più avanzate che potrebbero far progredire l’azione della Spagna con maggiore agilità, snellendo l’inizio dell’azione davanti alla difesa (butto lì il nome del signor Silva…). Invece ancora troppi movimenti incontro al pallone, ancora troppa poca presenza a ridosso dell’attacco, troppo ridondante palleggiarsi addosso.
Il quadrato centrale controlla ma non smuove il sistema difensivo portoghese, non ci sono movimenti verticali, tagli dalla fascia verso il centro o viceversa che possano smuoverlo. Il quadrato gestisce il pallone, attira un po’ il Portogallo in quella zona, però una volta che apre verso le fasce, Sergio Ramos e Villa, i riferimenti larghi (qualche volta anche Torres che si defila), devono portare palla e puntare, talvolta anche due avversari, senza l’effetto-sorpresa della sovrapposizione. Troppo statico, troppo rimasticato il gioco. Capita di vedere Piqué sbracciarsi e giocare palla lunga senza troppa convinzione, oppure di vedere Xabi Alonso e Busquets passeggiare incerti correndo persino il rischio di inciampare. Segno che i riferimenti per i portatori di palla non sono mai certi, si è smesso di giocare a memoria, e il tocco di prima non viene più naturale.
E questo blando controllo non è nemmeno troppo sicuro, perché una simile staticità facilita le letture difensive portoghesi e può forzare perdite pericolose in mezzo al campo, come quella di Xabi Alonso che avvia un contropiede di Meireles, sul cui cross però Hugo Almeida cicca la deviazione di testa, potenzialmente letale perché la difesa spagnola, mal disposta, non lo marcava.

La ripresa prolunga lo stallo del gioco spagnolo e della partita in generale. Spagna bloccata, e se stiamo ad aspettare il Portogallo stiamo freschi. Il contropiede lusitano si segnala per la sua scarsa organizzazione: il problema non è giocare una partita difensiva, che anzi contro la Spagna è la strategia più comprensibile, il problema è non avere un’azione di rimessa sufficientemente organizzata, studiare i punti d’appoggio per uscire dalla metacampo e gli spazi da colpire. Così tutto ciò si converte in una mera accumulazione di uomini nella metacampo difensiva. C’è Ronaldo perso, poco attivo e poco attivato, e praticamente è il solo Almeida, distantissimo dal resto, a dover inventarsi la transizione offensiva dal nulla, sgomitando per portare qualche pallone su. Disgraziato sotto porta, qualche insidia la crea però con il fisico prestante e la progressione, come quando scappa via e quasi provoca un’autorete di Puyol. Queiroz comunque lo toglie presto dal campo, in favore di Danny, lasciando così Cristiano Ronaldo unica punta.
Nello stesso momento Del Bosque opera il suo primo cambio, chiamando fuori il sempre più discusso Fernando Torres per dare spazio a Llorente. El Niño non brilla, vero, ma in attesa che la Musa lo ispiri come Paolo Rossi nell’82 (Nota: questa non l’ho scritta io ma l’Ufficio Censura della RAI, che esige almeno un riferimento nazionalpopolare per pezzo) resta un giocatore importantissimo se non fondamentale per il suo movimento senza palla. Torres che taglia e allunga la difesa avversaria è già una possibilità in più di giocare bene per i compagni, anche se poi quando controlla il pallone gli scappa come una saponetta. Se non ci fosse lui il problema del palleggiarsi addosso si aggraverebbe, poco ma sicuro.
Una Spagna sempre poco profonda, che minaccia solo quando i suoi giocatori chiedono palla sul piede e trovano sporadicamente il varco per la rifinitura o per sassate come quelle di Villa che tutta la sera non fanno che inquietare Eduardo.
La prova delle difficoltà della Spagna è la stessa azione del gol, peraltro viziato da un fuorigioco di Villa: nell’occasione la Spagna non ha né la superiorità numerica centralmente né l’uomo smarcato tra le linee, il Portogallo è tutto piazzato, ma nonostante questo la pura abilità nello stretto permette a Xabi Alonso di pescare con un passaggio verticale Iniesta al limite dell’area, a Iniesta di girarsi spalle alla porta, nascondere il pallone e farlo filtrare per il colpo di tacco di Xavi che infine smarca Villa per il gol. Un’azione così arzigogolata non la trovate nei manuali di tattica, statene certi.
Grande la partita del Guaje, ispiratissimo in tutto il torneo: non ha nessun problema a partire dalla sinistra per cercare il gol (anzi, praticamente così si sta già allenando per il Barça), ma aiuta molto pure nei ripiegamenti in favore di Capdevila, anche se più gliene vengono chiesti più è segno che la Spagna non sta giocando come dovrebbe. Eccellente anche Ramos, da segnalare in negativo invece le ripetute incertezze di Casillas, peraltro in linea con tutta una stagione assai poco brillante.

