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domenica 11 luglio 2010

SPAGNA CAMPIONE DEL MONDO.

OLANDA-SPAGNA 0-1 (0-0 dopo tempi regolamentari)



MARCATORE:
Iniesta all’11’ s.t.s.

OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst (dal 15’ p.t.s. Braafheid); Van Bommel, De Jong (dal 7’ p.t.s. Van der Vaart); Robben, Sneijder, Kuyt (dal 25’ s.t. Elia); Van Persie. (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Ooijer, De Zeeuw, Schaars, Afellay, Babel, Huntelaar). All. Van Marwijk.

SPAGNA (4-1-4-1): Casillas; Sergio Ramos, Piquè, Puyol, Capdevila; Busquets; Pedro (dal 14’ s.t. Navas), Xavi, Xabi Alonso (dal 42’ s.t. Fabregas), Iniesta; Villa (dal 1’ s.t.s. Fernando Torres). (Reina, Valdes, Marchena, Albiol, Arbeloa, Martinez, Silva, Llorente, Mata). All. Del Bosque.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 84.490. Espulso Heitinga per doppia ammonizione al 4’ s.t.s.. Ammoniti Van Persie, Puyol, Van Bommel, Sergio Ramos, De Jong, Van Bronckhorst, Heitinga, Capdevila, Robben, Van der Wiel, Mathijsen, Iniesta, Xavi. Recupero 2’ p.t. 3’ s.t.; 1’ p.t.s., 2’ s.t.s.


Dopo l’Europa, il mondo. Come la Germania 1972-1974 e la Francia 1998-2002, anche la Spagna consegue la doppietta fra titolo continentale e mondiale. Si può parlare ufficialmente di un ciclo. Naturalmente lo si vuole anche etichettare questo ciclo, per una questione di comodità, e l’etichetta più in voga è sicuramente quella del “tikitaka”, inteso come gioco propositivo, avvolgente e basato sul possesso-palla non solo come strumento per aprire spazi nella difesa avversaria schierata, ma anche come premessa fondamentale dell’equilibrio difensivo. Si può pensare che, fra nazionale e club, in tutti questi anni, tale stile di gioco si sia affermato come quello più riconoscibile e originale nell’intero panorama europeo.
E questo, si badi bene, è un discorso che viene prima dell’eventuale giudizio estetico, sempre e soltanto soggettivo, che si può avere su una simile proposta. È come per le correnti artistiche: il sottoscritto il cubismo non lo apprezza proprio (anche se si trova sempre un tizio che agita il ditino ammonitore esclamando “ma come, questo è un Picasso!”), ma non può comunque negare la rilevanza che ha avuto all’interno della sua disciplina.
La Spagna del calcio degli anni ’90 e ‘2000 (che trova il proprio momento fondante nella Quinta del Buitre prima e nel Dream Team di Cruijff poi) ugualmente ha creato una propria cultura, l’ha coltivata (al di là delle ricorrenti considerazioni superficiali della stampa specializzata e dei tifosi iberici su cosa è buon calcio e cosa no), l’ha difesa, l’ha affermata, e ha raccolto i frutti che meritava. Tuttavia, per quanto riguarda questo mondiale, non sono d’accordo con chi parla della vittoria di una filosofia.
La filosofia di gioco infatti c’era, ma è stata applicata in maniera convincente così poche volte (sostanzialmente contro la Germania e nei 20 minuti iniziali con il Portogallo) che non si può dire che si tratti di una vittoria della stessa, dell’affermazione di un modello, come avvenne invece nelle ultime due gare dell’Europeo 2008 o nelle vittorie del Barcelona a livello di club. Si può parlare invece della giusta consacrazione di una generazione di calciatori difficilmente ripetibile, tutti accomunati da uno stesso linguaggio calcistico e tutti portati soprattutto a mettere il loro talento al servizio del collettivo. Tre i nuclei fondamentali: quello del vittorioso Mondiale Under 20 del 2000, con Iker Casillas e Xavi (e anche Marchena, ma in panchina), quello emerso verso la metà del decennio, con Fernando Torres, Iniesta, Xabi Alonso e Villa, e infine quello della seconda metà degli anni 2000, coi Sergio Ramos, Piqué, Busquets, Silva, Pedro & C.
Tutti accomunati dalla stessa cultura, segno che qualcosa si è saputo costruire al livello della cantera (nonostante nazionali giovanili spesso raccogliticcie sul piano dell’organizzazione), al di là della straordinaria concentrazione di talento. Son giocatori con le idee chiare, “istruiti” oltre che talentuosi, facilmente portati ad amalgamarsi in base a queste caratteristiche (la Spagna di Aragonés arrivò a giocare a memoria non certo perché Luis stava lì tutto il giorno a organizzare tattiche in laboratorio come un Bielsa…). Del Bosque, la cui gestione ribadisco che continua a non entusiasmarmi, ha avuto se non altro il pregio di rispettare questo patrimonio.

Fatta la dovuta premessina-panegirico, non possiamo non sottolineare la bruttezza di questa finale. Bruttezza merito dell’Olanda, che cercava proprio una partita meno fluida possibile, in un intento prevalentemente ostruzionistico e oltrepassando spesso i limiti che separano il semplice agonismo dal gioco scorretto. Ha fatto sguazzare la Spagna nel non-gioco e ha avuto pure le sue occasioni, in una partita segnata da un arbitraggio discutibilissimo che ha colpito da entrambe le parti.

Confermate le formazioni-tipo, i primi dieci minuti sembrano preannunciare un chiaro dominio spagnolo, con un colpo di testa di Ramos su calcio piazzato dalla destra salvato da Stekelenburg, un tiro-cross sempre di Ramos che attraversa pericolosamente l’area piccola olandese e un sinistro al volo di Villa sull’esterno della rete sul conseguente calcio d’angolo. Ma è un’illusione, perché le Furie Rosse entrano presto nelle sabbie mobili.
L’Olanda anti-Spagna pratica una zona molto poco ortodossa, quasi a uomo, anche se la zona in cui ricevono gli spagnoli rimane comunque il principale riferimento per le marcature. Quando la Spagna ha il pallone, De Jong (più spesso di Van Bommel) è l’ombra di Xavi, Van Bronckhorst segue Pedrito fino ad accentrarsi o salire tantissimo abbandonando la posizione di terzino sinistro e a coprirlo è Kuijt, che segue invece Ramos. Personalmente non è un tipo di difesa che mi faccia impazzire, preferisco una zona pura che prescinda da marcature individuali (ad esempio quella proposta dal Giappone) per difendere in blocco mantenendo sempre le distanze corrette fra i giocatori e fra i reparti, cercando di intercettare le linee di passaggio prima che inseguire l’avversario. Però va detto che l’Olanda interpreta questo suo gioco con notevole concentrazione.
Giocando praticamente uomo contro uomo, il primo duello perso rischia di farti trovare tutto scoordinato col resto della squadra, però gli olandesi duello dopo duello riescono ad impedire alla Spagna di fare il suo calcio, spesso e volentieri ricorrendo alla violenza. Anche questo va riconosciuto, soprattutto di fronte a precedenti come Svizzera e Paraguay che hanno anche loro annullato il gioco spagnolo, ma in maniera nettamente più pulita e tatticamente raffinata.
Fra entrate intimidatorie e proteste continue, è l’Olanda più “sporca” che mi sia capitato di vedere da quando seguo il calcio. Fra le tante prodezze di una partita chiusa con nove ammonizioni (!) e un espulso nelle file oranje, allucinante l’entrata a tacchetti spianati di De Jong sul petto di Xabi Alonso, che già nel primo tempo avrebbe dovuto lasciare l’Olanda in dieci, tanto più quando avviene sotto gli occhi di Webb situato proprio a due passi. A questo (e a un giallo scampato da Sneijder, che coi tacchetti ci va sulla coscia di Busquets) durante i 120 minuti, e non proprio verso la fine, si sarebbe potuta anche aggiungere una seconda ammonizione per Van Bommel, francamente sgradevole per la reiterata durezza delle entrate e gli atteggiamenti sempre antipatici tanto verso i giocatori avversari come verso l’arbitro.
Non sarà ortodossa, ma comunque l’Olanda in questo modo riesce ad accorciare tantissimo lo spazio giocabile, come non era riuscita a fare la Germania. A differenza dei tedeschi pressa subito i difensori spagnoli, impedisce ad Iker di giocare corto dal fondo e soprattutto non concede lo spazio tra le linee. Anche se attraverso la zona imbastardita di cui sopra, l’Olanda toglie alla Spagna la chiave tattica della gara contro la Germania, ovvero gli appoggi sulla trequarti di Pedrito “alla Silva” e di Iniesta.
Gli oranje spezzano del tutto la continuità d’azione spagnola (nemmeno due passaggi di fila, zero cambi di gioco), e portano la gara nel terreno prediletto, rendendola irregolare e nervosa.
Poi si riesce pure a tenere palla un po’ di più, con Stekelenburg che non ha nessuna fretta a cincischiare passandosela coi difensori (anche questo fa brodo nella battaglia per assicurarsi il controllo del tempo oltre che dello spazio, le due dimensioni fondamentali del gioco), ma soprattutto riesce ad attivare Kuijt e Robben in zone più avanzate. Un fattore di stress notevole per la Spagna, che per contenere il buon Arjen (cervello calcistico limitatissimo, ma gambe e piedi cui è quasi impossibile stare dietro) deve mandare dai due ai quattro giocatori (!), fra i ripiegamenti di Iniesta e Pedrito in aiuta a Capdevila e gli slittamenti laterali di Xabi Alonso e Puyol.
E Robben nel recupero si rende protagonista del primo avvicinamento serio alla porta di Casillas, classico movimento a rientrare sul sinistro e conclusione da fuori verso il primo palo deviata in angolo.

La ripresa testimonia ancora di più come l’Olanda si trovi comoda in una partita inguardabile. Della Spagna non si hanno notizie, mentre gli arancioni esaltano il proprio ostruzionismo fino al punto di trasformare l’ossimoro in realtà, inventando la “sportività antisportiva”. Sempre il mitico Van Bommel: la Spagna sta attaccando sulla trequarti avversaria, butta il pallone fuori per far soccorrere un giocatore, e a quel punto Van Bommel non solo lo restituisce lontanissimo (cosa che purtroppo fanno tutti), ma evita apposta di restituirlo a Casillas, per destinarlo invece, con un sapiente tocco d’esterno in fallo laterale, vicino all’area spagnola, per dare agli olandesi il vantaggio di poter salire a pressare la rimessa. Il labiale di Xavi, colto dalle telecamere e rivolto proprio all’ex compagno blaugrana, è inequivocabile: “y también va a presionar, ¡mamón!”.
Si cita quest’episodio giusto per passare il tempo, perché non succede nulla, almeno fino al 61’. È un classico di queste gare che chi inizia con l’idea di fare la partita e si veda frustrato alla fine sia più propenso a cadere nelle distrazioni e concedere l’episodio letale. Avrebbe potuto esserlo la fuga di Robben, ispirata da un lancio di Sneijder che coglie la difesa spagnola larga al centro: Arjen saluta tutti, ma non è sufficientemente freddo davanti a Casillas. Uno degli episodi decisivi della serata.
Una gara che col passare dei minuti comincia ad aprirsi, perché influisce la stanchezza. L’Olanda può sempre meno praticare quel gioco di duelli intensissimi e di pressione individuale asfissiante (più dispendioso di una zona ben fatta). Quindi ripiega mantenendo più riconoscibili le due linee di difesa più riconoscibili, presidiando più che che andando a caccia dell’avversario, ma gli spazi aumentano, è fisiologico.
Questo cambia anche le esigenze degli allenatori: è un momento in cui ci si può giocare maggiormente la carta della velocità e degli uno contro uno, e praticamente tutti i cambi risponderanno a questa logica. La prima mossa è di Del Bosque, con Navas al posto di Pedrito (che certo non ha replicato la brillante prova con la Germania). Il sevillista ti dà meno soluzioni tattiche, ma è più dotato. Da lui nasce l’occasionissima che Villa, servito da un’incredibile ciccata di Heitinga, spreca sottoporta al 69’. Anche Van Marwijk ragiona così, velocità e dribbling, quindi dentro lo spettacolare Elia.
Ramos al 76’ fallisce un’altra ghiotta occasione (su un calcio d’angolo non lo marca nessuno ma lui di testa manda sopra la traversa), al 77’ Iniesta rischia per una reazione su Van Bommel, ma la bomba è all’82’, su un casuale ma affilatissimo contropiede olandese: ancora Robben sbuca e si beve tutti i metri di vantaggio di Puyol, va come un treno ma non riesce a dribblare Casillas. Episodio piuttosto sospetto, perché Puyol allunga un braccio su Robben lanciato, sarebbe trattenuta ed espulsione, ma l’olandese resta in piedi (molto sportivo nell’occasione, o forse solo pienamente convinto di poter segnare) e scappa.

