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sabato 3 luglio 2010

Paraguay-Spagna 0-1: Villa 83'.


PARAGUAY (4-1-3-2): Villar; Veron, Da Silva, Alcaraz, Morel; V. Caceres (dal 40’ s.t. Barrios); E. Barreto (dal 18’ s.t. Vera), Riveros, Santana; Cardozo, Valdez (dal 28’ s.t. Santa Cruz). (D. Barreto, Bobadilla, Bonet, J. Caceres, Caniza, Ortigoza, Torres, Benitez, Gamarra). All. Martino.

SPAGNA (4-1-3-2): Casillas; Sergio Ramos, Piqué, Puyol (dal 40’ s.t. Marchena) , Capdevila; Busquets; Xavi, Xabi Alonso (dal 30’ s.t. Pedro), Iniesta; Fernando Torres (dal 10’ s.t. Fabregas), Villa. (Reina, Bonet, Arbeloa, Albiol, Martinez, Navas, Silva, Mata, Llorente). All. Del Bosque.

ARBITRO: Batres (Gua).

NOTE: spettatori 55.359. Ammoniti Piqué, Alcaraz, V. Caceres, Morel, Santana. Recupero 1’ p.t., 3’ s.t.


La Spagna eguaglia come minimo il suo miglior risultato storico, il quarto posto del 1950, ma non prima di una sofferenza atroce e di escursioni nel terreno dell’irrazionale. Nel giro di un minuto un rigore prima per il Paraguay e poi per la Spagna, entrambi falliti da Cardozo e Xabi Alonso. Ci pensa poi l’arbitro Batres a infiocchettare il tutto con dettagli visionari.
I rigori c’erano entrambi, ma a Xabi Alonso lo fa ripetere perché mezzo giocatore passa la lunetta dell’area di rigore, invece quello di Cardozo non si ripete nonostante alcuni giocatori, tutti spagnoli, situati quasi sulla stessa linea del tiratore paraguaiano al momento della battuta. Aggiungeteci poi che sul rigore spagnolo Alcaraz andava espulso (chiara occasione da gol) e che ci stava anche un nuovo rigore su Cesc al momento della ribattuta di Villar, e avrete un bel quadro surrealista.
La partita in generale è stata ancora una volta giocata male, decisamente male, dalla Spagna, squadra che avanza soprattutto grazie all’enorme qualità e a una certa personalità, un “saper competere”, acquisito dai propri giocatori, oltre a quel pizzico di fortuna indispensabile. Ingredienti finora sufficienti per andare oltre la realtà di un undici disegnato male dall’allenatore.
Ora la Germania, il rullo compressore: potrebbe far comodo alla Spagna non partire per una volta col ruolo di favorita, ed oltre a questo ha tutte le possibilità di risultare indigesta alla Germania. Tralasciando il miglior organico delle quattro semifinaliste, ha le carte in regola per addormentare il gioco a centrocampo e costringere i tedeschi, non irreprensibili in fase difensiva, a ritmi che non gradiscono. Lì, nel mezzo, starà la chiave della partita, sempre che Del Bosque se ne ricordi…
Il Paraguay esce a testa altissima, affermando la miglior organizzazione difensiva di tutto il mondiale. Non solo un fatto collettivo, è un piacere pure vedere difensori come Alcaraz o Da Silva così abili nel gestire tutti i fondamentali richiesti al difensore nelle varie situazioni, dall’anticipo alla copertura, dal gioco aereo alla chiusura laterale, dall’uno contro uno al disimpegno. È ormai una scuola questa dei difensori paraguaiani, consacrata con tutti gli onori. Anche questo è bel calcio.