Dopo il vantaggio è tutta un’altra cosa per la Spagna, perché quello che prima poteva essere un possesso-palla sterile ora diventa una pietra tombale sulla gara. Nessun altro sa conservare la sfera e far passare i minuti come questi giocatori, e si aprono naturali anche gli spazi in contropiede (gran percussione di Ramos sventata in angolo da Eduardo). Poi anche l’ingresso di Llorente è servito, perché oltre ad andare vicino al gol di testa in un paio di occasioni Fernandote protegge il pallone, fa salire i compagni e ottiene qualche fallo prezioso.
A questo poi c’è da aggiungere un Portogallo del tutto privo di idee quando non si tratta più di difendere lo 0-0. Poverissima la manovra, e deludente anche l’attitudine mostrata dopo il vantaggio. Serve a poco Liedson per Simão se l’unica nota di rilievo sono le iniziative di Coentrão, destinato a diventare il miglior terzino sinistro europeo vista anche la poco nutrita concorrenza. Mentre Del Bosque spende un paio di cambi da rischio-fucilazione (Pedro per Villa e Marchena per Xabi Alonso… tío, e se poi finisci ai supplementari?), il massimo che esprime il Portogallo sono una rimessa e un paio di cross alla ricerca della mischia con tutti dentro l’area avversaria. Anche il difensore Ricardo Costa, che però si fa espellere per aver steso Capdevila con un micidiale colpo di vento allo zigomo. Fa quasi sorridere per l’indecorosa sfacciataggine la sceneggiata del terzino del Villarreal.

VALENTINO TOLA

sabato 26 giugno 2010

Cile-Spagna 1-2: Villa (S) al 24', Iniesta (S) al 37' p.t.; Millar (C) al 2' s.t.


CILE (4-3-3): Bravo; Medel, Jara, Ponce, Vidal; Isla, Estrada, Beausejour; Sanchez (dal 20' s.t. Orellana), Valdivia (dal 1' s.t. Paredes), Gonzalez (dal 1' s.t. Millar). (Pinto, Marin, Fuentes, Contreras, Fierro, Tello, Suazo). All.: Bielsa.

SPAGNA (4-2-1-3): Casillas; Ramos, Piqué, Puyol, Capdevila; Busquets, Xabi Alonso (dal 28' s.t. Martinez); Xavi; Iniesta, Villa; Torres (dal 10' s.t. Fabregas). (Valdes, Reina, Albiol, Marchena, Arbeloa, Silva, Pedro, Llorente, Navas). All.: Del Bosque.

ARBITRO: Rodriguez (Mes).

NOTE: spettatori 41.958. Espulso Estrada al 37' p.t. per somma di ammonizioni. Ammoniti Medel per gioco scorretto, Ponce per c.n.r.. Angoli: 3-4. Recupero: 2' p.t., 2' s.t..


La prestazione forse più scadente degli ultimi due-tre anni basta alla Spagna per accedere agli ottavi di finale, e pure come prima del girone. Le Furie Rosse si salvano grazie alle individualità, a quel po’ di cinismo nei momenti decisivi del match, alla goffaggine dell’arbitro (quello che a Estrada vale il secondo giallo è uno sgambetto del tutto involontario su Torres, e il Niño si abbandona pure a un’infame sceneggiata) e a una certa ingenuità degli avversari. Rimane l’impressione di una squadra tremendamente confusa, almeno per il momento non all’altezza delle sbandierate aspirazioni mondiali. Del Bosque prosegue nella sua incomprensibile opera di smantellamento del sistema vincente consolidatosi dopo il ciclo di Aragonés, e la cosa peggiore è che non sembra in grado di rendersi conto che tutto questo non funziona.
Almeno il lieto fine è salvo per il Cile: vedere la Svizzera (incapace di segnare un gol all’Honduras: a volte il calcio, questo sport crudele, ti obbliga anche ad attaccare) passare al posto della squadra di Bielsa sarebbe stata una pugnalata.