Altri cambi all’insegna del “ci sono gli spazi, giochiamocela”. Cesc per Xabi Alonso è giusto, nell’intento di dare una proiezione più verticale al gioco spagnolo. Idem Van der Vaart per De Jong nel primo tempo supplementare, al 99’: De Jong è già ammonito, poi la squadra è stanca, non può accorciare più come prima, allora tanto vale mettere nel cuore del centrocampo il madridista, che certamente aumenta le possibilità di rilanciare l’azione.
Con questi spazi nei supplementari la gara comincia a pendere leggermente verso la maggior qualità della Spagna (che reclama un rigore su Xavi al 91’: a me non sembrava tale, poi la moviola della RAI fatta da un ex-arbitro dice che invece c’era, e allora non so cosa pensare), grazie anche alla freschezza di Cesc e Navas. Cesc si mangia un gol al 94’ su un contropiede che permette a Iniesta di smarcarlo davanti a Stekelenburg: errore analogo a quello di Robben nei tempi regolamentari, scarsa freddezza.

Il secondo tempo supplementare vede l’ingresso di Torres al posto di Villa, anche questo giusto perché il Guaje non ne ha più e soffre comunque tutta la serata nella posizione di punta “troppo unica", costretto eccessivamente ad appoggiare spalle alla porta e mai liberato nelle percussioni che preferisce, partendo dalla fascia o pochi metri fuori dall’area.
Dai e dai, l’Olanda rimane in dieci uomini: secondo giallo al 106’ per Heitinga, nemmeno il più cattivo degli olandesi (poi Webb grazierà Robben, a norma meritevole anche lui della seconda ammonizione per aver concluso a gioco già fermo), ma sicuramente l’anello debole della difesa. Giocatore fisicamente esuberante, dotato pure di discreta tecnica, ma con letture difensive che troppo spesso lasciano a desiderare. Meglio, molto meglio, Mathijsen, il migliore in campo per gli olandesi: solitamente snobbato e accompagnato dall’ingeneroso ritornello “eh, ma al suo posto un tempo c’era Krol”, il mancino dell’Amburgo ci mette concentrazione, tempismo, sobrietà e in alcuni momenti persino eleganza, mantenendosi su standard di gioco pulito alieni a molti dei suoi compagni.
A quattro minuti dalla fine Iniesta entra nella storia, al termine di un’azione confusa e di nervi tipica di queste partite quando arrivano ai supplementari. C’è anche un siparietto di protesta degli olandesi, che reclamano a ragione per un calcio d’angolo clamorosamente non visto, ma avvenuto quasi due minuti prima…

VALENTINO TOLA

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FURIE...COMMOSSE!

Minuto 116, Iniesta sta per scoccare il dardo che si rivelerà vincente ed in quei lunghissimi, interminabili istanti riavvolgo il nastro della memoria, come il morente che vede passarsi davanti tutta la vita in un attimo prima di tirare le cuoia, e la Spagna calcistica degli ultimi 25 e passa anni, intesa come nazionale maggiore, mi scorre veloce con il suo carico beffardo di momenti che non arrivavano mai per il gioco crudele del destino e per la pervicace mattanza arbitrale cui di tanto in tanto era sottoposta la roja, rossa di vergogna, rossa dall'ira.
Quando l'Andrès manchego è solo a due lettere dal riscrivere la storia, una gomitata mi sconquassa l'anima, un colpo secco, un residuale storico che giunge nella frescura sudafricana dalla canicola americana, da quel vulcano di lava bollente di Foxborough quando il 9 luglio di sedici anni orsono un energumeno chiamato Tassotti assesta un colpo di una violenza e viltà inaudita spaccando la faccia ad un Luis Enrique grondante di sangue, lacrime e vendetta e scippando sotto gli occhi freddi e calcolatori del pannonico Sandor Puhl una qualificazione alle semifinali che sarebbe stata sancita dal rigore solenne più radiazione del pessimo terzino destro. Episodio che invece consentì alla "Banda Bassotti", anzi, scusate, "Banda Tassotti" di arrivare sino alla finale dopo che nel turno precedente (ottavi) si era sfruttata l'occasione di rimanere aggrappati al mondo dalle scale dell'aereo del mesto ritorno, tramutando il oro il torello da spiaggia di Oliseh e soci nigeriani per arrivare ad affrontare la Spagna di Clemente.
La storia recente ci aveva già raccontato dei rigori di Puebla nei quarti contro il Belgio, ci avrebbe poi deliziato delle papere di Zubizarreta in Francia, della combine in Corea del Sud-Giappone, dello scontro troppo anticipato con la Francia quattro anni fa senza dimenticare incidenti di percorso vari agli Europei.
Quindi, quel pugno alla malvagità inaudita della storia che stava per assestare il più mite e timido degli spagnoli, sembrava proprio un tardivo e parziale "recupero crediti" da parte di un'intera nazione beffata dal Dio Pallone per troppe, troppe volte.
E così, il più mite e timido, come dicevamo, aveva finalmente l'occasione per fare almeno in parte giustizia e con tutta l'acqua cheta che si portano dietro i taciturni, rompeva i ponti, anzi il ponte con il passato e la storia che al minuto 116 veniva definitivamente riscritta e riveduta a livello mondiale. Non più spagnoli strepitosi nelle qualificazioni e nell'avvicinamento ai mondiali, ora anche tremendamente efficaci e che a colpi di uno a zero si beffavano passo dopo passo di avversari e destino come nel più classico esempio di contrappasso.
Un finale che non poteva essere diverso per una generazione di fenomeni che sta creando parecchie illusioni e che sta godendo del plauso sincero e meritato di gran parte del mondo del calcio, e a livello planetario. Calciofili, addetti ai lavori, semplici spettatori sono concordi (quasi tutti) sul valore assoluto di questa generazione di calciatori e di questa filosofia di gioco.
Una finale quasi annunciata dal sottoscritto al momento di stilare una griglia personale di favorite (articolo sul blog) nella quale l'Olanda ha fatto quasi tutto al meglio delle proprie potenzialità contro una squadra che ha già fatto la storia (e la doppietta Europeo-Mondiale) e che probabilmente segnerà un'epoca per stile di gioco e risultati in virtù dell'enorme ricambio e della gioventù di gran parte dei 23 della spedizione sudafricana.
L'Olanda è stata spazzata via, durante le gare di questo mondiale, da giudizi superficiali, poco professionali e ingiusti da parte dei media televisivi, stampa e addetti ai lavori continuando ad essere paragonata ad una generazione che mai più tornerà con così tante figure mitologiche e con cotanta capacità di segnare un periodo storico del calcio pre-moderno. Come si fa a prendere ad esempio l'Olanda di Cruijff, Rensenbrink, Rep, Krol, Neeskens, Suurbier, i gemelli Van de Kerkhof, Haan, Van Hanegem...? Come si fa a porre l'asticella dei paragoni così in alto? Mi sembra oggettivamente una questione su cui non stare a dilungarsi nemmeno un secondo in più: QUELLA ERA E RIMARRA' UNA GENERAZIONE DI STELLE INARRIVABILE PER UN PAESE DI POCO PIU' DI 16 MILIONI DI ABITANTI... ! Punto!
L'Olanda d'oggi è un'Olanda dotata, tecnica al punto giusto, solida nei reparti che, prima della finale, aveva inanellato ben 25 risultati utili comprese le 8 vittorie nel girone qualificativo a 5 squadre che aveva proiettato gli orange in Sudafrica con il 100% dei punti (come la Spagna). Paesi Bassi non tremendamente spettacolari ma assiduamente tentacolari con un gioco sparagnino, votato più al fatto che alla dimostrazione, alla giostra libera dell'ultimo Europeo si è aggiunta la cassa dove si deve pagare il biglietto per divertirsi. Un pedaggio che via via, hanno dovuto pagare Danimarca, Giappone, Camerun e Slovacchia prima della "montagna russa" verdeoro su cui i giostrai arancioni sono saliti (loro) per poi scendere senza vertigini, anzi facendo piangere i fanciulli sudamericani. Un ultimo colpetto con l'Uruguay e poi spediti verso i toreri arrivando laddove si era spinta e spenta la generazione dei Cruijff, ma con l'onore delle armi e resistendo alla Spagna come nemmeno la Germania dell' 8-1 all' Argentinghilterra aveva potuto vantare qualche giorno prima.
La gara invero poco spettacolare, ha ricalcato il copione di mille finali dove la posta in palio rende anche il "volatile" e "volubile" Jabulani una palla medica e i piedi più fini sembrano usciti dal ferramenta.
Il filo conduttore che aveva accompagnato le uscite iberiche è stato sapientemente e brutalmente allentato dalla tattica raccolta olandese e dalle mazze chiodate di De Jong e Van Bommel pronte ad infliggere colpi da calcio uruguagio che fu, con un Webb preso in mezzo tra l' applicare la sanzione e scatenare la reazione o dare l'occasione per una nuova redenzione. Optando per la seconda si è inghiottito almeno un paio di rossi profondamente rossi che persino Dario Argento sarebbe inorridito. Prima Van Bommel solleva letteralmente da terra Iniesta come una una macchina tosaerba fa saltare in aria i fili d'erba (ma Iniesta è comunque un corpo solido, benché esile), poi De Jong decide di azzannare il cuore di Xabi Alonso con una "Cantona" d'autore. Sempre nel finale di tempo poi, Sneijder decide di dissimulare un intervento fallosissimo ed intenzionale con un colpo di prestigio (si rotola a terra tarantolato per indurre l'arbitro a pensare che l'mpatto sia stato contemporaneo a Busquets mentre il fallaccio è solo suo) imparato con l'insegnamento di un anno del mago dei prestigiatori, Mr Mourinho.
Aldilà dell' aldilà c'è però da sottolineare la grande compattezza olandese e l'enorme recital di un Van Bommel che spurio di provocazioni e trucchetti rimane un Signor centrocampista e la perfetta sincronia della coppia Heitinga-Mathijsen, la vera forza di quest'Olanda 2010...altro che Sneijder-Robben...I due centrali coronano un mondiale assolutamente rimarchevole con l'ennesima prestazione impeccabile. Mathijsen, che mancava proprio contro il Brasile del gol in prefetta solitudine nel cuore dell'area di Robinho, sta incorniciando due ultime stagioni meravigliose disputate con la maglia dell Amburgo e sentire le continue aspre critiche che piovono dalla stampa e dai commentatori tv italiani a questo difensore mi fa inorridire. Comanda la difesa, sempre puntuale, concentrato, e l'uomo che chiama il fuorigioco, deciso e pulito negli interventi, il piede è più che valido, ma il ritornello su questo giocatore è un mantra che ha sinceramente stufato. Heitnga, riciclato da Moyes nell'Everton come mediano, nell'Atletico ha giocato anche da terzino destro è stata la vera sorpresa dell'Olanda mondiale. La Spagna, che nelle altre gare ha spesso violentato le cerniere centrali delle altre squadre, è penetrata pericolosamente solo in un paio d'occasioni in 120 minuti più recuperi.
L'Olanda, che schierava 5 reduci della Liga, dai recenti Heitinga, Robben e Sneijder ai "vecchi" Van Bronckhorst e Van Bommel ha subìto un tiqui taca meno incisivo del solito e addirittura nel secondo tempo ha messo la testa fuori con un'occasione che Robben ricorderà vita natural durante.
Alla girandola di ali cambiate nel secondo tempo (Jesus Navas per Pedro, Elia per Kuijt) e di occasioni (Sergio Ramos alla terza della serata manda sciaguratamente alto di testa, Villa solo davanti ad un Heitinga sdraiato tira sul corpo dell'olandese hanno riempito di panico tutti gli appassionati spagnoli, Mathijsen di testa eguagliava il Ramos del secondo tempo ed aumenta i rimpianti orange) non fa seguito un cambio nello score che, rimanendo intonso porta tutti ai supplementari dove si registra un lento ma incalzante dominio spagnolo favorito dalla forza fresca Fabregas che si procura un'altra chiarissima opportunità da rete e poi fornisce l'assist dell'apoteosi a colui che più di tutti incarna lo spirito e la classe della generazione dei palleggiatori; palleggio finalizzato allo spettacolo ed al risultato che fa provare uno strano piacere, quello di voler ritornare sui campi a rigiocare e reimparare a giocare al calcio, il gioco più semplice del mondo se hai il genio nei piedi e nella testa.. .Mai vittoria fu più meritata...(sembra di ricordare una frase già sentita nel 2008...)!