Cambia la formazione (fascia destra tutta nuova, il rude Verón al posto di Bonet e il più tecnico Barreto preferito al più dinamico Vera; Santana altra novità come esterno sinistro, poi a sorpresa in attacco sia Santa Cruz che Barrios in panchina), ma i principi del gioco di Martino rimangono gli stessi. Un 4-4-2 con a centrocampo esterni non di ruolo, più propensi a stringere al centro ma comunque sempre pronti a fornire il raddoppio al terzino.
Tutto è sempre e comunque basato sul recupero del pallone e la ripartenza: può sembrare un paradosso, ma per come è congegnato il Paraguay si trova meglio con una Spagna, che gli dà proprio i punti di riferimento tattici che desidera, piuttosto che con un Giappone anch’esso portato a lasciare l’iniziativa all’avversario (infatti agli ottavi ne è scaturita la partita più bloccata di tutto il mondiale). Poi l’altezza del baricentro, la zona dove si sceglie di recuperare il pallone può variare. In questo caso il Paraguay ha scelto di pressare alto, già quando Piqué e Puyol si allargano per ricevere da Casillas. E lo ha fatto benone, conseguendo il dominio territoriale nei primi 20 minuti. Poi una volta in possesso del pallone, il Paraguay opta per il gioco diretto, attaccare le seconde palle, con Cardozo che fa da torre e Valdez che attacca gli spazi. La Spagna soffre perché più di una volta piazzata male in difesa, con un Puyol mediocre, anticipato spesso da Valdéz (il blaugrana poi è quasi dilettantesco quando cede al suo rivale l’interno per rientrare sul destro in un contropiede nel finale del primo tempo), e il Paraguay fa quasi sua la partita sfruttando palle alte e calci da fermo, vedi il gol annullato nel primo tempo a Valdez per un fuorigioco attivo di Cardozo, o anche lo stesso goffo fallo da rigore commesso da Piqué.
Nel finale, nel tentativo di acciuffare il pareggio, Martino si gioca anche Santa Cruz e Barrios, che quasi sfiorano il gol: sfarfalla e salva capra e cavoli lo stesso Casillas, prima titubante sul destro di Barrios poi provvidenziale sulla respinta di Santa Cruz.

Ma per individuare le sofferenze della Spagna bisogna sempre partire dalla sua fase di possesso. È quando ha il pallone che la Spagna deve costruire i presupposti del suo equilibrio, il resto è in buona parte una conseguenza.
E qui, sapendo di essere ripetitivo, le cose continuano a non funzionare e il centrocampo ad avere poco senso. La Spagna ha sempre sofferto a superare la prima linea avversaria, durante tutta la gara, sia quando il Paraguay pressava alto (e la Spagna colpevolmente non cercava mai il lancio alle spalle della difesa per Torres e Villa) sia quando ripiegava per la stanchezza come nella ripresa. Questo evidenzia un difetto intrinseco dalla Spagna, prima ancora del merito dell’avversario.
Al solito è capitato di vedere Piqué (sì, proprio quel Piqué che scarta i portieri con una ruleta) imbarazzato col pallone tra i piedi, più di una volta: già ci sono gli avversari, se poi ci si mettono Busquets e Xabi Alonso subito davanti, alla stessa altezza, a ostruirgli le linee di passaggio, l’azione della Spagna fa davvero fatica a progredire e rimane lì con millecinquecento tocchi orizzontali. Non si distende bene la squadra, e quando la palla filtra nella metacampo avversaria nove volte su dieci le speranze sono tutte riposte negli uno contro uno. La palla arriva troppo lenta alle corsie laterali, gli esterni devono portarla e i tempi della sovrapposizione non maturano mai.
Raccontare una partita della Spagna significa sempre ricostruire un’infinità di aggiustamenti in corsa dal centrocampo in su. Si è partiti con un 4-4-2 con Iniesta a sinistra e Xavi falso esterno a destra (orrore), e Villa riportato vicino a Torres; poi dopo dieci minuti si è tornati al 4-2-1-3 con Villa di nuovo largo a sinistra, Iniesta falsa ala destra e Xavi trequartista (orrore); infine con l’ingresso di Cesc per Torres nella ripresa si è passati a un 4-2-3-1 con Xavi, Cesc e Iniesta a fluttuare sulla trequarti, per concludere con un 4-3-3 l’ingresso di Pedro per Xabi Alonso, che ha portato Iniesta di nuovo falsa ala destra e Xavi e Cesc mezzeali.
Tanti spostamenti ma la sostanza rimane la stessa: questa squadra ha bisogno di più punti d’appoggio e linee di passaggio in zone avanzate, non per far scrivere ai giornali “Qué viva el tikitaka”, ma per una questione di equilibrio, per guadagnare campo e sicurezza. Gli unici momenti in cui Xavi (colui che dovrebbe dettare sempre i tempi e invece risulta relegato ad apparizioni sporadiche) si è trovato comodo son stati quelli in cui Iniesta è riuscito a liberarsi tra le linee e a offrirgli la sponda per vedere la giocata di fronte. Se oltre ad Iniesta a spostarsi tra le linee ci fosse Silva (desaparecido: il lebbroso nella Spagna del “Busquets e altri 10” prima era Cesc, ora è lui), Xavi avrebbe il doppio di situazioni favorevoli per sviluppare il proprio gioco e risulterebbe ulteriormente potenziato. Invece ora è l’esatto contrario, con il doble pivote e le poche linee di passaggio avanzate, è lui che si fa attirare indietro, e ciò non fa che appesantire la manovra.
Resta questo, l’inizio del gioco troppo prolisso, il problema vero della Spagna, quello di Torres (giocatore che per quanto in scarsa forma resta, considerato il contesto, tatticamente più utile del pur validissimo Llorente) a mio avviso è fumo negli occhi mediatico, anche se non si deve sottovalutare la dinamica pericolosa in cui sta entrando El Niño: un circolo vizioso, perché partita dopo partita sente sempre più una fiducia a termine (prima ti sostituisco dopo un’ora, poi dopo 50 minuti, la prossima volta a fine primo tempo, poi chissà) che lo fa giocare sempre meno tranquillo.
Sull’unica azione buona a difesa schierata arriva comunque il gol: Iniesta che parte da sinistra, salta l’uomo non in dribbling, ma dando palla dietro a Cesc e seguendo lo scambio di questi con Xavi (gran palla fatta filtrare spalle alla porta) per poi smarcarsi senza palla tra le linee, da lì saltare secco un paraguaiano in uscita dalla difesa e poi attendere con grande classe il momento giusto per liberare Pedro al tiro che finisce sul palo ma permette comunque a Villa di ribadire in rete, non prima di un altro avventuroso palo, addirittura doppio. Qui c’è tutto lo spessore di Iniesta: anche non avendo ancora recuperato il cambio di ritmo dopo la finale col Manchester United (quando un estasiato Rooney addirittura gli diede del miglior giocatore del mondo), resta un ingegno superiore, un giocatore determinante come pochi altri. La stampella, lui e gli altri talenti, di una Spagna ancora irrisolta.