Prima dell’espulsione di Estrada, il Cile però dà una lezione di calcio in piena regola a una Spagna irrigidita e snaturata.
L’arma di distruzione di massa di Del Bosque si chiama doble pivote. La convinzione semplicistica che per ottenere più equilibrio si debba obbligatoriamente schierare due giocatori bloccati, due centrocampisti “di posizione” davanti alla difesa. Lui vuole avere Makelele e Flavio Conceição per forza, anche quando non ci sono. E poi in conferenza stampa praticamente dichiara di voler reincarnarsi in Busquets. Non ci sono possibilità che si smuova da questa scelta, se addirittura a sostegno della propria tesi sconfina nella metafisica chiamando in causa misteri insondabili come la vita dopo la morte.
Il fatto però è che con due piazzati davanti alla difesa la Spagna non è più equilibrata, anzi. C’è una nettissima spaccatura fra i quattro difensori+il doble pivote e il resto della squadra. E se sei lungo quando giochi la palla, sarai lungo anche quando la perdi e devi recuperarla.
La Spagna è sempre troppo schiacciata indietro quando inizia l’azione: con Aragonés c’era un solo centrocampista di posizione davanti alla difesa, poi tanti giocatori che a rotazione, con grande frequenza e possibilità di scelta per il portatore di palla, offrivano l’appoggio e si scambiavano posizione, smarcandosi pian piano verso zone più avanzate. Questo permetteva all’azione di progredire, e in un momento successivo dava i tempi giusti d’uscita ai terzini in sovrapposizione. Tutta la squadra si compattava con molta più facilità attorno al pallone.
Ora tutto questo è stato smantellato, Busquets e Xabi Alonso son sulla stessa linea, i terzini rimangono bassi ed è dall’attacco e dalla trequarti che devono abbassarsi eccessivamente per venire a prendere palla. Nel caso in cui si abbassano dalla trequarti, prendono palla in situazione scomoda, spalle alla porta, un’esca per il pressing avversario che solo la pura qualità individuale dell’Iniesta di turno può disattivare; nel caso invece in cui non si abbassano, allora scatta il lancio lungo, obbligato più volte (troppe volte) dal pur fenomenale pressing cileno. Squadra lunga, e quando l’avversario recupera il pallone, ha sempre tantissimo tempo per pensare in questo spazio fra i 6 uomini difensivi e i 4 offensivi della Spagna.
Grida vendetta poi vedere Xavi impiegato come una specie di brutta copia di un trequartista: tocca molti meno palloni (ci sono le statistiche), è marcato spalle alla porta, non è mai nel vivo del gioco e non può dettare i tempi. Praticamente gli è vietato fare quello che sa fare meglio di tutti in questa squadra. Questo si chiama auto-sabotaggio: incredibile, il punto di forza indiscusso di questa nazionale, il centrocampo, si sta convertendo a furia di forzature nel punto debole.
La mia non è una polemica verso Busquets in sé (buon giocatore che individualmente sta pure rendendo) né una negazione preconcetta del fatto che la Spagna possa arrivare a giocare bene anche con un sistema diverso: soltanto invoco il buonsenso di affidarsi a ciò che i giocatori conoscono meglio e sono più portati a fare.