VOJVODA

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Vince la Spagna, come da pronostico. Vince la finale, soffrendo non poco l'Olanda che gioca forse qui la sua migliore partita: sicuramente la più ordinata. Van Marwijk abbozza una strategia iniziale perfetta non concedendo mai il gioco tra le linee agli spagnoli. Certo, a mio parere, avvantaggiato dall'assenza di una punta centrale (Torres o Llorente) forte fisicamente, occupando maggiormente i due centrali Heitinga e Mathijsen, due onesti mestieranti che invece hanno fatto un figurone. Bravo van Marwijk, inferiore certamente per qualità e mezzi, a cercare di muovere la partita proponendo idee vere come l'entrata in campo di Elia a sinistra e soprattutto van Der Vaart per de Jong e la riproposizione di una specie di 4141 che aveva funzionato in semifinale contro l'Uruguay. Le occasioni per andare i vantaggio gli arancioni l'hanno avuta, anche evidente, con Robben. E solo essere arrivato a giocarsi una partita che poteva essere decisa da un episodio certifica della bontà del lavoro del CT olandese, fin qui soprattutto agevolato da un tabellone non impossibile. La Spagna vince proponendo una novità calcistica come nessuno, a livello di nazionale, nel football moderno. Una diretta conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Barcellona, a partire dall'era Cruijff in poi. Tuttavia se l'atteggiamento del Barça è volto alla ricerca di un'alternativa credibile pur nella continuità della situazione chiave di possesso palla, la Spagna si è molto avvitata su se stessa, per l'insistenza di del Bosque su tre-centrali-tre (Xavi -immenso, l'uomo chiave di questo tiki-taka-, Xabi Alonso e Busquets) schierati in mezzo al campo. Tante, troppe palle giocate sui piedi e non nello spazio e tentativi di verticalizzazioni elementari, facilmente leggibili. Il coraggio di giocare con tre punte vere (quindi con Villa e Pedrito o Jesus Navas sui lati e un centravanti "fisico" in mezzo) Del Bosque non l'ha mai avuto, piegandosi alla certezza del possesso palla: il piede di Casillas lo ha salvato da una delle sconfitte più imbarazzanti di sempre (da non scordare il lusso di Fabregas in panchina). Epperò ha vinto e osservando la traiettoria di tutto il torneo è sicuramente giusto così.

CARLO PIZZIGONI

martedì 6 luglio 2010

Uruguay-Olanda 2-3: Van Bronckhorst (O) al 18’, Forlan (U) al 41’ p.t.; Sneijder (O) al 25’, Robben (O) al 27’, M. Pereira (U) al 46’ s.t.


URUGUAY (4-4-2): Muslera; M. Pereira, Victorino, Godin, Caceres; Perez, Arevalo Rios, Gargano, A. Pereira (dal 33’ s.t. Abreu); Cavani, Forlan (dal 36’ s.t. S. Fernandez). (Castillo, Silva, Lugano, Eguren, Gonzalez, Scotti, A. Fernandez). All. Tabarez.

OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Boulahrouz, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Zeeuw (dal 1’ s.t. Van der Vaart); Robben (dal 44’ s.t. Elia), Sneijder, Kuyt; Van Persie. (Vorm, Boschker, Ooijer, Braafheid, Schaars, Afellay, Babel, Huntelaar). All. Van Marwijk.

ARBITRO: Irmatov (Uzb).

NOTE: spettatori 62.479. Ammoniti Maxi Pereira, Caceres, Boulahrouz, Sneijder. Recupero: 2’ p.t., 3’ s.t.


La prima finalista è l’Olanda ed è anche giusto così per dare un tono un po’ più serio a questo dimesso Mondiale 2010, che perlomeno vedrà in finale due Nazionali con un vero concetto di squadra e che mostrano diverse concezioni di calcio in fase di possano: l’Olanda cinica e con qualche fiammata se la vedrà allora con la Germania tutta talento e solidità oppure contro la Spagna del tiqui-taca, concetto forse un po’ troppo estremizzato da Del Bosque rispetto ad Aragones (che oltre al grande possesso voleva anche qualche scarico sulle fasce che in questa Spagna finora non s’è visto).

Esce invece l’Uruguay, la cui identità è stata piuttosto misteriosa: difesa poco tecnica con tanti passaggi a vuoto, centrocampo di onesti pedalatori ma nulla più e attacco che punta tutto sul talento e le giocate degli ottimi Forlan e Suarez, i veri protagonisti della squadra. Un Uruguay che aveva ottenuto lo spareggio contro la Costa Rica in modo quantomeno fortunoso (sfruttando l’incredibile suicidio dell’Ecuador) e che a questi Mondiali non ha mai dimostrato nulla di particolare, non convincendo in nessuna delle sue esibizioni ma arrivando incredibilmente (e molto fortunosamente) alle semifinali, per giunta con un tecnico come Tabarez che ha cambiato più moduli di gioco che biancheria intima in questo mese, evidenziando come un vero piano non ci fosse dietro la “cavalcata” uruguaiana. La squadra sudamericana arriva ad una inopinata semifinale e esce da questa pure con onore (a parte le sceneggiate viste per un minuto dopo il fischio finale dell’arbitro, per fortuna sedate subito), ma il tutto è dovuto più a qualche mese di grazia totale piuttosto che a qualche reale merito tecnico o tattico (escludendo ovviamente i due grandi attaccanti, loro sì molto meritevoli).

Non è stata una grande semifinale sul piano tecnico, ma di fatto nessuna delle sei partite dell’Olanda ha avuto un grande livello e una grande pulizia tecnica: la squadra di Van Marwijk arriva in finale grazie ad un calcio cinico ma raramente brillante, più teso a trovare la fiammata vincente che un gioco di qualità. Si attende qualcosa di realmente brillante dagli Orange ma di fatto la versione più convincente è stata quella di questo secondo tempo, quando la squadra ha alzato il ritmo, ha provato a forzare i tempi e a vincerla di forza, un tentativo che ha funzionato e ha fatto sì che l’Olanda meriti questa finale.

La partita si accende un po’ nella ripresa, dopo un primo tempo di bassissimo spessore tecnico e tattico. L’Olanda parte in maniera soft, faticando a prendere in mano il gioco ma trovando comunque il vantaggio con la gran fucilata di Giovanni Van Bronckhorst diretta all’incrocio dei pali. Sembra l’episodio che può mettere in discesa il match, ma gli Orange deludono totalmente nella gestione del vantaggio, andando soltanto ad abbassarsi provando ad addormentare la partita e non provando a chiudere i conti, puntando forse eccessivamente sul contropiede vincente anche se la squadra non riesce proprio mai a ripartire con pericolosità. In questo modo l’Uruguay ha continuità di gioco, mostrando i propri limiti tecnici e nulla di realmente interessante ma trovando comunque un gran tiro di Forlan che sfrutta l’effetto Jabulani e batte uno Stekelenburg piuttosto rivedibile (Jabulani o non Jabulani, questo è un errore grave). A corollario del primo tempo c’è la tremenda scarpata rifilata con violenza da Caceres e De Zeeuw nel suo tentativo di rovesciata: in questi Mondiali si son viste tante espulsioni ridicole (incredibile quella di Gourcuff), ma Caceres se la cava con un giallo. Si può discutere sulla reale intenzionalità, ma questo è chiaramente un cartellino rosso: se non ti rendi conto che non puoi andare in rovesciata con quella violenza quando c’è un avversario ad un metro, non puoi stare su un terreno di calcio. Davvero increscioso.

Proprio De Zeeuw per questo colpo deve uscire all’intervallo (sospetta frattura della mandibola) ed è questa la scossa per l’Olanda, perché entra Van der Vaart in mediana e la squadra gioca in modo più offensivo, provando maggiormente a sfondare, con tutti gli elementi offensivi più attivi. Il più deludente tra i quattro elementi offensivi titolari dell’Olanda fin qui era stato Robin Van Persie, che però in questo secondo tempo sembra darsi una piccola svegliata, giocando i 45 minuti migliori dei suoi Mondiali: la punta diventa molto più attivo, molto più presente, capace di regalare un appoggio ad una squadra che gioca più veloce, che spinge con più coraggio e (pur non trovando particolare brillantezza) fa sfiancare l’Uruguay. Questo anche perché la squadra di Tabarez prova a rispondere con un grande pressing, portando due elementi costantemente sul portatore di palla, un lavoro che funziona anche molto bene nei primi minuti ma che porta il centrocampo a faticare sul piano fisico. Per la prima volta nel Mondiale la squadra di Tabarez perde dinamismo e per questo la pressione dell’Olanda diventa forte fino al gol piuttosto fortunoso realizzato da Sneijder, che sfrutta una leggera deviazione, un Muslera (ancora mai del tutto convincente) lento come un ippopotamo nel buttarsi a terra e il velo di Van Persie, il quale era anche in leggera posizione di fuorigioco: è però un fuorigioco di non più di 10 cm, una segnalazione impossibile per il guardalinee, non certo un tipo di fuorigioco per cui scandalizzarsi (come qualche media italiano ha fatto in maniera comica). Per queste situazioni decise da pochi centimetri bisogna avere un po’ di apertura mentale e comprendere l’errore, oppure proprio non considerarlo tale per i limiti dell’occhio umano. La reazione dell’Uruguay viene subito soffocata poi dall’ottima incornata di Arjen Robben, in una serata strana perché sbaglia tutto con i piedi ma segna un gran gol di testa: se Sneijder e Robben segnano due gol di testa in due partite, forse c’è qualche segnale positivo anche dal fato.

L’Uruguay si risveglia nel finale accendendo il recupero con il gol del 2-3, ma il risultato non cambia e ad avanzare è l’Olanda, alla sua terza finale della storia: per la prima volta però gli Orange non troveranno i padroni di casa (come la Germania Ovest nel ’74 o l’Argentina nel ’78), visto che per la prima volta una Nazionale europea riuscirà a vincere un Mondiale organizzare fuori dal continente europeo. Ci sarà una finale tra novità assolute (ovvero tra squadra mai salite sul tetto del Mondo) contro la Spagna o gli Orange si ritroveranno di fronte nuovamente la Germania (stavolta unita), alla caccia del quarto titolo? Si potranno fare mille discorsi sul gioco dell’Olanda che non decolla, ma questa è una Nazionale che ha vinto 17 delle ultime 18 partite ufficiali giocate (in mezzo solo la sfida contro una grandissima Russia, persa solo ai tempi supplementari contro il connazionale Hiddink) e allora non è il caso di avanzare critiche o porre punti interrogativi superflui (anche se si è molto amanti dell’estetica calcistica, come il sottoscritto), perché chiaramente Van Marwijk ha puntato tutto sul cinismo e finora le grandi individualità (Sneijder e Robben su tutti) gli hanno dato ragione, raggiungendo un grandissimo traguardo come la finale dei Mondiali.

SILVIO DI FEDE

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L'Uruguay è fuori, viva l'Uruguay. Per me non ci sono dubbi: è la Celeste la squadra che più emozioni ha saputo regalare in questo Mondiale scialbo e finora privo di pagine da leggenda del calcio, se si esclude ovviamente l'ultimo minuto della sfida tra gli uruguagi e il Ghana. Al termine della partita contro l'Olanda, la squadra di Tabarez merita solo applausi per come ha saputo tenere il campo al cospetto di avversari superiori di almeno una categoria, e per di più senza la colonna difensiva e morale (Lugano), lo stantuffo di fascia sinistra (Fucile), il folletto imprevedibile dell'attacco (Suarez) e l'unico centrocampista dotato di fantasia e inventiva (Lodeiro). Assenze del genere avrebbero steso un toro, invece i sudamericani non sono scesi in campo rassegnati all'inevitabile, ma hanno lottato fino all'ultimo istante regalando al pubblico una semifinale palpitante ed emotivamente coinvolgente, anche se piuttosto deficitaria dal punto di vista tecnico-tattico.
Interessanti le scelte di Tabarez: il Maestro non trova garanzie in Abreu e abdica al tridente che lo ha portato nel club delle magnifiche quattro, dunque piazza Gargano al fianco di Arevalo Rios, allarga la posizione di Perez e Alvaro Pereira e propone in avanti il tandem Cavani-Forlan, col biondo Diego a svariare dietro l'attaccante del Palermo; Van Marwijk invece non cambia assetto e si limita a sostituire gli squalificati Van de Wiel e De Jong con Boulahrouz e De Zeeuw. La partita, inizialmente lenta e bloccata anche per l'ottimo pressing esercitato dall'Uruguay a partire dai due generosissimi ataccanti, si sblocca grazie a un siluro di Van Bronckhorst; l'Olanda sembrerebbe avvantaggiarsi, tuttavia la Celeste non si scopre attaccando scriteriatamente e non porge il fianco al contropiede orange. Creano poco, i sudamericani, però mantengono le giuste distanze e aspettano con pazienza certosina l'episodio che sovente, sotto forma di giocata estemporanea, ha risolto le loro precedenti partite. Ed ecco che al 41' Forlan prende palla, si beve il proprio marcatore con una finta e spara un sinistro, invero centrale, sul quale Stekelenburg è poco reattivo, anche se va detto che il cambio di direzione del pallone (il solito effetto-Jabulani) è davvero evidente. La ripresa vede un Uruguay che gioca meglio degli orange, con maggior personalità e frescheza fisica rispetto al primo tempo; la Celeste sfiora il gol con Alvaro Pereira (pallonetto salvato sulla linea da Van Bronckhorst), come sempre bravissimo, e si fa vedere con una punizione di Forlan, ma finisce per cadere nel suo momento migliore. Il gol di Sneijder, rocambolesco e viziato da un fuorigioco attivo di Van Persie, taglia le gambe agli uomini di Tabarez , definitivamente seppelliti dalla rete di testa di Robben dopo due minuti. L'Olanda stavolta riesce a congelare la partita, anche se il gol di Maxi Pereira a tempo scaduto rischia di complicare le cose: l'Uruguay adotta lo schema "in the box" cercando la testa del Loco Abreu, trova un paio di mischie da brivido ma non riesce a segnare il pari. La squadra di Tabarez merita comunque molti elogi: non sarà esteticamente pregevole e non giocherà secondo dettami tattici innovativi, però sa far bene le poche cose che il suo allenatore richiede (fase difensiva - tolto il Caceres inguardabile di stasera -, aggressività sulle secondo palle, dialogo fitto tra i talentuosi attaccanti) ed è stata sicuramente la miglior formazione di questo Mondiale in rapporto alla qualità complessiva della rosa. L'Olanda continua a non convincere i media nostrani, che evidentemente quando vedono arancione pensano solo al calcio totale; gli orange sono un inno all'efficacia e sanno andare in rete non appena spingono di più, non perdono da un'era geologica fa e sono sorretti da un'eccellente condizione psicofisica(nonché da una buona dose di fortuna): che sia la volta buona per i tulipani?