VALENTINO TOLA


Spagna avanti come da pronostico e status (pochi dubbi che abbia la miglior rosa del Mondiale), tuttavia non ci si aspettavano tutte queste sofferenze. Il Paraguay difende bene ma la squadra di del Bosque continua a complicarsi la vita non riuscendo a trovare un piano chiaro per entrare nel bunker disegnato da Martino. Non solo, la Spagna ha lasciato anche tante occasioni da rete alla squadra guarani e se Oscar Cardozo non avesse calciato male il rigore del possibile vantaggio non so proprio come gli iberici avrebbero potuto rimontare. Il possesso palla non è mai efficace negli ultimi sedici metri, la Spagna tira pericolosamente in porta troppo poco: gli unici sbocchi credibili rimangono gli spunti di Villa, che parte da sinistra quasi sempre ormai, e le intuizioni di un fenomeno come Iniesta. Un po' poco, specie se si hanno a disposizione tantissime opzioni (a cominciare da un attacco a tre punte, modello Barça, che non si è ancora visto). Però, fin qui, è sufficiente.

CARLO PIZZIGONI

mercoledì 30 giugno 2010

Paraguay-Giappone 5-3 dopo calci di rigore (0-0 tempi regolamentari)


Sequenza rigori Barreto (P) gol, Endo (G) gol; Barrios (P) gol, Hasebe (G) gol; Riveros (P) gol, Komano (G) traversa; Valdez (P) gol, Honda (G) gol; Cardozo (P) gol.

PARAGUAY (4-3-3) Villar; Bonet, Da Silva, Alcaraz, Morel; Vera, Ortigoza (dal 30’ s.t. Barreto), Riveros; Santa Cruz (dal 4’ p.t.s. Cardozo), Barrios, Benitez (dal 14’ s.t. Valdez). (D. Barreto, Bobadilla, Veron, Caceres, Torres, Caniza, Santana, Gamarra). All. Martino.

GIAPPONE (4-5-1) Kawashima; Komano, Nakazawa, Tanaka, Nagatomo; Matsui (dal 20’ s.t. Okazaki), Hasebe, Abe (dal 35’ s.t. K. Nakamura), Endo, Okubu (dal 1’ s.t.s. Tamada); Honda. (Narazaki, Kawaguchi, Uchida, Iwamasa, Konno, S. Nakamura, Inamoto, Yano, Morimoto). All. Okada.

ARBITRO De Bleeckere (Bel).

