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lunedì 28 giugno 2010

Brasile-Cile 3-0: Juan al 34’, Luis Fabiano al 38’ p.t.; Robinho al 14’ s.t.



BRASILE (4-3-1-2): Maicon, Lucio, Juan, Bastos; Daniel Alves, Gilberto Silva, Ramires; Kakà (dal 36’ s.t. Kleberson); Luis Fabiano (dal 30’ Nilmar), Robinho (dal 40’ Gilberto). (Gomes, Doni, Luisao. Thiago Silva, Josue, Grafite). All. Dunga.

CILE (4-3-3): Bravo; Jara, Fuentes, Contreras (dal 1’s.t. Tello), Vidal; Isla (dal 16’ s.t. Millar), Carmona, Beausejour; Sanchez, Suazo, Gonzalez (dal 1’ s.t. Valdivia). (Pinto, Marin, Fernandez, Orellana, Fierro, Paredes, Ponce, Estrada, Medel). All. Bielsa.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 54.096. Ammoniti Kakà, Vidal, Ramires, Fuentes, Millar. Angoli 8-6. Recuperi 1’ p.t., 2' s.t.


Vince la squadra che difende bene e gioca con raziocinio contro la squadra che difende e gioca in maniera pressoché scriteriata: fino a qualche anno fa leggere questo preludio e pensare ad una partita con il Brasile in campo avrebbe fatto pensare ad una sconfitta dei Verdeoro, ma questo non succede nell’era Dunga, il quale sta provando di fatto a bissare il Mondiale vinto nel 1994 con un Brasile magari mediamente meno spumeggiante del solito ma decisamente più solido di tante altre edizioni. Il merito di Dunga è quello di badare unicamente al sodo, fregandosene altamente dei ghirigori. Il Mondo sognerebbe un Brasile tutto tecnica e tutto spettacolo come nell’82, tutti ricordano molto più quella squadra piuttosto che quella del 1994? Ebbene, Dunga ha la memoria più lunga e ricorda quale delle due squadre alla fine ha saputo alzare la Coppa del Mondo e sa bene a quale ispirarsi maggiormente.

La concretezza del Brasile porta all’eliminazione del Cile, squadra che ha mostrato momenti di grande calcio, ma che alla fine non ha avuto concretezza in tutto questo torneo, dimostrandosi decisamente fumoso. Le due vittorie nelle prime due partite del girone avevano illuso, portando alla beatificazione del “Loco” Bielsa, beatificazione forse un po’ affrettata anche sotto gli occhi di un esteta del calcio (come il sottoscritto): a ben vedere, l’Honduras nella prima partita era stato davvero poca cosa ma in ogni caso era rimasto in partita fino alla fine perdendo soltanto 1-0, mentre nella seconda partita la Svizzera è stata bucata solo nel finale nonostante un intero secondo tempo giocando in 10 uomini (espulsione assurda di Behrami per sceneggiata di Vidal), dando la sensazione che la grandissima organizzazione difensiva creata da Hitzfeld (gli elvetici sono forse la squadra che ha difeso meglio nella fase a gironi) avrebbe potuto resistere in parità numerica. Dalla partita contro la Spagna in poi c’erano i test definitivi per stabilire se il gioco del Cile fosse qualcosa di improponibile a certi livelli o se invece fosse davvero una ventata nuova in un calcio delle Nazionali dominato dal difensivismo: i match contro Spagna e Brasile hanno mostrato buoni momenti, ma sono tutto sommato una bocciatura severa che va al di là dei risultati. Sia chiaro, questa è una squadra pure piacevole da vedere in fase di possesso, con buon talento a centrocampo e movimenti offensivi coraggiosi e ben organizzati, ma ci sono due difetti sostanziali che rendono questo gioco difficilmente compatibile ad un calcio ad alti livelli: la difesa soffre in modo enorme l’atteggiamento sbilanciato della squadra, ma soprattutto questo modulo ultra-offensivo non è supportato da un attacco capace di garantire gol. Anzi, in avanti non si segna mai, ma soprattutto a ben vedere le tante belle azioni molto raramente portano ad occasioni da rete vere e concrete. Si ha allora una serie di alette e di trequartisti molto rapide, capace di saltare l’uomo e di trovare la giocata ad effetto, ma tutto si perde in un calderone molto fumoso: molto attrattivo agli occhi, per nulla concreto. Questo anche per le caratteristiche di qualche giocatore, molto portato alla giocata ad effetto, senza però aggiungere a questo un filo di concretezza e decisione: se manca questo, non solo non si creano occasioni, ma si perde palla in zona pericolosa e si subisce contropiedi a difesa scoperta. La tattica di Bielsa prova a frenare tutto ciò con una serie di falli tattici, che però nella partita contro la Spagna sono stati anche falli di eccessiva foga e hanno portato a tanti cartellini pesanti: non a caso, contro il Brasile mancavano due difensori pesanti proprio per squalifica. Sarebbe stato bello poter applaudire un gioco così nuovo e così propositivo in questo calcio moderno, ma la sentenza della giuria formata da Del Bosque e Dunga è chiara: bocciatura per assenza di prove concrete.