E in questa disarmonia spagnola il Cile arriva sempre primo sul pallone, recupera facilmente col pressing e poi allestisce i suoi arrembaggi a pieno organico, insistenti e vertiginosi. Mi Chupete Querido è arrivato al torneo in condizioni improponibili, quindi Bielsa fa leva su Valdivia, cervello più raffinato dello squalificato Matias Fernández, falso centravanti alla Messi (che dico Messi… alla Honda!): sul movimento di questo, né attaccante né centrocampista, e chi se lo piglia?, parte poi in incursione dalla seconda linea il potente Beausejour, che taglia alle spalle della difesa spagnola disattivando il possibile fuorigioco. Finchè sono 11 contro 11, il sistema difensivo iberico fa acqua su questa situazione. Grande il Cile per come alterna passaggi corti, lunghi e cambi di gioco: è difficilissimo non andare mai in inferiorità numerica quando difendi contro una squadra che copre il campo così bene.
Gioca a memoria, meccanizzato all’estremo, e risulta quasi inquietante perché alla fine arrivi a non distinguere i diversi giocatori: sono tutti a turno fantasisti, attaccanti, ali e difensori. Frutto anche della polivalenza imposta con lacrime e sangue da Bielsa: i giocatori cileni, che nei primi tempi della sua gestione non capivano perché venissero sballottati di volta in volta fra fascia e centro, fra difesa, centrocampo e attacco, ora hanno il vantaggio di una superiore flessibilità mentale, la capacità di pensare da attaccanti pur essendo difensori e viceversa (uno di questi, Vidal, ha comunque avuto da sempre il privilegio di una polivalenza enciclopedica). Perché una squadra è sempre un tutto unico.
Il difetto del Cile ultraveloce però è l’incapacità di frenare in alcuni momenti: già notata una certa precipitazione contro la Svizzera, a volte la ricerca esasperata della verticalizzazione è un rischio eccessivo, e secondo come e dove perdi la palla puoi così esporre la tua difesa alta. Questo è successo anche con la Spagna, e il Cile ha sofferto situazioni puntuali di contropiede pur dominando la gara. Una di queste ha fruttato l’immeritato vantaggio spagnolo, un regalo bello e buono di Bravo, in folle uscita quando la cosa più logica sarebbe stata rimanere fra i pali e lasciare che il difensore accompagnasse verso l’esterno Torres.
E a riconferma dell’ingenuità cilena, e dell’incapacità spagnola di arrivare a creare attraverso uno straccio di gioco, anche lo 0-2 arriva da un errore cileno: stavolta un disimpegno di Jara che si fa rubare palla da Iniesta, che poi finalizzerà con classe. Il recupero di Iniesta (parte teoricamente da destra nel tridente, ma viene incontro e porta su palla, meglio di niente in mancanza di un gioco) e il solito Piqué son le uniche note positive della prestazione spagnola: ma sono completamente isolate da un contesto collettivo minimamente favorevole.

Il gol del raddoppio porta con sé anche l’errore arbitrale che condiziona il resto della partita. Cile coraggioso lo stesso, Bielsa che si gioca il tutto per tutto con un 3-3-3 nel secondo tempo (“Treccani” Vidal scala a centrocampo sulla sinistra, con Isla al centro e il neo-entrato Millar a destra; Beausejour avanza nel tridente, mentre lascia un po’ di amaro in bocca l’uscita di Valdivia per Paredes, attaccante di ruolo ma anche giocatore più limitato), e Spagna imbambolata ad inizio ripresa, perché sono i sudamericani a fare la partita e a trovare il gol con Millar deviato da Piqué, fortunoso ma meritato (passività totale della difesa spagnola nell’occasione).
Anche in superiorità numerica la Spagna sembra scricchiolare, e Del Bosque ricorre al primo cambio: Cesc per Torres (ancora negativo, anche se i suoi movimenti son sempre preziosi per allungare la difesa avversaria). Questa sì una mossa sensata: si ripropone il tourbillon in mezzo al campo, ci sono più appoggi che permettono a tutta la squadra di uscire con più facilità e prendere ossigeno, facendo finalmente valere la superiorità numerica. Xavi poi può arretrare qualche metro e soprattutto entrare di più in contatto col pallone e vedere la giocata di fronte, sulla trequarti ci va Cesc che è più capace di adattarsi alla posizione rispetto a Xavi, più verticale.
Non c’è praticamente più partita (entra anche Javi Martínez, che va destra, al posto di Xabi Alonso), perché il Cile esaurisce le energie, confida nell’incapacità offensiva della Svizzera (che dovrebbe fare due gol per passare) sull’altro campo e inizia a preoccuparsi più di non prendere gol per non alterare la differenza-reti (una volta potranno speculare un po’ anche loro? E che diamine!). Il controllo spagnolo si converte così in una melina sempre più irritante man mano che ci si avvicina al novantesimo.