EDOARDO MOLINELLI


Una partita piena di emozioni, fino alla fine, anche se dai contenuti tecnici e tattici modesti, come previsto. Certo ha vinto la squadra coi miglior giocatori. E loro hanno fatto decisamente la differenza, nonostante il fenomenale Forlan (che ha giocato pure da infortunato), mio personale MVP di questo Mondiale. L'Uruguay ha trovato un pertugio nel tabellone e si è inserito, con merito, anche se ha rischiato diverse volte di uscire (clamorosa la partita col Ghana): arrivare fin qui è davvero grasso che cola, vista la modesta proposta di calcio della squadra di Tabarez. L'Olanda ha un potenziale offensivo forse superiore anche a quello degli spagnoli, tuttavia non mi trovano d'accordo le analisi che leggo in giro sul mutamento di atteggiamento rispetto ai Tulipani degli anni '70. La squadra di van Marwijk non è una squadra cinica, pragmatica che mira solo al risultato: se così fosse avrebbe una struttura difensiva che invece non ha nemmeno per sogno. Sicuro, difende con molti uomini che tengono bene la posizione, ma l'analisi tattica della fase difensiva si ferma qui, dato che nemmeno la transizione mi pare risponda a principi chiari. Levato il Brasile, ha avuto un calendario comodo che ha sfruttato benissimo, e quasi mai brillando. Ma i Robben e gli Sneijder non ce li ha nessuno...

CARLO PIZZIGONI

venerdì 2 luglio 2010

Olanda-Brasile 2-1: Robinho (B) al 10’ p.t.; Sneijder (O) all’8’ e al 23’ s.t.



OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Ooijer, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Robben, Sneijder, Kuyt; Van Persie (dal 40’ s.t. Huntelaar). (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Braafheid, Schaars, De Zeeuw, Afellay, Van der Vaart, Babel, Elia). All. Van Marwijk.

BRASILE (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Bastos (dal 17’ s.t. Gilberto); Gilberto Silva, Felipe Melo; Dani Alves, Kakà, Robinho, Luis Fabiano (dal 32’ s.t. Nilmar). (Gomes, Doni, Luisao, Thiago Silva, Josue, Kleberson, Julio Baptista, Grafite). All. Dunga.

ARBITRO: Nishimura (Giap).

NOTE: spettatori 40.186. Espulso al 28’ s.t. Felipe Melo; ammoniti Heitinga, Bastos, Van Der Wiel, De Jong, Ooijer. Angoli 8-4 per il Brasile. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.


Un quarto di finale dal non esaltante e non indimenticabile livello tecnico viene decisa dalle variabili impazzite che spesso spaccano le partite di ogni sport, in particolar modo del calcio: episodi ed errori. Le difficoltà del primo tempo dell’Olanda sembravano presagire ad un match ben indirizzato, ma la squadra di Van Marwijk ha trovato energie insospettabili soprattutto grazie al secondo tempo da incubo di un avversario, che quasi sarebbe da ribattezzare Felipe “Van der” Melo per come ha deciso e cambiato la partita con i suoi orrori.

Nemmeno in questo quarto di finale s’è vista un’Olanda esaltante, ma comunque s’è visto un grande carattere che ha permesso la prima grande rimonta di questo Mondiale 2010: nei turni ad eliminazione diretta giocati fin qui (ovvero tutti gli ottavi di finale), a passare il turno era sempre stata la squadra che aveva segnato per prima (ovviamente escludendo Paraguay-Giappone, conclusa 0-0). Il Brasile alla fine paga alcune sbandate difensive ed errori singoli, uscendo nuovamente nei quarti di finale: era dal 1990 che i Verdeoro non perdevano nella fase finale dei Mondiali da una squadra diversa dalla Francia. Allora fu al Delle Alpi di Torino contro l’Argentina agli ottavi di finale. Al solito, i media brasiliani partiranno con processi e attacchi decisi a Dunga, imputabile per non esser riuscito a trovare il giusto mix tra qualità e carattere: elementi come Robinho e Luis Fabiano sono elementi di buona qualità, ma ancora una volta in questo match hanno peccato di carattere, soprattutto il primo nei momenti caldi della sfida (nonostante poi fosse stato proprio lui a sbloccare il risultato). Dunga aveva avuto il merito di creare una squadra e questo gli va comunque riconosciuto, anche se la prestazione del secondo tempo è stata troppo anonima e troppo poco qualitativa per una Nazionale chiamata Brasile: la partita è stata persa per degli episodi, ma Dunga non dev’essere criticato a tutto campo come invece ovviamente accadrà nei media brasiliani.

Eppure il primo tempo era tutto di marca Brasile: non un Brasile spettacolare, ma un Brasile in chiaro controllo delle operazioni. Il pomeriggio inizia con uno scricchiolio pesante per l’Olanda, con l’infortunio di Mathijsen nel riscaldamento che costringe Van Marwijk a ricorrere sul non sicurissimo Ooijer: difesa che poi sbanda in maniera orrenda su una verticalizzazione per Robinho che sblocca il match, con un movimento che ricorda molto quello della difesa dell’Inghilterra nel gol di Klose negli ottavi di finale. Colpevole però è solo in parte Ooijer, quanto piuttosto è incredibile l’errore di Heitinga, che si fa attirare dal movimento d’incontro di Luis Fabiano e rimane in posizione del tutto avanzata lasciando un buco enorme al centro della difesa: Robinho si inserisce in quello spazio senza che Van der Wiel lo segua. E’ un pomeriggio da incubo per Heitinga, che anche nella ripresa commetterà dei buchi incredibili (soprattutto quello che lancia Kakà in due contro due, con Ooijer decisivo nel murare il tiro). Il Brasile allora rimane solido e crea gli attacchi pericolosi, anche lasciando vedere qualche spunto brillante e qualitativo sullo stretto. L’Olanda invece appare del tutto in difficoltà e non riesce a coinvolgere i quattro elementi offensivi. Sneijder è fuori dal gioco, Kuyt in sofferenza, ma soprattutto sono gli altri due elementi a mancare. Van Persie continua il suo Mondiale non all’altezza sbagliando tutto: movimenti, passaggi, tiri. Mai una giocata importante e sempre sovrastato da Juan. Van Persie conferma allora di essere piuttosto sopravvalutato dall’Arsenal, che vede in lui un fuoriclasse: in realtà l’olandese è un buon giocatore capace di diventare ottimo nel mese giusto. Buon giocatore con grandi colpi, ma pur sempre un buon giocatore e poco più. Arjen Robben invece soffre la rudezza della partita, quasi confermando quanto dicevano i giornalisti inglesi nel corso della sua esperienza al Chelsea, quando era accusato di mancare quando il tono agonistico del match diventava altissimo: l’esterno del Bayern Monaco non ha spunti brillanti e ogni suo movimento viene letto dai brasiliani con una facilità irrisoria, tanto che ogni volta al secondo tocco di palla si trova almeno due avversari pronti ad impedirgli la giocata.

Brasile in controllo, fino al 53’ quando due elementi tradiscono Dunga: il primo è un “insospettabile” come Julio Cesar, che esce malissimo e totalmente a vuoto sul cross del compagno di club Sneijder, un’uscita disastrosa non da lui. L’altro però un “sospettabile” come Felipe Melo, che probabilmente non sente l’eventuale chiamata del portiere e lo contrasta andando anche a toccare il pallone e spedirlo in rete: il dirigente della Juventus Secco diceva che Felipe Melo sarebbe passato alla storia e così è stato, visto che realizza il primo autogol del Brasile in una fase finale dei Mondiali. Forse non intendeva proprio questo. La partita si equilibra e cambia soprattutto l’aspetto mentale: il Brasile va in palla, l’Olanda trova fiducia e cresce leggermente, anche se non raggiungendo livelli buoni sul piano qualitativo. Ci vuole un altro episodio per cambiare ulteriormente il match e arriva su un corner da destra di Robben: Julio Cesar stavolta non può uscire perché la traiettoria è corta, Kuyt la prolunga e in area piccola l’1,70 di Sneijder realizza comodamente di testa. Una squadra che punta tutto sulla solidità e sulla grande difesa non può prendere gol di testa in mischia da un elemento non certo altissimo. Il colpevole è ancora Felipe Melo, che è in marcatura sul centrocampista dell’Inter ma rimane fermissimo, muovendosi di mezzo centimetro mentre l’avversario si stacca dalla marcatura, si beve un caffè e segna di testa. Difficile far peggio in pochi minuti, ma Felipe Melo ci riesce decidendo di trattare Robben come lo zerbino di casa sua sotto gli occhi dell’arbitro che giustamente estrae il rosso diretto: una follia che costringe il Brasile all’assalto in inferiorità numerica. I Verdeoro ci provano di nervi, ma non riescono a trovare lo spunto brillante (nonostante qualche difesa nervosa dell’Olanda, in particolare di Heitinga) e non riescono ad evitare l’eliminazione: vero che il Brasile era in 10, ma forse Dunga poteva osare qualcosa in più dell’inserimento di Nilmar come unica punta. Il suo errore più grave però è stato puntare su Felipe Melo, pardon Felipe Van der Melo: è lui il vero uomo che ha guidato l’Olanda alla vittoria.

Adesso per l’Olanda non ci sono limiti alla provvidenza: si può fare in tutto, anche perché questo match ha confermato il basso livello tecnico di questo Mondiale (match non aiutato dal terreno di gioco: un campo di patate). Allora questo torneo può anche esser vinto senza esprimere un calcio indimenticabile: Van Marwijk ha però bisogno che in avanti Van Persie si svegli, alzando il livello delle sue prestazioni fin qui mediamente mediocri.