NOTE spettatori 36.742. Ammoniti Matsui, Nagatomo, Honda, Endo, Riveros. Recupero: 1’ p.t., 3’ s.t.

giovedì 24 giugno 2010

Paraguay-Nuova Zelanda 0-0


PARAGUAY (4-3-3): Villar; Caniza, J.Caceres, Da Silva, Morel; Riveros, V.Caceres, Vera; Santa Cruz, Valdez (20' st Benitez), Cardozo (20' st Barrios). (Veron, Bonet, E.Barreto, Santana, D.Barreto, Torres, Lucas, Ortigoza, Alcaraz, Gamarra). All. Martino.

NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Elliott, Vicelich, Lochhead; Killen (34' st Brockie), Fallon (23' st Wood), Smeltz. (Sigmund, Brown, Moss, Barron, Mc Glinchey, Clapham, Mulligan, Boyens, Christie, Bannatyne). All. Herbert.

ARBITRO: Nishimura (Giappone).

NOTE: Giornata nuvolosa, terreno in buone condizioni. Spettatori: 45.264. Angoli: 2-0 per il Paraguay. Ammoniti: V. Caceres (P), Santa Cruz (P), Nelsen (N). Recupero: 1'pt; 3'st.



Quella del Peter Mokaba Stadium di Polokwane tutto è meno che la più entusiasmante delle partite, con uno 0-0 piuttosto spento con le due squadre che regalano poco. Nonostante tutto, è un match che tutto sommato soddisfa entrambe, perché la Nuova Zelanda chiude questo Mondiale addirittura da imbattuta, soddisfazione non da poco per la squadra che alla vigilia del torneo veniva considerata come la possibile cenerentola, mentre il Paraguay vince il girone senza mai vedere particolarmente in dubbio il proprio primo posto.

Il trend della partita è chiaro dall’inizio alla fine, con il Paraguay che sa di essere lontano da tutti i giochi pericolosi con un risultato di parità e allora sceglie di gestire il pallone con un possesso di palla continuo senza però grande qualità né grandi spunti: la Nuova Zelanda è ancora una volta ben coperta (atteggiamento dovuto anche per coprire qualche limite obiettivo sul piano tecnico) e difende bene con i giusti tempi nelle chiusure e nelle coperture, una difesa che funziona e che raramente viene messa a dura prova dall’attacco paraguaiano. Di fatto, la squadra di Martino ha quasi un monologo di possesso palla nel primo tempo ma non riesce mai a rendersi pericolosa, mentre la Nuova Zelanda dal canto suo impegna Justo Villar solo con due cross stretti ben intercettati dal portiere paraguaiano.

Nella ripresa la Nuova Zelanda prova a scuotersi con un gran tiro dal limite di Elliott che esce non di molto, ma è il Paraguay a continuare ad avere in mano il gioco, faticando ma riuscendo a creare tre buone occasioni, ben respinte da un Mark Paston che (a parte i primi 20 minuti contro la Slovacchia) ha giocato un Mondiale superbo ai limiti della perfezione, prendendosi anche delle rivincite con chi addirittura lo aveva preso in giro. E’ un Paraguay migliore rispetto al primo tempo ma che non convince del tutto, non pungendo mai con continuità: Santa Cruz gioca un match piuttosto soft, Valdez corre come sempre tanto ma non incide, mentre Cardozo paga una lentezza enorme e non riesce mai a rendersi pericoloso. Martino punta nella ripresa su Benitez e Barrios, ma anche loro non riescono a colpire.

La Nuova Zelanda forse paga per la prima volta una certa dose di inesperienza a questi livelli: la squadra infatti non riesce a tornare efficace dopo l’ebbrezza assoluta del grande pareggio arrivato contro l’Italia, apparendo un po’ scarica sulle gambe e senza idee in avanti, anche se la fase difensiva ancora una volta è stata sorprendentemente positiva. Serviva una vittoria per un clamoroso passaggio del turno e la squadra riesce a scuotersi solo negli ultimi cinque minuti, creando un paio di mischie ma ormai era troppo tardi per centrare la qualificazione: non è però troppo tardi per raccogliere gli applausi meritatissimi, perché gli All Whites hanno giocato un Mondiale memorabile, riuscendo impensabilmente a chiudere addirittura davanti ai Campioni del Mondo dell’Italia nel girone, loro che dovevano essere la cenerentola del Mondiale. Si chiude con tre punti che vedono la squadra di Herbert imbattuta, un risultato impossibile da prevedere: già il pareggio contro la Slovacchia sembrava un miracolo. La squadra che doveva subire caterve di gol per la propria inferiorità tecnica ha invece avuto una difesa superba guidata dal gladiatorio Ryan Nelsen e chiude il girone con appena due gol subiti, per giunta entrambi rivedibili: quello di Vittek della Slovacchia era in fuorigioco netto, quello di Iaquinta arrivato su un rigore assurdo.