Gli unici problemi del Brasile risiedono nello sbloccare il risultato, ma anche sullo 0-0 l’undici di Dunga non rischia mai. Oltretutto, i brasiliani hanno giocatori decisamente più alti rispetto ai cileni e non è certo una sorpresa che il gol che rompe il ghiaccio arrivi su un corner incornato da Juan. Vittoria facile, di solidità e di squadra per il Brasile, che adesso troverà l’Olanda nei quarti di finale: può questa squadra arrivare fino in fondo? E soprattutto, ha la quantità necessaria di talento per vincere il torneo? Di certo, non può essere la fase difensiva il punto interrogativo del Brasile più solido del decennio, ma in effetti qualche dubbio sulla qualità rimane: Kakà non sembra in grande condizione, mentre Robinho è sempre difficile da valutare visto che può trovare la grande giocata ma allo stesso tempo può sparire dalle partite. Il quarto di finale tra Olanda e Brasile potrebbe essere il più intrigante, anche perché dovrà dirci molto di più sulle due squadre: è davvero la prova della verità per valutare le possibilità di successo di Orange e Verdeoro.

SILVIO DI FEDE

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Mentre i giornalisti brasiliani lo criticano per il gioco non all'altezza del passato e quelli italiani, orfani inconsolabili degli azzurri, passano il loro tempo in masturbazioni mentali come quella dei "3/4 della difesa verdeoro che militano in Italia" (come se Lucio e Juan non fossero mai passati dalla Bundesliga), il Cucciolo Dunga se la ride sotto i baffi e arriva ai quarti con una facilità imbarazzante. Dopo la Corea del Sud, anche l'altra squadra amata dalla critica viene sbattuta fuori da un avversario pragmatico al massimo livello: questa Seleçao è un mostro di concretezza e di solidità difensiva tale da far scatenare i commentatori rimasti agli anni '50, quelli cioè che si sorprendono di trovare difensori brasiliani di grandissimo livello (Nilton e Djalma Santos dovevano essere europei travestiti, sicuramente italiani) e che infliggono al povero telespettatore commenti come "questo non è il Brasile narciso di Zico" o "Dunga ha imparato come si allena giocando in Serie A" (in tal senso si segnala la perla del sempre lucido Bartoletti, che oggi pomeriggo sosteneva, riuscendo anche a rimanere serio, che l'Italia ha formato tutti i migliori ct del Mondiale...se non ci infilano il nostro campionato stanno male). Tornando a parlare di cose serie, il Cile di stasera ha deluso proprio come i sudcoreani, anche se a parziale giustificazione di Bielsa ci sono le cattive condizioni fisiche del Chupete Suazo, i cui gol sono troppo importanti per questa squadra; il 3-3-1-3 sarà anche esteticamente molto bello, ma se non c'è chi finalizza i ghirigori ricamati dai movimenti perfetti sul terreno di gioco sono dolori. Il Brasile infatti, pur rimanendo ampiamente sotto come possesso palla nella prima mezz'ora, in pratica non ha rischiato mai, ha fatto sfogare gli uomini di Bielsa e li ha poi messi ko con una doppia mazzata nel giro di 4 minuti, sfruttando i due maggiori difetti del sistema cileno: la mancanza di centimetri e la solitudine in cui spesso vengono lasciati i tre difensori. La partita è finita lì, il resto è stato pura accademia con il risultato mai in bilico. Cile altro bluff? El Loco ha fatto giocare un buon calcio ai suoi, ma una squadra che alla prova del nove non ha mai impensierito i rivali ed è andata irrimediabilmente sotto alle prime accelerazioni forse non era tutto questo granché. Ah, qualcuno dica a Kakà che il Mondiale è iniziato e che queste non sono le partitelle del mercoledì pomeriggio, grazie.

EDOARDO MOLINELLI

sabato 26 giugno 2010

Cile-Spagna 1-2: Villa (S) al 24', Iniesta (S) al 37' p.t.; Millar (C) al 2' s.t.


CILE (4-3-3): Bravo; Medel, Jara, Ponce, Vidal; Isla, Estrada, Beausejour; Sanchez (dal 20' s.t. Orellana), Valdivia (dal 1' s.t. Paredes), Gonzalez (dal 1' s.t. Millar). (Pinto, Marin, Fuentes, Contreras, Fierro, Tello, Suazo). All.: Bielsa.