SILVIO DI FEDE

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Il Brasile non è europeizzabile. Questo è il verdetto emanato dalla strana sconfitta della Seleção, brasilianissima quando anziché chiudere l'incontro si perde in fraseggi tanto pittoreschi quanto inutili. Fosse arrivato il 2-0 in chiusura di primo tempo, ora staremmo probabilmente celebrando le capacità gestionali di Dunga, abile nel contagiare i suoi con la malattia del calcio europeo: pragmatico all'inverosimile maniera, ma efficiente come nessun altro al mondo. Il tabellino però dice 2-1 per l'Olanda, europea davvero e stavolta non solo per questioni geografiche, accompagnata anche da una discreta dose di fortuna.
La «fortuna» olandese ha un nome, un cognome e persino un numero di maglia: Felipe Melo, numero 5 del Brasile che pare indossato apposta per infangare la memoria calcistica di Falcão. Il centrocampista juventino, complice la rimonta avversaria, dà di matto scalciando Robben e guadagnando la via degli spogliatoi con venti minuti d'anticipo sui compagni di squadra. Lì, in pratica, si spengono le speranze di controsorpasso brasiliano: e pensare che nei primi 45' si era assistito ad una partita diametralmente opposta, con il tanto criticato Melo protagonista del passaggio in profondità trasformato in gol da Robinho.
Ma veniamo alla partita, perché potendosi concedere il lusso di iniziare l'azione con i difensori, la Seleção gestisce sapientemente il possesso del pallone in attesa di trovare il varco giusto per far male ad un'Olanda disposta in campo con il 4-1-4-1: De Jong, perfetto in entrambe le fasi, protegge la difesa ed imposta pure il gioco consentendo a van Bommel di agire una decina di metri più avanti. Interessante la disposizione in diagonale dei trequartisti brasiliani: anziché giocare sulla stessa linea, Daniel Alves parte in posizione di interno destro e Robinho ronza attorno a Luis Fabiano in attesa che «O Fabuloso» gli crei lo spazio per l'inserimento. Proprio così nasce l'1-0, con Alves che costringe Ooijer ad allargarsi ed Heitinga che improvvidamente segue il movimento in uscita di Luis Fabiano: si apre una voragine centrale, che van der Wiel (bloccato nel primo tempo, discreto incursore dopo l'inversione di campo) non riesce ad arginare finendo per costringere Robben a tentare una poco fortunata chiusura sull'inserimento di Robinho. Nulla in avanti, dove van Persie s'allarga per uscire dalla temibile morsa di Lucio e Juan (Mondiale stratosferico) e Robben è costantemente vittima del raddoppio difensivo brasiliano, l'Olanda rischia di capitolare dinanzi alle triangolazioni strette dei brasiliani. Di spazio in contropiede, arma sin qui prediletta dagli oranje, non ce n'è, ed i terzini van der Wiel e van Bronckhorst rinunciano all'azione offensiva perché intimiditi dai rispettivi avversari di fascia.
Lo striminzito vantaggio con cui si chiude il primo tempo non rende onore agli uomini di Dunga, certamente meritevoli di qualcosa in più ma troppo fumosi per andarselo a prendere. E così basta un episodio per cambiare il volto di una partita sino a quel momento dominata dal Brasile: è sufficiente un'accelerazione di Robben per scatenare il finimondo. Bastos lo atterra, graziato da Nishimura, ma basta un nonnulla (in questo caso la paura di perdere Bastos) per mandare nel pallone Felipe Melo: sul conseguente cross di Sneijder ignora il comando di Julio Cesar e va ad ostacolarlo in uscita, omaggiando l'Olanda di un immeritato pareggio. Con van der Wiel che prende fiducia e macina chilometri sulla corsia destra andando finalmente ad assecondare Robben, Dunga si convince che Bastos non terminerà la partita e getta nella mischia Gilberto, organicamente inadeguato alla marcatura dell'ala destra oranje. Il gol di Sneijder è una pugnalata, quasi quanto la già citata espulsione di Felipe Melo: ingenuità clamorosa, dettata da un autocontrollo inesistente, che obbliga il Brasile ad un raffazzonato assalto finale incentrato su lanci lunghi ed improbabili serpentine che poca apprensione destano nella difesa olandese.

ANTONIO GIUSTO

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E' davvero incredibile come nel calcio un episodio, favorevole o sfavorevole che sia, possa cambiare e capovolgere completamente l'andamento di un match. Minuto numero 52: s'è da poco concluso il primo tempo, un monologo nel vero senso del termine da parte della Seleção, che sembra avere le sorti dell'incontro nelle proprie mani; minuto numero 53: la premiata ditta Júlio César-Felipe Melo la commette grossa, regalando un pari inaspettato ed obiettivamente immeritato ad un'Olanda nulla fino a quel momento. Il Brasile disfa così quanto costruito, il pareggio cambia le carte in tavola e si rivela essere una mazzata psicologica tremenda per i giocatori oggi in maglia blù, che prima perdono la concentrazione subendo la rete del sorpasso sugli sviluppi di un corner e poi i nervi con la folle espulsione del giocatore acquistato la scorsa estate dalla Juventus per 25 milioni di euro. Il Brasile paga giustamente a carissimo prezzo almeno quattro gravi errori: quello di non essere riuscito a chiudere il match quando ce l'aveva in pugno, quello già citato della coppia César-Melo sul primo gol, quello del reparto difensivo sul secondo e soprattutto quello di aver continuato a voler puntare su un giocatore inaffidabile come Felipe Melo.
E l'Olanda? E' stata brava a rimanere in partita, è stata capace di soffrire ed è stata concreta come non mai nella sua storia, ma ancora una volta nè ci ha pienamente convinto, nè ci ha entusiasmato. Eppure i numeri parlano chiaro e dicono che questa è la miglior Olanda di sempre: infatti, mai i Tulipani, imbattuti da ben ventiquattro sfide, erano riusciti a vincere le prime cinque gare di un grande torneo per nazionali. La verità è che l'Olanda è riuscita a prevalere sfruttando nel miglior modo possibile - grazie anche ad un aiuto da parte della Dea Bendata, va detto - le opportunità create, pur denotando dei limiti in tutte le zone del campo. Che la difesa non fosse un granchè lo sapevamo e ne abbiamo avuta una triste conferma con il gol regalato a Robinho, siamo rimasti più che altro delusi dal gioco poco brillante e propositivo mostrato fin qua: in fase offensiva l'Olanda, nazionale alla quale storicamente non sono mai mancate le soluzioni più disparate, si appoggia unicamente all'immarcabile Robben. Gli uomini per giocare un calcio spettacolare van Marwijk ce li avrebbe pure, ma sarebbe ingeneroso criticare l'allenatore capace di portare per la quarta volta nella storia dei Mondiali l'Olanda tra le prime quattro. Storcerà il naso Cruyff, sembrano effettivamente lontani i tempi del "Calcio Totale", ma questa selezione ha la concreta opportunità di compiere quell'impresa che non riuscì ad altre compagini olandese più quotate, come l'Arancia Meccanica del '74 e del '78', l'Olanda di van Basten, Gullit e Rijkaard e quella di Guus Hiddink che nel '98 dovette arrendersi ai calci di rigore proprio contro il Brasile.

Le due squadre vengono schierate dai loro rispettivi allenatori con il medesimo modulo, il 4-2-3-1. Nettamente meglio il Brasile in avvio, trascinato da un Robinho che riprende da dove aveva finito con il Cile agli Ottavi di Finale: la talentuosa mezzapunta prima si vede giustamente annullare un gol per fuorigioco di Dani Alves, poi porta i suoi in vantaggio, sfruttando al meglio il clamoroso buco centrale della retroguardia arancione. A dir poco disastrosa, nell'occasione, la difesa olandese, con Heitinga che si fa attrarre dal movimento di Luis Fabiano e finisce di conseguenza fuori posizione, e con Ooijer che non stringe la propria. Grazie anche allo scarso apporto del centrocampo, persino lo sciagurato Felipe Melo può permettersi il lusso di realizzare un assist facile facile, ma con i tempi giusti, premiando l'inserimento senza palla dell'ex fantasista del Real Madrid. La partita si mette così fin da subito bene per il Brasile, che ha la possibilità di esprimere al meglio le proprie qualità. E' un Brasile solido, compatto come piace a Dunga, ma che a tratti gioca finalmente anche un bel calcio, spettacolare, come nell'azione iniziata da una serpentina palla al piede di Robinho, continuata da un passaggio di tacco di Luis Fabiano e conclusa con un destro a giro di Kakà sul quale Stekelenburg si supera. Appena gli Oranje cercano di mettere il naso fuori dalla propria metacampo, gli avversari li aggrediscono, sottraggono loro la sfera e ripartono con una cattiveria agonistica ed una fiducia nei propri mezzi degna di una grande squadra. Una superiorità a tratti imbarazzante. L'Olanda fatica tremendamente: Sneijder appare in difficoltà ed in forma precaria, Robben viene sempre raddoppiato o triplicato, van Persie è ben contenuto dalla difesa carioca, i laterali bassi non accompagnano l'azione.
I verdeoro però non affondano il colpo decisivo ed iniziano la ripresa sottoritmo: l'arbitro li grazia non cacciando Bastos per un fallo da seconda ammonizione, il Dio del Calcio li punisce inesorabilmente pochi secondi dopo, quando un cross di Sneijder apparentemente innocuo termina in rete, in seguito ad una maldestra uscita a vuoto di Júlio César e ad una deviazione di Felipe Melo. Inizia allora un'altra partita, con Robben e compagni che prendono coraggio e che trovano la rete del vantaggio ancora con Sneijder, con il Brasile che si fa incredibilmente sorprendere su calcio piazzato: determinante la spizzata sul primo palo di Kuyt, da rivedere le marcature dei brasiliani, con Felipe Melo (e chi, se non lui!) che si perde il piccolo trequartista dell'Inter, che realizza così uno dei suoi primi gol di testa in carriera. Il Brasile psicologicamente non c'è più, nonostante un paio di buone opportunità create non riesce a reagire alle avversità, con Felipe Melo che gli dà il definitivo colpo di grazia. L'Olanda questa volta non ne approfitta, sciupando malamente delle ghiottissime chances in contropiede, vuoi per l'egoismo del deludente van Persie, vuoi per l'eccessiva lentezza nel prendere decisioni del subentrato Huntelaar. Ma il risultato non cambia più ed il Brasile, per la seconda volta consecutiva, esce ai Quarti. Inevitabili le polemiche contro Dunga, C.T. poco amato (per utilizzare un eufemismo) dai media locali. Il suo Brasile è uscito in maniera sfortunata, non ha demeritato e nel complesso è risultato essere una delle nazionali maggiormente convincenti di Sudafrica 2010; l'organizzazione tattica è stata di primissimo livello e l'idea di voler costruire una Seleção atipica, che aveva nelle doti fisiche e non tecniche le sue qualità principali, non s'è rivelata malsana. Ma colui che alzò la Coppa del Mondo nel '94 da capitano i suoi errori li ha commessi eccome, a partire dalle convocazioni, fidandosi troppo di alcuni suoi fedelissimi, puntando su alcuni elementi inadatti al contesto e lasciando a casa altri che si sarebbero potuti rivelare molto più utili alla causa. Una squadra senza un piano B, con praticamente nessuna riserva sulla trequarti o in attacco che potesse cambiare la partita entrando dalla panchina. E ci poteva stare, vista la compattezza, la forza e anche la qualità di gioco che aveva; ma il calcio non è matematica e non puoi prevedere tutto. Perciò Dunga ora, inevitabilmente, pagherà il fio.

ALBERTO FARINONE

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Ieri è accaduto quello che sospettavamo. Un Brasile senza nessun ricambio valido (tranne Dani Alves) che desse lo spunto decisivo per uscire da un gioco molto lineare è stato messo fuori dall’irruenza di Felipe Melo e dalla costanza dell’Olanda, capace di giocare allo stesso ritmo e con fraseggi molto simili per l’intero incontro(deve stare molto attenta all’Uruguay, capace di difendere forte e cambiare passo meglio del Brasile, anche se mancandoci Suarez, miglior attaccante del Mondiale insieme a Villa, perde tantissimo). Adesso la squadra deve rifondarsi e vincere in casa, per questo motivo chi prenderà il posto di Dunga avrà all’inizio i benefici dell’effetto Prandelli (o post Lippi, Dunga in questo caso), ma poi dovrà sobbarcarsi un lavoro psicologico tremendo.
Brasile 2014 deve dare la sesta stella, c’è poco da stare lì a riflettere, ma con quale Brasile, ad oggi, si arriva ad un evento così importante. In difesa ci sono dei ricambi, primo fra tutti Thiago Silva, anche se Maicon, Lucio e Juan non nascono ogni quattro anni. Il portiere potrebbe rimanere, anche se il vivaio è prolifico e qualche altro giovanissimo sulle fasce in Brasile nasce sempre.
Il vero problema sono centrocampo e attacco. La volontà di Dunga di giocarsela con chi gli ha fatto vincere Coppa America e Confederations Cup, convocando giocatori inutili (Julio Baptista, Josuè, Gilberto Melo, Grafite) lo ha lippizzato e ha creato lo stesso sconquasso italiano.
Una generazione in Brasile è totalmente saltata e dei nati nella prima metà degli anni ’80 c’è il solo Robinho che può arrivare, da grande vecchio, all’appuntamento brasiliano. C’è da puntare quindi sui giovanissimi, e qui sorge un altro problema che è invece tipico del paese sudamericano (a differenza dell’Argentina). Una marea di calciatori giovani lasciano prestissimo i loro club di appartenenza, come è sempre successo. Ma invece di arrivare in Italia, Spagna, Germania o Inghilterra, i dollaroni di Russia, Giappone, Grecia e addirittura Ucraina fanno più gola. Della squadra vice-campione mondiale Under 20, Dunga non ha convocato nessuno. E, tra quelli che giocavano in quella squadra, Douglas Costa e Alex Texeira sono allo Shaktar Donekts, Rafael Toloi è vicino ad una delle grandi di Mosca, Renan è allo Xerez in prestito dal Valencia, Diogo all’Olimpiakos, Alan Kardec al Benfica e Souza al Porto. Della squadra titolare della finale contro il Ghana nessun elemento gioca in una grande squadra europea, molti vincitori di quel match (solo ai rigori e in modo immeritato) giocano anche in loro in squadre di seconda fascia europea ma almeno sono stati convocati e hanno giocato già il loro primo Mondiale. Con una squadra completamente da rifare, giovani che non hanno nessuna grande esperienza internazionale e con nessuna convocazione in Nazionale, il Brasile è un cantiere in cui è tutto ancora da decidere.

JVAN SICA

lunedì 28 giugno 2010

Olanda-Slovacchia 2-1: Robben (O) al 18' p.t.; Sneijder (O) al 39', Vittek (S) su rigore al 49' s.t.