VALENTINO TOLA

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La disparità di qualità in campo poteva distruggere il match, specie dopo l'ingiusta espulsione di Estrada. Il risultato del match della Svizzera (ottimo mondiale, nonostante tutto), bloccato sul pari, ha convinto anche gli spagnoli a rallentare nel finale, però il Cile ha ampiamente fatto il suo e merita la qualificazione. Il lavoro di Bielsa è favoloso, desolante ci sia lo scopre solo oggi ma tant'è: la coperta però è corta, senza Suazo il Cile fatica troppo a trovare la via della rete. E ieri ha molto pesato anche la squalifica di Carmona: la fase di recupero palla, per riottenerla e giocarla al ritmo desiderato è la fase chiave dei cileni, e il reggino è stato uno scudiero fedelissimo in tutta la fase di qualificazione. Quello che impressiona è davvero la personalità di giocare sempre la palla: dare a Bielsa quel che è di Bielsa. Spagna sorniona ma qualitativamente superiore: i primi due gol sono un regalo, la squadra di Del Bosque si limita poi a controllare, il tempo delle battaglie deve ancora iniziare.

CARLO PIZZIGONI

lunedì 21 giugno 2010

Spagna-Honduras 2-0: Villa al 17' p.t e al 6' s.t.


SPAGNA (4-3-3): Casillas; Sergio Ramos (dal 32' st Arbeloa), Puyol, Piqué, Capdevila; Xavi (dal 21' st Fabregas), Busquets, Xabi Alonso; Jesus Navas, Torres (dal 25' st Mata), Villa. (Valdes, Albiol, Marchena, Iniesta, Pedro, Llorente, Martinez, David Silva, Reina). All. Del Bosque.

HONDURAS (4-2-3-1): Valladares; Mendoza, Chavez, Figueroa, Izaguirre; W. Palacios, Guevara; Turcios (dal 18' st Nunez), Martinez, Espinoza (dal 1' st Welcome); Suazo (dal 39' st J. N. Palacios) (Canales, J. Palacios, Bernardez, Thomas, Pavon, Garcia, Sabillon, Alvarez, Escober). All. Rueda.

ARBITRO: Nishimura (Giappone)

NOTE Ammoniti Turcios per comportamento antiregolamentare, Izaguirre per gioco scorretto Angoli: 12-2 per la Spagna Recupero: 1' e 3'.


La notizia più positiva per la Spagna è che dipende da sé stessa. Ove battesse il Cile all’ultima giornata, capovolgerebbe la differenza reti e si qualificherebbe perciò per gli ottavi. Poi eventualmente bisognerebbe valutare il risultato della Svizzera per stabilire la prima e la seconda classificata. La notizia negativa è una Spagna tremolante, che sembra più incerta sulla sua identità rispetto a qualche mese fa.

Non inganni la partita di stasera, la quantità esagerata di occasioni (molte delle quali sprecate con sufficienza o goffaggine, vedi gli errori di Torres e il rigore sbagliato da Villa): viviamo pur sempre sul pianeta Terra, e questo è il minimo che deve succedere in una partita fra Spagna da un lato e Honduras dall’altro.
L’Honduras è una squadra di una modestia che fa tenerezza, perché a differenza di altre squadre scarse non si copre nemmeno più di tanto, lascia gli spazi, è allegrona, gioca a viso aperto ma non ha qualità per organizzare la manovra, e in più ha un giocatore che in testa porta un casco di banane.
Per cui non bisogna tanto guardare alla facilità nel creare occasioni per valutare la prestazione della Spagna, ma a quelle che sono le sue possibilità e al confronto con gli standard consolidati nel recente passato.