E’ un Mondiale di calcio che ha entusiasmato il popolo neozelandese: pare infatti che un quarto della popolazione fosse sveglia in piena notte a guardare il match contro l’Italia, il che fa pensare ad una cresciuta di popolarità del calcio. Con l’uscita dell’Australia dalla Federazione oceanica, di fatto le qualificazioni per i Mondiali per la Nuova Zelanda si riducono a sole due partite vere ovvero quelle degli spareggi extracontinentali (le altre squadre oceaniche sono troppo deboli per competere), quindi è possibile che gli All Whites diventino una presenza abituale ai Mondiali: la determinazione e l’organizzazione non è mancata a questa Nazionale e chissà che questa esperienza e una crescita di popolarità di questo sport possa permettere alla Nuova Zelanda di crescere anche sul piano tecnico e magari poter proporre qualcosa di diverso. Di certo, questa avventura sudafricana vede i calciatori Nuova Zelanda tornare a casa con l’etichetta di “eroi”: chissà che la patria del cricket, con una Nazionale straordinaria nel rugby e con una ottima cultura sportiva (di tanti sport, non solo di “uno” come in alcune latitudini) non riesca ad appassionarsi anche al calcio, regalandoci una Nazionale ancora più competitiva. Herbert e i suoi hanno emozionato un popolo e non solo.

SILVIO DI FEDE

domenica 20 giugno 2010

Slovacchia-Paraguay 0-2: Vera al 27' p.t.; Riveros al 41' s.t.



SLOVACCHIA (4-4-1-1):
Mucha; Pekarik, Skrtel, Salata (38' s.t. Stoch), Durica; Sestak (25' s.t. Holosko), Strba, Kozak, Weiss; Hamsik; Vittek. All: Weiss.
Panchina: Pernis, Kucink, Zabavnik, Cech, Petras, Sapara, Kucka, Kopunek, Jakubko, Jendrisek.

PARAGUAY (4-3-2-1):
Villar; Bonet, Alcaraz, Da Silva, Morel; Vera (43' s.t. E. Barreto), V. Caceres, Riveros; Valdez (22' s.t. Torres), Santa Cruz; Barrios (37' s.t. Cardozo). All: Martino.
Panchina: D. Barreto, Bobadilla, Veron, Caniza, J. C. Caceres, Santana, Ortigoza, Benitez, Gamarra.

ARBITRO:
Maillet

NOTE:
ammoniti Weiss, Durica, Vera, Sestak


Buon Paraguay. Conosce i suoi limiti, razionale e concreto. Allucinante la pochezza slovacca.