OLANDA (4-5-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Robben (dal 25' st Elia), Sneijder (dal 45' st Afellay), Kuyt; Van Persie (dal 34' st Huntelaar). In panchina: Vorm, Boulahrouz, Ooijer, De Zeuuw, Braafheid, Schaars, Babel, Boschker, Van der Vaart. Allenatore: Van Marwijk

SLOVACCHIA (4-2-3-1): Mucha; Pekarik, Skrtel, Durica, Zabavnik (dal 41' st Jakubko); Kucka, Hamsik (dal 41' st Sapara); Jendrisek (dal 26' st Kopunek), Stoch, Weiss; Vittek. In panchina: Pernis, Cech, Kozak, Sestak, Sapara, Holosko, Salata, Petras, Kuciak Allenatore: Weiss.

ARBITRO: Undiano (Spagna)

NOTE: Pomeriggio soleggiato, terreno in buone condizioni. Spettatori: 69.957. Angoli: 5-2 per l'Olanda. Ammoniti: Robben, Kucka, Kopunek, Skrtl, Stekelenburg per gioco scorretto. Recuperi 0'; 3'


18 minuti interessanti, poi tanta noia a parte i soliti lampi di Arjen Robben. Ci si aspettava un bel gioco sul piano estetico dall’Olanda a questi Mondiali, ma dopo quattro partite finora non s’è mai visto: sono però arrivati i risultati, quattro vittorie che lanciano gli Orange ai quarti di finale con solo pochi patemi, dando una dimostrazione di praticità più che di solidità (a metà ripresa sono state concesse due grandi occasioni a Vittek con brutti movimenti difensivi).

Si ferma come era prevedibile il cammino della Slovacchia, squadra che però esce dai Mondiali con davvero grande onore, soprattutto per il grande exploit compiuto nel girone, con la grande prestazione e il successo contro l’Italia: nelle altre tre partite la squadra di Vladimir Weiss non ha saputo convincere al 100%, ma si tratta di una squadra che ha quantificato al meglio le proprie potenzialità e che deve accogliere questo traguardo con ottima soddisfazione.

La Slovacchia inizia molto bene la partita, mostrando coraggio e un atteggiamento molto propositivo: Vladimir Weiss (senior) conferma il 4-2-3-1 ma è costretto ad un cambio di formazione per la squalifica di Strba, con l’arretramento di Hamsik in mediana e l’innesto di Vladimir Weiss (junior) sulla trequarti a muoversi liberamente tra le linee (modulo di partenza molto dinamico, tanto che nella ripresa era Jendrisek a giocare centralmente). La squadra tiene bene il campo e mostra qualche combinazione importante, facendosi inizialmente preferire ad un’Olanda che però questa volta ha in formazione il super-talento Arjen Robben, schierato sulla destra con Kuyt a sinistra (e Van der Vaart in panchina): proprio l’esterno del Bayern Monaco mette in discesa la partita con una giocata delle sue.

Questo del 2010 sarà ricordato come il “Mondiale delle ripartenze”, vista l’enorme quantità di gol arrivata da un’azione di non possesso, con recupero di palla e partenza in contropiede o transizione: la Slovacchia perde palla su rimessa laterale in attacco e Sneijder lancia subito sulla destra ben sapendo che lì può trovare Robben, il quale taglia come al solito verso il centro cercando il sinistro. E’ un’azione in due contro tre con Van Persie che si getta sulla destra dettando il movimento a provare perlomeno a portare via un avversario, ma la difesa della Slovacchia sa perfettamente qual è la volontà di Robben e rimangono tre uomini vicino a dare fastidio alla conclusione dell’avversario: movimento buono e positivo, ma l’avversario non a caso si chiama Arjen Robben e nonostante tre uomini addosso spara una fucilata perfetta sul primo palo, mostrando in pieno tutta la propria classe e tutto il proprio talento. E’ un gol che va considerato come giocata individuale: per quanto abbastanza intelligente, il movimento di Van Persie si rivela inutile perché non porta via nessun difensore.

L’Olanda allora innesta il pilota automatico e controlla il match, che perde ritmo anche perché il gol finisce per togliere brillantezza alla Slovacchia, che non riesce più ad avanzare con grande precisione: la partita diventa così bruttina. Gli slovacchi non trovano spazi per i break sulla trequarti offensiva perché Van Bommel e De Jong giocano bassi a protezione della difesa, mentre Hamsik arretrato come interno di centrocampo dovrebbe dettare i tempi di gioco ma invece è protagonista di una prestazione del tutto anonima e incolore. L’Olanda dal canto suo non riesce ad essere frizzante in avanti e nel resto del primo tempo non crea chances per chiudere il match: Van Persie si muove molto ma ancora una volta in questo Mondiale non convince del tutto, Kuyt svolge il solito lavoro tattico ma apparentemente sulla sinistra è meno efficace, mentre Wesley Sneijder (a parte il lancio del primo gol) è piuttosto impreciso e sbaglia molto anche in azioni importanti, per una delle rarissime prestazioni incolore della sua stagione. Van Marwijk dovrebbe star tranquillo: difficile che giochi così altre partite in questo Mondiale, vista la sua continuità di rendimento.

Allora a regalare dei lampi tra gli sbadigli ci pensa Robben: altra classica azione a tagliare sul sinistro per il tiro dal limite, ancora una volta la difesa della Slovacchia chiude con tre uomini ma il mancino del 26enne è caldo e il tiro sul secondo palo è ancora una volta perfetto, con Mucha che deve intervenire con un grande intervento. Robben è capace di trovare due tiri in porta così letali con in entrambi i casi tre uomini addosso: questa chiamasi qualità.

La Slovacchia prova a muovere gli uomini in avanti ma non ha spunti brillanti di gioco, anche se a metà ripresa ha due grandi occasioni in successione, con Stekelenburg bravissimo ad opporsi su Stoch prima e su Vittek poi: la punta dell’Ankaragucu però era rimasto solissimo a centro area per un brutto movimento difensivo dell’Olanda e doveva trovare una soluzione decisamente migliore e più letale di un tiro piuttosto centrale che permette al portiere la respinta. Vittek ha poi la chance per rifarsi su un altro errore della linea dell’Olanda (Van der Wiel lo tiene in gioco), ma è lentissimo nell’attivarsi e spara malamente alto: la Slovacchia non ha giocato un secondo tempo entusiasmante con tanti elementi chiave sottotono (su tutti Hamsik), ma può e deve recriminare per questi sprechi della propria punta che avrebbero cambiato la partita, anche perché poi Sneijder impreziosisce la sua prova andando a realizzare il gol del 2-0 (prezioso assist di Kuyt e distrazione della difesa su punizione battuta rapidamente). Il gol di Vittek su rigore serve soltanto per le statistiche.

Olanda che ancora non sembra mostrare in pieno tutto il proprio potenziale: le qualità offensive sono talmente grandi che la squadra può vincere pur non convincendo, ma l’impressione è che questa squadra abbia la possibilità di giocare un calcio più brillante e più pericoloso in avanti. Il quarto di finale (contro Brasile o Cile) ci dirà se questa premessa sarà mantenuta nel momento più caldo del torneo o se rimarrà un’aspettativa disattesa.

SILVIO DI FEDE

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L’ottavo di finale meno divertente di quelli visti finora, ma per l’Olanda versione Sudafrica 2010 non è una novità. Non che gli slovacchi rappresentino un inno allo spettacolo, come già dimostrato nelle partite contro Nuova Zelanda e Paraguay. Il 4-4-1-1 schierato dal ct Weiss parla chiaro: nove uomini per contenere gli oranje, con Vittek unica punta in attesa di palloni giocabili. Una scelta probabilmente obbligata, quella del bravo tecnico slovacco, che finisce però con il depotenziare gente come Hamsik, Weiss e Stoch, i cui punti di forza sono gli inserimenti (al centro per il giocatore del Napoli, sulle fasce per i due giovani talenti) e il movimento sulla trequarti per dettare il passaggio. L’Olanda si adegua al ritmo piuttosto basso, cercando - e trovando - il gol per merito di una giocata del singolo, il classico Robben che rientra dalla destra e scocca il tiro al limite dell’area, piuttosto che grazie ad una manovra collettiva. I terzini bloccati nelle retrovie non aiutano ad incrementare la fluidità della manovra: un copione già visto contro Danimarca e Giappone. Inedite invece le due palle gol solari concesse nella ripresa dalla retroguardia oranje, finora inappuntabile, a Stoch e Vittek; in entrambi i casi Stekelenburg si fa trovare pronto. La Slovacchia resta chiusa fino alla fine, mostrando da un lato una buona tenuta al cospetto di un avversario di livello nettamente superiore, ma dall’altro evidenziando tutte le proprie carenza in fase di costruzione. Giocatore-simbolo è il centrocampista centrale Kucka (il migliore dei suoi), ottimo in fase di interdizione ma limitato quando si tratta di ripartire con la palla. Olanda micidiale in contropiede, ma ancora troppo spesso al piccolo trotto. I risultati però sono tutti dalla parte di Van Marwijk, pertanto c’è poco da discutere.

ALEC CORDOLCINI

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E' un'Olanda atipica ma vincente quella ammirata fino ad ora in Sudafrica: quattro successi - seppur non brillantissimi - in altrettanti incontri, ed in generale diciotto vittorie e sei pareggi nelle ultime ventitré sfide (in pratica l'ultima sconfitta risale al celebre Quarto di Finale con la Russia ad EURO 2008; sotto la guida di Bert van Marwijk è ancora imbattuta). Niente calcio totale, gioco basato principalmente sulle ripartenze mortifere e sulle giocate dei singoli, che se si chiamano Robben e Sneijder sono capaci di farti male in qualsiasi istante. Poco continua nel corso dei 90', mai realmente travolgente come in passato, ma più solida (sebbene oggi si siano viste le prime crepe nella difesa arancione) e concreta, intelligente perchè capace di intuire quando andare a colpire gli avversari.
Gli illusi che si aspettavano di vedere una goleada saranno inevitabilmente rimasti delusi: ciò non è avvenuto sia perchè l'Olanda ha continuato a dare l'impressione di voler giocare un pò a nascondino, sia grazie alla più che discreta prestazione fornita dalla Slovacchia, una compagine sicuramente non irresistibile ma dignitosa, non così inadeguata come alcuni disfattisti italiani ci avevano voluto far credere.

Una sorpresa annunciata il rientro nell'undici titolare di Robben: i 20' di allenamento concessi dal C.T. olandese contro il Camerun sono bastati per far capire a tutti che il fuoriclasse del Bayern Monaco ha già recuperato dall'infortunio che aveva messo a rischio la sua presenza al Mondiale. Costretto a cambiare qualcosa rispetto alla trionfale gara con i Campioni del Mondo in carica, lo slovacco Vladimir Weiss, che punta ancora su un 4-2-3-1, ma che varia la posizione di alcuni giocatori in campo: con l'assenza per squalifica di Strba, viene arretrato il raggio d'azione di Hamsik ed inserito il figlio omonimo del tecnico, titolare nelle prime due deludenti uscite. Confermati gli insidiosi Stoch e Jendrisek alle spalle dell'eroe nazionale Vittek, .
La prima occasione è per la Slovacchia: il 19enne Weiss si libera bene di un paio di avversari ed appoggia per Jendrisek, il cui tiro termina alto. Un segnale che i meno quotati slovacchi lanciano agli avversari: aggressiva sui portatori di palla e pressing alto per l'unica debuttante di Sudafrica 2010. Un tipico atteggiamento di chi non ha nulla da perdere. Ma di fronte questa volta non hanno il Di Natale di turno, bensì "Alien" Robben, che rientra sul mancino con il suo classico movimento e batte Mucha sul primo palo. Impreparata nella circostanza la difesa slovacca, ingenua a subire un contropiede dopo poco più di 15' e sul risultato ancora fermo sullo 0-0. Piuttosto squilibrata a centrocampo la formazione di Weiss, schierata con un solo giocatore abile nella fase difensiva, Kucka (elemento abbastanza interessante, classe 1987, che milita nello Sparta Praga); com'era prevedibile si fa sentire in mezzo al campo l'assenza dello squalificato Strba, fondamentale da un punto di vista tattico nello scacchiere slovacco. I "Tulipani" si chiudono bene, Hamsik e compagni accusano il colpo: il risultato è una conclusione poco esaltante della prima frazione di gioco, nella quale l'obiettivo dell'Olanda è quello di aspettare gli avversari, fargli uscire dal guscio, per poi punirli in contropiede.
Si va alla ripresa e la partenza degli Oranje è esplosiva: prima è Robben che con il solito guizzo semina il panico e chiama Mucha al grande intervento; poi il neo-estremo difensore dell'Everton è costretto a superarsi con un pò di fortuna su un tentativo da distanza ravvicinata di Mathijsen. Fatica a far gioco la Slovacchia, che paga in particolare il Mondiale sottotono di "Marekiaro" Hamsik, tanto straordinario come incursore quanto anonimo come regista di centrocampo. Con Vittek sempre raddoppiato e con i giovani Weiss e Stoch poco attivi, sembra una lenta agonia il secondo tempo della Slovacchia. Come d'un tratto, però, al 67' qualcosa cambia: Stoch si accende e di destro impegna Stekelenburg. Nell'azione successiva è ancora il portiere dell'Ajax a rendersi protagonista, questa volta opponendosi al tiro centrale di Vittek, liberato da un perfetto passaggio verticale di Kucka; l'ex bomber del Norimberga si gira bene, ma è poco lucido nel momento decisivo. Completamente a vuoto il tentato anticipo di Heitinga, la difesa arancione inizia a scricchiolare ed il momento è favorevole alla Slovacchia, che però non lo sfrutta, sciupando un'ulteriore palla gol sempre con il giustiziere dell'Italia. Errori che contro avversari di questo calibro non ti puoi permettere di commettere: da una punizione dalla trequarti, mal interpretata dalla difesa slovacca, nasce il gol che chiude il conto, messo a segno a porta vuota da Sneijder, su gentile omaggio del sempre utilissimo Kuyt. Tutto nasce da un presunto fallo (la gamba era alta, ma sarebbe stato meglio non fischiare nulla) commesso da Škrtel, il quale, invece di tornare indietro a dare una mano ai suoi compagni, continua a protestare con il fiscale fischietto spagnolo Undiano Mallenco, lasciando un buco centrale nel quale si infila il suo compagno di squadra nel Liverpool. Proprio all'ultimissimo giro di orologio, ecco il rigore per la Slovacchia, procurato dal subentrato Jakubko: Vittek trasforma, togliendosi la soddisfazione di raggiungere Higuaín momentaneamente in testa nella classifica marcatori. E' una rete però inutile, che fa aumentare i rimpianti di una Slovacchia che torna a casa comunque tra gli applausi.
Rimangono ancora i dubbi sull'Olanda, nazionale che finora non ha mai toppato a differenza di altre candidate alla vittoria finale ma che allo stesso tempo ha dato l'impressione di essere ancora inespressa. E' forte la voglia di vedere questa squadra - che gioca in tranquillità con un ritmo sempre abbastanza lento e compassato - di fronte ad un impegno gravoso, per capire se gli Oranje hanno volutamente giocato con il freno a mano tirato o se sono veramente questi.