SPAGNA (4-2-1-3): Casillas; Ramos, Piqué, Puyol, Capdevila; Busquets, Xabi Alonso (dal 28' s.t. Martinez); Xavi; Iniesta, Villa; Torres (dal 10' s.t. Fabregas). (Valdes, Reina, Albiol, Marchena, Arbeloa, Silva, Pedro, Llorente, Navas). All.: Del Bosque.

ARBITRO: Rodriguez (Mes).

NOTE: spettatori 41.958. Espulso Estrada al 37' p.t. per somma di ammonizioni. Ammoniti Medel per gioco scorretto, Ponce per c.n.r.. Angoli: 3-4. Recupero: 2' p.t., 2' s.t..


La prestazione forse più scadente degli ultimi due-tre anni basta alla Spagna per accedere agli ottavi di finale, e pure come prima del girone. Le Furie Rosse si salvano grazie alle individualità, a quel po’ di cinismo nei momenti decisivi del match, alla goffaggine dell’arbitro (quello che a Estrada vale il secondo giallo è uno sgambetto del tutto involontario su Torres, e il Niño si abbandona pure a un’infame sceneggiata) e a una certa ingenuità degli avversari. Rimane l’impressione di una squadra tremendamente confusa, almeno per il momento non all’altezza delle sbandierate aspirazioni mondiali. Del Bosque prosegue nella sua incomprensibile opera di smantellamento del sistema vincente consolidatosi dopo il ciclo di Aragonés, e la cosa peggiore è che non sembra in grado di rendersi conto che tutto questo non funziona.
Almeno il lieto fine è salvo per il Cile: vedere la Svizzera (incapace di segnare un gol all’Honduras: a volte il calcio, questo sport crudele, ti obbliga anche ad attaccare) passare al posto della squadra di Bielsa sarebbe stata una pugnalata.

Prima dell’espulsione di Estrada, il Cile però dà una lezione di calcio in piena regola a una Spagna irrigidita e snaturata.
L’arma di distruzione di massa di Del Bosque si chiama doble pivote. La convinzione semplicistica che per ottenere più equilibrio si debba obbligatoriamente schierare due giocatori bloccati, due centrocampisti “di posizione” davanti alla difesa. Lui vuole avere Makelele e Flavio Conceição per forza, anche quando non ci sono. E poi in conferenza stampa praticamente dichiara di voler reincarnarsi in Busquets. Non ci sono possibilità che si smuova da questa scelta, se addirittura a sostegno della propria tesi sconfina nella metafisica chiamando in causa misteri insondabili come la vita dopo la morte.
Il fatto però è che con due piazzati davanti alla difesa la Spagna non è più equilibrata, anzi. C’è una nettissima spaccatura fra i quattro difensori+il doble pivote e il resto della squadra. E se sei lungo quando giochi la palla, sarai lungo anche quando la perdi e devi recuperarla.
La Spagna è sempre troppo schiacciata indietro quando inizia l’azione: con Aragonés c’era un solo centrocampista di posizione davanti alla difesa, poi tanti giocatori che a rotazione, con grande frequenza e possibilità di scelta per il portatore di palla, offrivano l’appoggio e si scambiavano posizione, smarcandosi pian piano verso zone più avanzate. Questo permetteva all’azione di progredire, e in un momento successivo dava i tempi giusti d’uscita ai terzini in sovrapposizione. Tutta la squadra si compattava con molta più facilità attorno al pallone.
Ora tutto questo è stato smantellato, Busquets e Xabi Alonso son sulla stessa linea, i terzini rimangono bassi ed è dall’attacco e dalla trequarti che devono abbassarsi eccessivamente per venire a prendere palla. Nel caso in cui si abbassano dalla trequarti, prendono palla in situazione scomoda, spalle alla porta, un’esca per il pressing avversario che solo la pura qualità individuale dell’Iniesta di turno può disattivare; nel caso invece in cui non si abbassano, allora scatta il lancio lungo, obbligato più volte (troppe volte) dal pur fenomenale pressing cileno. Squadra lunga, e quando l’avversario recupera il pallone, ha sempre tantissimo tempo per pensare in questo spazio fra i 6 uomini difensivi e i 4 offensivi della Spagna.
Grida vendetta poi vedere Xavi impiegato come una specie di brutta copia di un trequartista: tocca molti meno palloni (ci sono le statistiche), è marcato spalle alla porta, non è mai nel vivo del gioco e non può dettare i tempi. Praticamente gli è vietato fare quello che sa fare meglio di tutti in questa squadra. Questo si chiama auto-sabotaggio: incredibile, il punto di forza indiscusso di questa nazionale, il centrocampo, si sta convertendo a furia di forzature nel punto debole.
La mia non è una polemica verso Busquets in sé (buon giocatore che individualmente sta pure rendendo) né una negazione preconcetta del fatto che la Spagna possa arrivare a giocare bene anche con un sistema diverso: soltanto invoco il buonsenso di affidarsi a ciò che i giocatori conoscono meglio e sono più portati a fare.