Se contro l’Italia avevamo visto il Paraguay classico, che fa leva sulla difesa, contro la Slovacchia i sudamericani hanno avuto il merito di saper cambiare registro, facendo la partita in maniera convincente. Sia chiaro, i limiti qualitativi a centrocampo non si possono superare, e così anche in questa gara condotta all’offensiva, il Paraguay parte comunque dalla sua fase di non possesso, dal pressing alto peraltro già apprezzato anche in alcune fasi con l’Italia.
Pressing alto e poi gioco palla a terra ma abbastanza verticale e diretto sulle punte, che stavolta sono tre, sono ottime e sostengono il baricentro della squadra. Lucas Barrios è quello più avanzato, quello che vede meglio la porta ma che è anche bravo a proteggere palla, svariare un minimo e dialogare palla a terra; Santa Cruz è il più arretrato, il più simile a un trequartista per qualità tecniche (non per caratteristiche tattiche naturalmente), può portare palla e, partendo defilato da sinistra, anche ripiegare in fase difensiva (sulla fascia opposta invece chiude Vera); Nelson Valdez (non un idolo di chi scrive), ronza come una zanzara negli spazi che gli aprono di volta in volta i movimenti di Barrios e Santa Cruz, dando anche lui una mano in copertura grazie a polmoni inesauribili.
Il lavoro delle tre punte è fondamentale perché spalle alla porta anticipano costantemente i difensori slovacchi offrendo una sponda ai centrocampisti. Il resto lo fa la compattezza del blocco paraguaiano, sempre pronto ad accorciare non solo in fase difensiva. Esemplare Vera, autore del gran gol che sblocca la partita: giocatore dai piedi discutibili (per quanto il tocco d’esterno con cui conclude a rete sia notevole) ma assai prezioso per il dinamismo e l’intelligenza nel coprire e attaccare gli spazi senza palla. La dinamica dello 0-1 riassume il buon primo tempo degli uomini di “Tata” Martino: pressing, recupero alto, appoggio sull’attaccante (Barrios), inserimento dal centrocampo, gol.
Nella ripresa la proposta paraguaiana cala un po’ d’intensità, baricentro un po’ più basso, per cui Martino decide di premunirsi togliendo le tre punte (fuori Valdez), avanzando Santa Cruz e inserendo un esterno di ruolo (in origine pure terzino) sulla sinistra, Aureliano Torres.
Non soffre minimamente il Paraguay e nel finale torna all’attacco per infliggere il colpo di grazia, rinvigorito davanti dall’ingresso di Cardozo, con il raddoppio firmato Riveros (neo-acquisto del Sunderland).
Della Slovacchia c’è poco da dire: non sembra una squadra di calcio. Assoluta disarmonia e incomunicabilità totale fra i reparti. Passaggi a ritmo da lumaca fra difensori che talvolta sembrano bambini al primo contatto con un pallone, assenza di punti di riferimento che annichilisce i giocatori di maggior talento, Hamsik e Weiss. Il napoletano non sa che pesci pigliare: la sua squadra non sa fare uscire il pallone dalla difesa, per cui Hamsik non può essere attivato, poi l’assenza di appoggio dall’attacco toglie anche ogni possibilità di inserimento, la specialità della casa. Questo senza dimenticare le lacune di personalità comunque evidenziate da Hamsik in queste due partite. Più vivace Weiss, ma anche lui si perde, perché con una squadra impostata così i suoi dribbling avvengono tutt’al più all’altezza della metacampo e spalle alla porta, e restano perciò inutili.

VALENTINO TOLA

lunedì 14 giugno 2010

Italia-Paraguay 1-1: 39' Alcaraz; 63' De Rossi.


ITALIA (4-2-3-1): Buffon (dal 1’ s.t. Marchetti); Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; De Rossi, Montolivo; Pepe, Marchisio (dal 14’ s.t. Camoranesi), Iaquinta; Gilardino (dal 28’ s.t. Di Natale). (De Sanctis, Maggio, Bonucci, Bocchetti, Pirlo, Palombo, Gattuso, Di Natale, Quagliarella, Pazzini). All. Lippi.

PARAGUAY (4-4-2): Villar; Veron, Da Silva, Alcaraz, Morel; Vera, Riveros, Caceres, Torres (dal 15’ s.t. Santana); Barrios (dal 31’ s.t. Cardozo), Valdez (dal 23’ s.t. Santa Cruz). (Barreto, Bobadilla, Caniza, Caceres, Bonet, Ortigoza, Barreto, Benitez, Gamarra). All. Martino.

ARBITRO: Archundia (Mes).

NOTE: spettatori 62.869. Ammoniti Caceres, Camoranesi. Recupero: 1’ p.t.; 3' s.t.