ALBERTO FARINONE

giovedì 24 giugno 2010

Camerun-Olanda 1-2: Van Persie (O) al 36' pt; Eto'o (C) su rigore al 20', Huntelaar (O) al 38' st.



CAMERUN (4-4-2): Souleymanou; Geremi, Mbia, Nkoulou (28'st R.Song), Assou-Ekotto; Makoun, Chedjou, Nguemo, Bong (12'st Aboubakar); Eto'o, Choupo-Moting (27'st Idrissou). (Kameni, Ndy Assembe, Bassong, A.Song, Emana, Webo, Matip, Eyong, Mandjeck). All.: Le Guen.

OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Boulahrouz, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Kuyt (21'st Elia ), Sneijder, Van der Vaart (28'st Robben); Van Persie (14'st Huntelaar). (Vorm, Boschker, Van der Wiel, Ooijer, De Zeeuw, Braafheid, Schaars, Babel, Afellay). All.: Van Marwijk.

ARBITRO: Pozo (Cile).

NOTE: cielo sereno, terreno in buone condizioni. Spettatori 60 mila circa. Ammoniti Kuyt, Nkoulou, Van der Vaart, Van Bronckhorst, Mbia. Angoli 6-1 per il Camerun. Recupero: 1', 2'.


Partita di discreto ritmo, meno anemica del previsto. La migliore fin qui disputata sia dal Camerun che dall’Olanda. Gli ex Leoni Indomabili, senza la pressione del risultato a tutti i costi (erano già sicuri dell’eliminazione), provano a sfidare a viso aperto gli Oranje. Questi ultimi traggono beneficio dal trovarsi finalmente di fronte una squadra che non si preoccupa solo di erigere barricate, ritrovando quella fluidità di manovra assente ingiustificata nei primi due incontri. Il Camerun ci prova sfruttando le fasce, con il frizzante Bong a sinistra e il veterano Geremi a destra, puntuale nelle sovrapposizioni e pericoloso nei cross. In attacco un Eto’o brillante e volitivo non è però adeguatamente supportato da Chupo-Moting, talento che appare ancora un po’ troppo grezzo per questo genere di contesto. Stesso discorso per il subentrato Vincent Aboubakar, classe 92, uno dei cinque giocatori più giovani presenti al Mondiale, che però ha sfoderato una personalità, ai limiti della sfrontatezza quando cercava di saltare palla al piede mezza difesa olandese, foriera di sviluppi interessanti. Una delle armi in più per il Camerun avrebbe dovuto essere Jean Makoun; dopo un primo tempo discreto però è arrivata una raffica di errori banali. Incompiuto insomma, e il ritornello sta ormai diventando ripetitivo.
Bene l’Olanda. Senza un mastino costantemente sulle proprie tracce, Sneijder è tornato a far vedere movimenti e giocate di quel calcio tecnico e pieno di idee che ha fatto le fortune dell’Inter, e anche le sue, nell’ultima stagione. Tutto il reparto avanzato però ha offerto una prestazione soddisfacente. Nota di merito per Kuijt, ala, centrocampista, terzino, punta. Quantità straordinaria, ma anche qualità. Quella che ha offerto Van der Vaart mandando in porta Van Persie per la rete del vantaggio. Poi il giocatore del Real Madrid ha macchiato la propria prestazione con l’ingenuo fallo del rigore. La questione di fondo non cambia: anche di fronte ad una partita positiva, continua a non convincere il suo utilizzo come esterno sinistro. Tutte le cose buone Van der Vaart le ha fatte accentrandosi, oppure addirittura (vedi l’assist per l’1-0) sul centro-destra. Ovvero in posizione da trequartista con ampia libertà di movimento. Il ruolo di Sneijder. Nota conclusiva per la diga mediana De Jong-Van Bommel. Oggi nel ruolo il centrocampista del Bayern Monaco, mille palloni recuperati in partita, ha pochi eguali.

ALEC CORDOLCINI

sabato 19 giugno 2010

Olanda-Giappone 1-0: Sneijder 8' s.t..


OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg, Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst, Van Bommel, De Jong, Kuyt, Sneijder (dal 38' s.t. Afellay), Van der Vaart (dal 27' s.t. Elia), Van Persie (dal 43' s.t. Huntelaar). (16 Vorm, 22 Boschker, 12 Boulahrouz, 13 Ooijer, 15 Braafheid, 14 De Zeeuw, 18 Shaars, 11 Robben, 19 Babel). All. Van Marwijk.

GIAPPONE (4-1-4-1): Kawashima, Komano, Nakazawa, Tanaka, Nagatomo, Abe, Matsui (dal 19' s.t. S. Nakamura), Hasebe (dal 32' s.t. Okazaki), Endo, Okubo (dal 32' s.t. Tamada), Honda. (23 Kawaguchi, 1 Narazaki, 6 Uchida, 13 Iwamasa, 15 Konno, 14 K. Nakamura, 20 Inamoto, 19 Morimoto, 12 Yano). All. Okada.

ARBITRO: Baldassi (Arg).

NOTE: Ammonito Van der Wiel per gioco falloso. Angoli: 5 a 4 per il Giappone. Recupero: 1' e 3'. Spettatori: 60 mila circa.

Minuto 36: primo tiro in porta del Giappone. Minuto 45: primo tiro in porta dell’Olanda. Esistono modi migliori per sprecare tre quarti d’ora della propria vita. Giappone ultra-coperto, Olanda sotto ritmo, sempre. Gli asiatici addormentano la partita, spegnendo sul nascere qualsiasi velleità oranje con un 451 in cui persino la punta, Keisuke Honda, in realtà un trequartista adattato, pressa Van Bommel a metà campo. Ancora una volta gli uomini di Van Marwijk ottengono il massimo risultato con il minimo sforzo. Contro la Danimarca aprì le danze un bizzarro autogol, in questo caso è invece il portiere Kawashima, fuori tempo su un destro potente, ma centrale, di Sneijder, a spianare la squadra all’Olanda. Una compagine, quella arancione, sempre al piccolo trotto, con i quattro davanti che si cercano poco e male (tra Sneijder e Van der Vaart il deficit di comunicazione è evidente, e forse anche voluto) ed un calcio ruminato pieno di passaggi orizzontali o all’indietro. Con i terzini che spingono al minimo sindacale e due esterni più di nome che di fatto (Kuijt volonteroso, Van der Vaart completamente nullo) incapaci di dare profondità, la manovra dell’Olanda è costretta ad infilarsi in un imbuto centrale, dove però Sneijder è sempre circondato da almeno un paio di avversari.
Nel Giappone prova a costruire qualcosa Matsui, che svaria a tutto campo, e giganteggia in difesa Tulio Tanaka, ma l’atteggiamento generale è ai limiti del catenaccio puro. L’inserimento di un fantasista (Nakamura) e di una punta vera (Tamada) non cambia le cose. La partita era stata impostata su un atteggiamento puramente speculativo, difficile invertire la tendenza dopo un’ora abbondante di gioco. Per questo motivo la difesa dell’Olanda, specialmente i due centrali, è al limite del senza voto. Si attendono prove maggiormente impegnative per saggiarne la reale consistenza. Nel frattempo punteggio pieno e zero gol subiti, ma non c’è un solo giocatore che meriti l’applauso.

ALEC CORDOLCINI

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Comunque onore a Confucio. Disciplina, collettivo prima dell’individuo, ognuno al suo posto per garantire l’armonia. Anche il Maestro avrebbe apprezzato questo Giappone, per quasi un’ora rompicapo per un’Olanda ancora una volta bruttina.

Il primo tempo è sonnolento, ma resta interessante vedere come Okada irretisce l’Olanda. Un 4-1-4-1 tutto ripiegato nella metacampo difensiva (scelta pienamente condivisibile dato il divario fra le due squadre e data l’importanza capitale di un pareggio per la classifica del Giappone), ma intensissimo ogni volta che una maglia arancione passa il cerchio di centrocampo. Marcature raddoppiate e triplicate a bizzeffe, pressing forsennato ma nemmeno dispendioso, perché se i giocatori sono vicini c’è da correre di meno per tutti (e non è che sono vicini, sono attaccati come gemelli siamesi; il dispendio semmai è mentale, perché ci vuole sempre la massima concentrazione per mantenere distanze e coperture). Insomma, confermati i pregi della vittoria con il Camerun, ma anche i gravissimi difetti, soprattutto l’impossibilità di distendersi in fase di possesso. Praticamente inutilizzata la metacampo dell’Olanda, perché non ci sono giocatori con quel movimento ad allungare le difese, quel passo e quell’aggressività che possano indurre l’Olanda a guardarsi anche alle spalle. Honda centravanti esemplifica il concetto.
Olanda lenta e asfittica come con la Danimarca: sempre tocchi di troppo già dai primi passaggi in difesa, e ancora cattivo sfruttamento delle corsie laterali. Confermata la bocciatura di Van der Vaart esterno, toglie solo ossigeno a Sneijder. Col Giappone che difende così basso poi oltre alla mancanza di sfoghi esterni incide l’assenza di peso in area avversaria: non sembra la partita ideale per Van Persie prima punta. Comodamente seduto in poltrona favoleggio su un eventuale piano per rompere l’assedio (se vi interessa saperlo, io avrei giocato i seguenti cambi nell’intervallo: fuori un difensore, perché per come gioca il Giappone quattro sono troppi, e dentro Huntelaar, poi dentro anche due animali da linea di fondo, Elia e Robben, al posto di VDV e De Jong), ma in realtà la ricetta di Van Marwijk consiste nel lasciare intatta la squadra e sperare in intenzioni un po’ più cattive negli ultimi metri. Un pizzico di aggressività in più nei movimenti in profondità e nelle sovrapposizioni, poi Sneijder più vicino alla prima punta invece che basso per venirsi a prendere il pallone come nel primo tempo, e il gol che fortunatamente arriva presto grazie alla botta proprio dell’interista e all’intervento goffo di Kawashima (è una vera papera però? Cominciamo a vederne troppe con Jabulani per non insospettirci).
Il Giappone dimostra volontà nella reazione al gol, e ordine anche nello sviluppo della manovra offensiva, ma è spuntato fino all’esasperazione, nonostante Okada si giochi Nakamura Shunsuke (Confucio non lo vuole nell’undici di partenza, gli mancano disciplina e ripiegamenti) e due punte come Tamada (modesto) e Okazaki (fra gli attaccanti disponibili, sembrerebbe quello più figliodibuonadonna negli ultimi metri). Diciamo che con gli spazi, e con Elia e Afellay sguinzagliati negli stessi, si va ben più vicini allo 0-2 che a un improbabile 1-1.

VALENTINO TOLA

lunedì 14 giugno 2010

Olanda-Danimarca 2-0: 46' Agger (autogol), 85' Kuyt.



OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong (dal 43' s.t. De Zeeuw); Kuyt, Sneijder, Van der Vaart (dal 23' s.t. Elia); Van Persie (dal 32' s.t. Afellay). (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Ooijer, Braafheid, Schaars, Babel, Robben, Huntelaar). All.: Van Marwijk.

DANIMARCA (4-4-1-1): Sorensen; Jacobsen, Kjaer, Agger, S. Poulsen; Rommedhal, Jorgensen, C. Poulsen, Enevoldsen (dall'11' s.t. Gronkjaer); Kahlenberg (dal 28' s.t. Eriksen); Bendtner (dal 17' s.t. Beckmann). (Andersen, Christiansen, Kvist, Kroldrup, Mtiliga, J. Poulsen, Jensen, Tomasson, Larsen). All.: Olsen.

ARBITRO: Lannoy (Fra).

NOTE: spettatori 65 mila circa. Ammoniti De Jong, Van Persie e Kjaer per gioco falloso. Angoli: 6-2. Recupero: 0' e 3'.

E se... Lo so, lo so, con i «se» e con i «ma» non si fa la storia, neppure quella calcistica, ma se la maldestra capocciata di Simon Busk Poulsen non avesse trovato la schiena del tatuatissimo Agger sulla sua traiettoria, adesso staremmo probabilmente parlando dell'ennesimo, sonnacchioso 0-0 di un Mondiale che stenta a decollare. In questo caso, però, ci sarebbe stato qualcuno cui fare i complimenti: Morten Olsen, capace d'imbrigliare gli attaccanti olandesi, anche se solo per un tempo. Gabbia su Sneijder, cervello oranje spesso e malvolentieri obbligato a far ritorno nella propria metà campo per ricevere il pallone, ed annullamento del terzetto posto alle spalle di un van Persie ben contenuto da Kjær ed Agger: difesa e centrocampo stretti e compatti, gioco tra le linee azzerato e prima frazione conclusa sullo 0-0 senza alcun brivido per Sørensen. Certo, se ci fosse stato Robben...
Poi il gioco riprende, e S. B. Poulsen, nessuna parentela con lo juventino Christian (eccellente in fase di non possesso: nulla a che fare con la sprovveduta mezzala bianconera), combina la frittata: van Persie danza sull'esterno, crossa, lui incoccia il pallone che rimbalza sulla schiena di Agger, bacia il palo e s'insacca in rete. Panico danese. Il piano di difesa ad oltranza è andato a farsi friggere - abbiamo parlato di frittata poche righe fa, no? -, e d'imbastire un'azione d'attacco gli uomini di Olsen non paiono capaci: la vena di Rommedahl, qualche cross interessante nel primo tempo, si estingue, e con Bendtner fuori per problemi muscolari si spengono le ultime, flebili speranze di rimonta. Anziché approfittare dei dilemmi offensivi di Olsen (che si giocherà anche la carta Eriksen, '92 in forza all'Ajax), l'Olanda si limita ad amministrare il vantaggio senza neppure troppa convinzione, lasciando alle memorie degli spettatori il compito di ricordare il bel gioco espresso nel cammino premondiale. Qualche spunto di Elia, che proprizia il gol di Kuyt, poi poco altro: bisogna cambiare registro per ripresentarsi al Soccer City di Johannesburg l'11 luglio.

ANTONIO GIUSTO

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Chi nasce incendiario solitamente muore pompiere. Morten Olsen, profeta del calcio offensivo con l’Ajax (ma non solo) negli anni Novanta, per l’esordio in Sudafrica della sua Danimarca predispone un’autentica diga di sbarramento per contrastare l’apparentemente inarrestabile marea oranje, la cui potenza però si è rivelata essere nulla più che un placido fiumicello di pianura. Il 451 danese, con Bendtner unica punta e Rommedahl a sostegno nelle sporadiche sortite offensive, ha ingabbiato un’Olanda lenta e prevedibile come da tempo non si vedeva. Aldilà dei meriti degli ordinati danesi, tra i quali si segnala un Christian Poulsen che non concede un solo centimetro a Sneijder (lo juventino quello sa fare, perché bisognerebbe chiedergli altro?), gli uomini di Van Marwijck hanno mostrato una scarsità di idee e di ritmo davvero non pronosticabili alla vigilia.
Colpisce, in negativo, lo scarso sfruttamento delle fasce, con i terzini Van der Wiel e Van Bronckhorst mai propositivi in fase di spinta. Ma se Gio doveva comunque preoccuparsi degli spunti di Rommedahl, tra i più tonici dei danesi, specialmente nel primo tempo, Van der Wiel aveva di fronte un Enevoldsen molto più votato al contenimento. Colpisce, sempre in negativo, l’impalpabilità del quartetto offensivo (Kuijt-Sneijder-Van der Vaart a sostegno di Van Persie). Van der Vaart, schierato esterno sinistro alto nel 4231, ha confermato ancora una volta la propria idiosincrasia a qualsiasi ruolo che sia quello di trequartista centrale, tanto che ogni suo movimento era un taglio verso il centro e mai un proporsi per cercare il fondo. Sneijder è stato costretto ad arretrare fino a centrocampo per togliersi della morsa di Poulsen, ma l’ispirazione ha continuato a latitare fino alla rete del 2-0, propiziata da una sua verticalizzazione. In campo però c’era Elia, un’ala vera, capace di regalare quella profondità che nessuno dell’undici iniziale, a parte teoricamente i due citati terzini, riusciva a garantire.
La Danimarca ha funzionato fino alla sfortunata autorete (colpo di testa scomposto di Simon Pulsen, palla sulla schiena di Agger e poi nell’angolino) che ha regalato il vantaggio all’Olanda, poi il nulla. L’impostazione tattica troppo focalizzata sul contenimento si è rivelata un’arma a doppio taglio per Olsen. Eppure la difesa oranje era apparsa tutt’altro che impenetrabile nel primo tempo, con Bendtner libero di incornare (senza saltare) un traversone dalla destra circondato da tre olandesi fuori tempo. L’ingresso del talento di casa Ajax Eriksen, il giocatore più giovane di tutto il Mondiale, non ha sortito alcun effetto, anche a causa di una generale carenza di idee dal punto di vista offensivo. Brutta partenza per tutti.

ALEC CORDOLCINI


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Olanda ingiudicabile, Danimarca sì ma in parte: questo è il verdetto del Soccer City Stadium di Johannesburg, oltre al 2-0 che permette agli Orange di mettere subito apposto le cose in un Girone E che tuttavia vede proprio le due squadre europee favorite, per la totale mancanza di organizzazione del Camerun di Paul Le Guen e per un’apparenza mancanza di punch fisico del Giappone.

A segnare la partita sul piano tattico è la Danimarca, che conferma di avere un’interessante organizzazione, in particolare in fase difensiva: la squadra di Olsen si schiera in modo molto compatto e sfrutta la sagacia di Christian Poulsen (schierato in squadre che valorizzano le sue doti è ancora un signor giocatore) e la forza fisica dei centrali Kjaer e Agger per chiudere i rubinetti nelle zone centrali del campo, oltre a tenere bassi i ritmi con un possesso capace di alleggerire la pressione avversaria che permette di non subire grande pressione per tutto il primo tempo e anche di cercare qualche ripartenza. Il primo tempo è gestito in maniera superba, con l’Olanda che non riesce ad essere pericolosa (quando si crea una chance, Van Persie in area cerca una finta non esaltante e poi il tiro e forzato), mentre sono proprio i danesi a creare le chance più interessanti, con un colpo di testa sbagliato da Bendtner (un centravanti deve colpire in modo migliore) e un tiro sul primo palo di Kahlenberg ben respinto da Stekelenburg. Nei primi 45 minuti si ha allora la sensazione di una squadra non spettacolare ma che sa cosa fare in campo, di una squadra che può ricoprire il ruolo di outsider in questa competizione e di essere pericolosa, soprattutto se Bendtner dovesse migliorare nella condizione fisica (non del tutto positiva la sua prova, soprattutto perché dovrebbe sgomitare e farsi valere un po’ di più contro la difesa avversaria: forse a limitarlo è anche il problema all’inguine che lo aveva messo in dubbio), soprattutto se Enevoldsen sulla sinistra riuscisse a giocare con maggiore continuità.

La frizzante Olanda ammirata nelle amichevoli ha grandi difficoltà, non riesce a far girare il gioco con fluidità e non può affondare: gran parte del merito però è proprio della Danimarca, che pressa nelle zone giuste del campo (di fatto, solo i difensori centrali e De Jong possono giocare palla senza avversari attorno) e stringe bene le proprie maglie. Van Persie non riesce a divincolarsi particolarmente, mentre un problema tattico arriva sulla trequarti, con Sneijder che tende a portarsi sul centro-sinistra, mentre Van der Vaart punta un po’ troppo al centro andando quasi a pestargli i piedi, tanto che a tratti Van Marwijk si trova costretto ad invertire i due: in questo caso, l’ideale sarebbe lasciare libertà completa di azione al trequartista (Sneijder) per permettergli di portarsi dove preferisce, mentre l’ala sinistra (Van der Vaart) dovrebbe cercare di tenere una posizione più larga oppure movimenti complementari e intelligenti. Questa cintura non funziona bene contro una Danimarca che approfitta di movimenti non del tutto perfetti per stringere le proprie maglia in difesa e offuscare il talento avversario: contro difese simili, è decisamente più utile utilizzare un’ala sinistra più pura capace di puntare l’uomo sulla corsia e allargare il gioco e non è un caso che le cose migliorino leggermente con l’ingresso in campo di Eljero Elia.

A decidere la partita però è un episodio in avvio di ripresa: Van Persie fa il movimento sul centro-sinistra dell’area e crossa cercando il solito taglio ottimo di Kuyt, ma a sbagliare tutto è Simon Poulsen che rovina un primo tempo molto buono con un intervento sciagurato che manda il pallone sulla schiena di Agger e causa l’autogol. A questo punto ci vorrebbe una reazione della Danimarca, che invece non sembra affrontare più il match con la determinazione dovuta e alza bandiera bianca, giocando una ripresa ancora attenta ma senza alcuna vitalità offensiva (anche perché sull’1-0 l’Olanda non tende a concedere ripartenze): ad alzare bandiera bianca è anche Olsen, che decide di salvaguardare la condizione fisica del centravanti Bendtner ma non inserisce un attaccante vero (va detto che le alternative non sono particolarmente esaltanti) bensì un centrocampista offensivo come Beckmann, che non ha alcun impatto nel match e la squadra finisce per annullare la fase offensiva, andando forse con la mente ai match contro Camerun e Giappone, match che però questa Danimarca può vincere per passare il turno.

Ottimo invece nell’Olanda l’impatto con il match del funambolico Elia, che mostra un paio di numeri dei suoi (i suoi dribbling sono esaltanti da vedere), permette alla squadra di allargare il gioco e poi è decisivo nel chiudere il match, attaccando lo spazio centrale e colpendo il palo con un tiro preciso (era stato bravissimo anche Sorensen nel metterci una mano), con Kuyt che da due passi chiude facilmente. Il gol nasce però da un errore di posizione della difesa: i difensori centrali della Danimarca hanno la tendenza ad attaccare il portatore di palla anche sulla trequarti e in questa situazione i terzini sono solitamente bravi a stringere centralmente e coprire lo spazio, movimento che però in questa azione non viene effettuato lasciando Agger isolato sul movimento ad uscire di Kjaer.

L’Olanda non dà spettacolo ma ha tempo per far crescere la condizione di Van Persie e per ritrovare Arjen Robben. La Danimarca dovrà rincorrere nel girone: la compattezza c’è e la fase di non possesso sembra buona, ma adesso contro Camerun e Giappone bisognerà esser concreti in avanti.

SILVIO DI FEDE

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Fa paura l'Olanda davanti, può trovare il gol in ogni momento con la qualità individuale dei suoi interpreti. Manca e totalmente, di squadra: pare un paradosso, per la storia della squadra arancione, eppure è la fotografia del match con la Danimarca. Palla condotta sempre al piede, poco movimento davanti, pochissimo dinamismo e accompagnamento esterno coi tempi sbagliati, disgraziata transizione difensiva, che ha concesso anche qualche occasione a una Danimarca non esattamente irresistibile. Soprattutto quest'ultimo punto è da risolvere per il CT olandese, giocando sempre palla al piede, e centralmente, con van der Vaart che quasi si scontra con Sneijder per quanto giocano lo stesso spazio, la squadra rimane disordinata sul campo e i difensori soffrono se devono giocare negli spazi larghi. L'entrata in campo di Elia sulla sinistra ha sistemato le cose in fase offensiva (in attesa di Robben), buona idea anche quello squarcio di minuti con van Persie a sinistra e van der Vaart al centro. Vittoria comunque meritata, e Danimarca che dopo il gol non riesce proprio a cambiare strategia di gioco.

CARLO PIZZIGONI