E qui non convince, la sensazione è che Del Bosque stia lentamente snaturando e stravolgendo la squadra costruita da Aragonés. Quella squadra si basava su un solo centrocampista difensivo, Senna, e aveva trovato la formula per controllare le partite e al tempo stesso squilibrare le difese avversarie nel tourbillon di centrocampisti, fra mezzeali e falsi esterni pronti ad accentrarsi fra le linee.
La formazione di stasera non c’entrava nulla però con questo discorso, per via delle due autentiche fissazioni che imperversano nella mente di Del Bosque: Busquets e gli esterni puri.
Sergi B. è una specie di feticcio ormai: l’ipotesi di toglierlo dall’undici non esiste nemmeno, anche in partite come queste dove l’avversario è inesistente e devi soltanto rimpinzarti di gol. Badate bene, il problema non è Busquets in sé, e nemmeno le sue prestazioni individuali (bene stasera), ma il contesto collettivo. Mettere Busquets davanti alla difesa per limitare Xabi Alonso e anche Xavi non ha senso. Busquets davanti alla difesa significa Xabi Alonso mezzala sinistra: perché diavolo Xabi Alonso, il miglior giocatore possibile davanti alla difesa per questa Spagna, eccellente nel Real Madrid proprio in questa posizione, deve prendere palla spalle alla porta, girarsi etc... invece che vedere sempre la giocata di fronte, situazione molto più comoda per le sue caratteristiche, per cambiare gioco e far correre il pallone alla massima velocità?
Xabi Alonso non è del tutto limitato, perché comunque ha spesso modo di abbassarsi e iniziare lui l’azione, ma resta una forzatura che non si capisce, anche perché se il basco retrocede rimane comunque troppo piatto il centrocampo: Busquets è ottimo nell’interpretare quelle rotazioni senza palla in mezzo al campo, nel liberare lo spazio al compagno e nel giocare a un tocco, però non ti fa guadagnare terreno avanti.
E questa dialettica fra Xabi Alonso e Busquets influisce anche su Xavi, che finisce con l’essere sempre il giocatore più avanzato del centrocampo: troppo avanzato, praticamente un trequartista che finisce con l’entrare in contatto col pallone meno rispetto a quanto gradirebbe, in zone e in situazioni che non sono quelle più gradite (spalle alla porta e in sede di ultimo passaggio; lui se può dà l’assist, ma preferisce essere coinvolto qualche metro prima). E se retrocede, Xavi non fa che aggravare il problema del centrocampo troppo piatto. Che poi l’Honduras lasci lo spazio tra le linee, e che Xavi abbia comunque la qualità per interpretare questa situazione, non toglie che si tratti di un’altra forzatura tutt’altro che necessaria.

Navas, altra questione. Anche qui non si tratta del giocatore in sé (per quanto quasi sempre impreciso al cross nell’occasione), ma del contesto. Preferire Navas a Silva ha un significato molto chiaro. Abbiamo visto una Spagna che per la forzatura del centrocampo nel mezzo e per questa mossa ha perso quasi tutta quella ricchezza di movimenti fra le linee (tre bloccati in mediana e tre sparati davanti) e si è banalizzata in una ricerca eccessiva dell’uno contro uno e del cross dalle fasce.
L’unica salvezza è il peso di giocatori come Iniesta e Silva, altrimenti Del Bosque avrebbe già da tempo stravolto completamente il blocco di Aragonés rinunciando al tourbillon nel mezzo per due esterni puri. Guardate anche i cambi: Cesc è entrato per Xavi (non sia mai che esca Busquets!), e la Spagna ha finito i 90 minuti con Mata e Navas. Allarmante. Sono rimaste solo le cattive intenzioni di Villa, che partendo largo a sinistra ha puntato sempre la porta, andando in gol con dribbling stretti degni di Butragueño.

La Spagna ha giocato una partita appena sufficiente nel primo tempo e in evidente calo nella ripresa, con attacchi sempre più approssimativi e una squadra portata a spezzarsi in due, cosa che non si verificava da secoli. Non si è vista una squadra coesa attorno al pallone, e c’è stata più di un’imperfezione nelle transizioni difensive, con buchi particolarmente sulla fascia sinistra, che non hanno pesato solo per l’insipienza tecnica honduregna. Da sottolineare soltanto l’ennesima grande prestazione di Piqué, ma resta un fatto puramente individuale. Col Cile serviranno idee chiare, e questa squadra sembra ben lontana dall’averle.

VALENTINO TOLA

mercoledì 16 giugno 2010

Spagna-Svizzera 0-1: Fernandes 8' s.t..