L'Italia? Tutto Pepe. Battuta facile, ma non certo scontata: alzi la mano chi, alla vigilia, si aspettava un prestazione del genere da parte del primo rinforzo juventino. Novanta minuti trascorsi a correre per il campo, avanti e dietro, a destra e a sinistra, sempre alla ricerca della sfera, che sarà anche brutta, cattiva, leggerissima e quant'altro, ma è pur sempre la palla dei Mondiali: quando mai, Simone, ti ricapiterà di accarezzarla? Forse mai più, quindi ascolta Orazio e carpe diem.
Di Pepe e dei suoi quattro polmoni si parlerà più avanti, perché è giusto raccontare la partita dal principio. Che per gli incontri tra Nazionali è l'inno: quello italiano, poi quello paraguagio. Camoranesi, «El Tata» Martino, Barrios e Santana vorrebbero ascoltare «¡Oíd, mortales!», ma fa nulla: Archundia fischia, inizia il Mondiale italiano. Gli Azzurri prendono subito in mano le redini della partita, distribuendo il gioco sulle fasce: Pepe a destra e Iaquinta a sinistra, nel 4-2-3-1 iniziale, godono del supporto dei terzini (più Criscito di Zambrotta, con il genoano bene anche in fase di ripiegamento) e producono alcuni interessanti traversoni su cui Gilardino non viene però pervenuto. Con il passare dei minuti emergono le lacune della coppia centrale, in seria difficoltà quando costretta ad impostare perché impossibilitata a servire De Rossi e Montolivo, ma l'Italia continua a fare la partita e propone alcune variazioni tattiche per ovviare all'arcigna difesa dell'Albirroja: Marchisio si defila a sinistra, consentendo a Iaquinta di stringere al centro per far coppia con Gilardino. Con il primo 4-4-2 l'Italia pare andar meglio: Iaquinta porta chili e centimetri in area, lasciando a Marchisio ogni compito di copertura. Insomma, quando mancano ormai pochi minuti al termine della prima frazione l'andazzo dell'incontro è chiaro a tutti, con l'Italia che schiaccia il Paraguay nella propria metà campo ed i biancorossi capaci in fase difensiva ma a disagio quando si tratta di ripartire. Perché la partita si sblocchi, come spesso accade, è sufficiente un episodio: in questo caso un calcio di punizione in cui la retroguardia azzurra va a chiudersi nell'area piccola, consentendo ad Alcaraz (un firma con la Fiorentina nel 2002, poi cancellata dal fallimento della Viola) l'inzuccata del vantaggio. Intervallo amaro, con Lippi costretto ad utilizzare il primo cambio - Buffon e il nervo sciatico, accidenti! - ma determinato a rimettere in piedi l'incontro passando al 4-3-3.
Il secondo tempo inizia con Pepe a sinistra, Iaquinta a destra e Marchisio nuovamente a centrocampo, anche se solo per pochi minuti: l'esperimento-trequartista proprio non va, e così l'ingresso di Camoranesi al posto di Marchisio riporta l'Italia al tanto amato 4-4-2, con Iaquinta finalmente libero di appoggiarsi ad un centravanti, nonostante quella di Gilardino sia una serataccia. Non che alla punta juventina vada meglio: in difficoltà sull'esterno, sempre alla ricerca di un dribbling che non arriva, combina davvero pochissimo riuscendo comunque ad ottenere fiducia da Lippi, che gli regalerà 90'. Dicevamo del 4-4-2, che permette all'Italia di proseguire l'opera sugli esterni, ora diretta dal più idoneo Camoranesi. Nonostante tutto il buon lavoro degli Azzurri, perché il pareggio arrivi è necessaria un'uscita a farfalle di Villar, che consente a De Rossi d'insaccare il pallone in rete. E qui bisogna riaprire la parentesi su Pepe: l'angolo nasce grazie ad un filtrante di Iaquinta a lui indirizzato ma chiuso in corner dal difensore paraguaiano, e proprio quando la palla esce Pepe si avventa sulla sfera e la posiziona sulla lunetta del calcio d'angolo, rapido e affamato, perché il pareggio è prima di tutto un dovere, e poi anche un piacere da condividere con gli umidi - diluvio su Città del Capo, e c'era anche il rischio di un esordio imbiancato dalla neve - abbracci dei compagni.
Tutto questo avviene al 63', con mezz'ora (recupero compreso) di gioco davanti, ma le gambe si fanno più pesanti ed i maratoneti perdono lucidità. Rimane un Cannavaro in grande spolvero, con Zambrotta che volentieri affonda a destra per rievocare i trascorsi juventini comuni al compagno d'azzurro Camoranesi, mentre «El Tata» Martinez butta nella mischia gli acciaccati Santa Cruz e Cardozo alla ricerca di un clamoroso gol della beffa. Per sua sfortuna, Marchetti rimane inoperoso: è 1-1.
Focalizzando l'attenzione sull'Italia, inutile sottolineare l'inadeguatezza del 4-2-3-1: Marchisio è un pesce fuor d'acqua in quella posizione, mentre Iaquinta non garantisce un sufficiente contributo in fase di non possesso. Meglio, molto meglio con il classico 4-4-2: Pepe a sinistra ha dimostrato di saperci stare, mentre Camoranesi ingranerà man mano o perderà il posto in favore di Maggio. Nota positivissima, la spinta dei terzini: Criscito prima, Zambrotta poi, si sovrappongono in continuazione, creando situazioni interessanti sulle corsie esterne da cui potrebbe trarre enorme vantaggio Pazzini, colpitore di testa superiore a Gilardino. Conclusione dedicata a Montolivo, perché il ragazzo ha doti indiscutibili, ma anche stavolta gli è mancata la personalità necessaria a questi livelli: il ritorno di Pirlo dovrebbe risolvere il problema, visto e considerato il roccioso De Rossi con cui avrà la fortuna di far coppia.