SPAGNA (4-1-4-1) Casillas; Sergio Ramos, Piqué, Puyol, Capdevila; Busquets (16' st Fernando Torres); David Silva (17' st Jesus Navas), Xabi Alonso, Xavi, Iniesta (32' st Pedro); Villa. All. Del Bosque.

SVIZZERA (4-4-2) Benaglio; Lichtsteiner, Senderos (36' pt Von Bergen), Grichting, Ziegler; Barnetta (47' st Eggimann), Inler, Huggel, Fernandes,; Derdiyok (34' st H. Yakin), Nkufo. All. Hitzfeld.

ARBITRO: Webb (Ing)

NOTE: Ammoniti: Ziegler, Grichting e H. Yakin per gioco scorretto, Benaglio per c.n.r.. Recuperi: 1' p.t. e 5' s.t.

Punto e a capo. La Spagna torna a inseguire i suoi fantasmi al termine di una partita magari non fortunatissima, ma certo allarmante per incompiutezza e anche immaturità. Gli iberici hanno offerto un controllo del gioco inizialmente saldo e poi via via più sterile, fino ad arrivare alla frittata e a una reazione dopo il gol svizzero gestita senza un briciolo di razionalità e denotando solo nervosismo e impotenza.
Alla Svizzera il merito di aver scrupolosamente applicato l’unica ricetta consentita dalle proprie limitate risorse. Al solito ottimo il sottovalutato Hitzfeld. Ma il peggior nemico della Spagna resta la Spagna stessa.

Nel primo tempo la nota positiva per la Spagna è l’equilibrio difensivo. La Svizzera recupera troppo lontana dall’area di Casillas, la qualità è quella che è ed è molto facile per centrocampisti e difensori spagnoli accorciare sui rilanci.
Assicurata questa supremazia territoriale però la Spagna fa scena muta nell’ultimo quarto di campo. Nei primi 45 minuti si contano due occasioni per le Furie Rosse, una per Piqué (sempre sontuoso il suo apporto alla fase di possesso) su uscita da un calcio d’angolo, l’altra per Villa su contropiede. A difesa schierata, zero. La Svizzera gioca strettissima al centro, fra difesa e centrocampo (perché sa che la Spagna la superiorità la vuole creare con gli spostamenti centrali dei falsi esterni), lasciando un po’ di respiro solo a Capdevila e ad Arbeloa.
Il problema della Spagna è che si palleggia addosso, a conti fatti c’è poca comunicazione e poco supporto fra Villa e il centrocampo. In mezzo girano il pallone e girano i giocatori, ma girano sempre attorno allo stesso punto, in un esercizio fine a se stesso. Quando Villa entra in contatto col pallone, lo fa eccessivamente lontano dall’area o defilato.
Il centrocampo è troppo piatto: qualcosa lo si sospettava già prima del mondiale, ma non c’erano risultati negativi che richiamassero l’attenzione. Del Bosque ha compiuto una scelta chiara: accanto a Xavi e Xabi Alonso vuole Busquets. Vuole un uomo in più pronto a fare da schermo per la difesa non appena la Spagna perde palla. Una precauzione esagerata e una mossa che limita il potenziale di questa squadra, perché costringe in una sorta di “cattività” Xabi Alonso che, partendo più avanti, da mezzala, vede la giocata di fronte molto meno di quanto non avvenga nel Real Madrid, fatto inspiegabile se si pensa che una soluzione semplicissima passerebbe per l’inserimento di Cesc al posto di Busquets e l’arretramento di Xabi Alonso davanti alla difesa. Un’ opzione più logica, ognuno nel suo habitat naturale e anche maggior supporto all’attacco: con Busquets+Alonso troppo piatti, con Cesc invece ci sarebbe un uomo più portato ad attaccare l’area in inserimento quando Villa la “svuota” con i suoi classici movimenti.
È mancata presenza negli ultimi metri, e in questo senso una soluzione probabilmente ancora più indicata (almeno quella che io adotterei dalla prossima partita con l’Honduras) sarebbe l’utilizzo di due punte. La squadra vista oggi necessita un’impronta ben più aggressiva, e questa passerebbe per un cambio di mentalità ma anche per i movimenti di Villa e Torres: alleggerire il centrocampo e schierare due punte portate ad allungare ed allargare le difese avversarie con movimenti in profondità o dal centro verso le fasce. Ciò potrebbe creare anche più spazi a rimorchio per i palleggiatori del centrocampo. Qualcosa comunque va fatto, non si può dare la colpa alla sorte o, come fatto da un Del Bosque nel pallone, agli svizzeri che si sono solo difesi (tipica patetica scusa del perdente spagnolo medio… e cosa dovevano fare, stendere un tappeto rosso davanti alla porta?).

Il promettente inizio spagnolo nella ripresa, almeno come intenzioni e come ritmo, viene stroncato dal gol che arriva nell’unica maniera oggettivamente praticabile per la Svizzera: in transizione offensiva elaborata se lo può scordare, quindi palla inattiva, nello specifico un rinvio dal fondo ben giocato perché sulla spizzata di Nkufo c’è subito Derdiyok, e a rimorchio, reattivo anche lui, arriverà in seconda battuta Gelson Fernandes a servire la doccia fredda dopo un batti e ribatti rocambolesco.
E qui la Spagna non ci capisce più nulla. Del Bosque si gioca i cambi: entra la seconda punta, Torres per Busquets come detto già prima, ma la situazione è già diversa rispetto a quella che si può presentare ad inizio partita. I quaranta minuti circa dopo il gol vengono gestiti male da una squadra sempre meno lucida nei suoi attacchi, che carica a testa bassa, sfiora anche il gol in due occasioni (fuori di poco Iniesta e traversa di Xabi Alonso che ancora trema), gioca tutto esclusivamente sugli uno contro uno sulle fasce e si affida a cross a getto continuo che somigliano a preghiere. È entrato anche Navas (errore far uscire Silva, a quel punto fai uscire Puyol, accentri Ramos e Navas te lo giochi come falso terzino), un po’ di freschezza, ma poca precisione al cross. Un po’ tutti si fiondano in area di rigore, alla rinfusa, e la squadra così perde ordine nelle transizioni e continuità di manovra regalando pure un contropiede alla Svizzera che quasi costa lo 0-2 (slalom spettacolare di Derdiyok, il più dotato dell’undici elvetico). Forse una volta che decidi di giocare a cross servirebbe Fernando Llorente, ma ad entrare Pedrito per l’infortunato Iniesta (solo una botta comunque). La Svizzera finisce senza grossi affanni, e ora la Spagna rischia di giocarsi tutto all’ultima partita con il Cile.

VALENTINO TOLA

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Una sorpresa, prima o poi, doveva pur arrivare, e la prima protagonista dell'evento è sicuramente la Svizzera, che stende i favoriti spagnoli all'esordio. Hitzfeld, senza Frei e Behrami, sceglie il 4411 con la fisicità di Derdyok, dietro l'unica punta Nkufo: il segreto della vittoria è comunque, nell'atteggiamento difensivo, la grande attenzione, e la compattezza che ha tolto la fluidità necessaria in mezzo ai maestri di palleggio spagnoli. La palla è girata, anche con discreta velocità, ma la Spagna non ha mai trovato l'imbucata centrale, proprio per il traffico organizzato dagli elvetici. Il problema è che per aprire gli spazi, quando ci si trova davanti un blocco unito e basso, in mezzo è necessario trovare profondità sui lati, quindi "spostare la difesa": il che non significa, come invece hanno fatto con continuità gli spagnoli ieri nel secondo tempo (nel primo le fasce sono state un po' troppo dimenticate), cercare l'uno contro uno (o contro due) sulle fasce (ieri Jesus Navas), per crossare. E' ovvio che nessuna difesa può compattarsi sui lati, sceglie sempre di farlo al centro, cercando di coprire le avanzate esterne: l'idea è quella di girare la palla velocemente, anche davanti all'area altrui e cambiare poi lato, "attaccare" la profondità sulle fasce per muovere la difesa, ed eventualemnte tornare al centro - dove per forze ci deve essere spazio, se le due linee si sono mosse - e trovare una verticalizzazione: è in questo centro-lato-centro-lato che i buchi si creano, e la elevatissima qualità dei passatori spagnoli può metterti davanti alla porta senza difficoltà. Ieri è successo troppo raramente e l'attenzione e l'organizzazione di Hitzfeld hanno avuto la meglio.

CARLO PIZZIGONI