ANTONIO GIUSTO

~

L'esordio italiano era contro l'unica squadra degna del girone e un pari accontenta entrambe. Sull'idea che sento un po' ovunque circa la conduzione totale del match da parte dell'Italia non sono essattamente d'accordo: controllare una partita non significa solo avere la palla tra i piedi. Più che altro è condurre il ritmo partita e possedere i vantaggi territoriali nelle zone pericolose. Ecco, se partiamo da qui, non è che il Paraguay, almeno finché aveva benzina è andato sotto con gli Azzurri, anzi. L'Italia è rimasta incapace di offrire un calcio fluido, ha pescato quello che il Paraguay gli ha concesso, spesso le fasce: ma gli uomini di Martino non hanno mai sofferto: io ho registrato solo tiri telefonati da fuori e uno solamente, pericoloso, di Montolivo. A proposito dell'uomo di Caravaggio, rimango perplesso della sua posizione centrale in quel 4231: non delle sue capacità e potenzialità, quanto dei benefici che può dare a questa squadra giocando lì. Non ha sempre ritmi di giocare per velocizzare l'azione e tutto viene appesantito se Marchisio è costretto a evoluire dietro la punta, lui che è sì un incursore ma non "vede" calcio in anticipo come una mezzapunta. Manca quindi profondità e verticalizzazioni veloci, un po' meglio è andata con le due punte, ma proprio un po', tanto che Villar non è mai stato impensierito. E' dunque chiave il recupero del miglior Pirlo per proseguire al meglio nel Mondiale.

Bene il Paraguay, almeno finché ha pressato in mezzo: è rimasto compatto ha concesso qualcosa sugli esterni senza mai soffrire, ha trovato il gol su calcio da fermo (sempre ben preparati dal Tata Martino) e ne ha preso uno per un errore di Villar in uscita, un errore non da lui, specie a questo livello. Buonissima la fase di pressione immediata dopo la perdita del pallone, che ha inibito il contro gioco di questa Italia con poca qualità. Male invece davanti: se i due attaccanti, specie Valdes, hanno contribuito e bene alla fase di pressione, sono mancate però le loro giocate nelle ripartenze e non possedendo qualità in mezzo è chiave il ruolo delle punte, che devono pulire l'apertura e giocare per gli inserimenti. Un punto e una buona figura cercava Martino, e ora ha davanti due squadri mediocri per passare il turno.

CARLO PIZZIGONI

~

In nazionale contano le prove giuste al momento giusto. Il campionato propone tanti calciatori, il CT ne convoca altrettanti, sta a te fare la partita buona nel momento buono per entrare nel giro. Puoi fare anche un anno pessimo, il CT di turno ti telefona di sicuro. Riguardo alla nazionale italiana di ieri, questo discorso vale per due motivi: la totale estraneità al ruolo di alcuni calciatori e la loro imperfetta forma fisica da una parte, la consacrazione di altri giocatori che possono diventare titolari a lungo dall’altra.
Per quanto riguarda il primo argomento, è palese che Iaquinta può giocare all’ala solo se è in perfetta salute come nel 2006, quando Lippi lo ha provato lì e lì se ne innamorato, che Marchisio, provato in quel ruolo da Lippi nella partita di Tiblisi del 5 settembre 2009, vinta 2-0 da Kaladze, non ha il passo rapido per smarcarsi con la palla e servire un attaccante. Ma le partite che marchiano a fuoco sono una manna per chi cerca un posto al sole. E ieri è anche nato il numero 8 del nostro futuro, Montolivo, in coppia con De Rossi saranno i nuovi Dino Baggio-Albertini degli anni 10, Pepe sarà l’ala tornante pelata, in ricordo del Domingo nazionale, Criscito il nuovo numero 3 che aspettavamo dalla finale del 2006.
Le partite della Nazionale creano illusioni e verità. Col Paraguay c’è stato il bello e il brutto.

JVAN SICA