E in questa disarmonia spagnola il Cile arriva sempre primo sul pallone, recupera facilmente col pressing e poi allestisce i suoi arrembaggi a pieno organico, insistenti e vertiginosi. Mi Chupete Querido è arrivato al torneo in condizioni improponibili, quindi Bielsa fa leva su Valdivia, cervello più raffinato dello squalificato Matias Fernández, falso centravanti alla Messi (che dico Messi… alla Honda!): sul movimento di questo, né attaccante né centrocampista, e chi se lo piglia?, parte poi in incursione dalla seconda linea il potente Beausejour, che taglia alle spalle della difesa spagnola disattivando il possibile fuorigioco. Finchè sono 11 contro 11, il sistema difensivo iberico fa acqua su questa situazione. Grande il Cile per come alterna passaggi corti, lunghi e cambi di gioco: è difficilissimo non andare mai in inferiorità numerica quando difendi contro una squadra che copre il campo così bene.
Gioca a memoria, meccanizzato all’estremo, e risulta quasi inquietante perché alla fine arrivi a non distinguere i diversi giocatori: sono tutti a turno fantasisti, attaccanti, ali e difensori. Frutto anche della polivalenza imposta con lacrime e sangue da Bielsa: i giocatori cileni, che nei primi tempi della sua gestione non capivano perché venissero sballottati di volta in volta fra fascia e centro, fra difesa, centrocampo e attacco, ora hanno il vantaggio di una superiore flessibilità mentale, la capacità di pensare da attaccanti pur essendo difensori e viceversa (uno di questi, Vidal, ha comunque avuto da sempre il privilegio di una polivalenza enciclopedica). Perché una squadra è sempre un tutto unico.
Il difetto del Cile ultraveloce però è l’incapacità di frenare in alcuni momenti: già notata una certa precipitazione contro la Svizzera, a volte la ricerca esasperata della verticalizzazione è un rischio eccessivo, e secondo come e dove perdi la palla puoi così esporre la tua difesa alta. Questo è successo anche con la Spagna, e il Cile ha sofferto situazioni puntuali di contropiede pur dominando la gara. Una di queste ha fruttato l’immeritato vantaggio spagnolo, un regalo bello e buono di Bravo, in folle uscita quando la cosa più logica sarebbe stata rimanere fra i pali e lasciare che il difensore accompagnasse verso l’esterno Torres.
E a riconferma dell’ingenuità cilena, e dell’incapacità spagnola di arrivare a creare attraverso uno straccio di gioco, anche lo 0-2 arriva da un errore cileno: stavolta un disimpegno di Jara che si fa rubare palla da Iniesta, che poi finalizzerà con classe. Il recupero di Iniesta (parte teoricamente da destra nel tridente, ma viene incontro e porta su palla, meglio di niente in mancanza di un gioco) e il solito Piqué son le uniche note positive della prestazione spagnola: ma sono completamente isolate da un contesto collettivo minimamente favorevole.

Il gol del raddoppio porta con sé anche l’errore arbitrale che condiziona il resto della partita. Cile coraggioso lo stesso, Bielsa che si gioca il tutto per tutto con un 3-3-3 nel secondo tempo (“Treccani” Vidal scala a centrocampo sulla sinistra, con Isla al centro e il neo-entrato Millar a destra; Beausejour avanza nel tridente, mentre lascia un po’ di amaro in bocca l’uscita di Valdivia per Paredes, attaccante di ruolo ma anche giocatore più limitato), e Spagna imbambolata ad inizio ripresa, perché sono i sudamericani a fare la partita e a trovare il gol con Millar deviato da Piqué, fortunoso ma meritato (passività totale della difesa spagnola nell’occasione).
Anche in superiorità numerica la Spagna sembra scricchiolare, e Del Bosque ricorre al primo cambio: Cesc per Torres (ancora negativo, anche se i suoi movimenti son sempre preziosi per allungare la difesa avversaria). Questa sì una mossa sensata: si ripropone il tourbillon in mezzo al campo, ci sono più appoggi che permettono a tutta la squadra di uscire con più facilità e prendere ossigeno, facendo finalmente valere la superiorità numerica. Xavi poi può arretrare qualche metro e soprattutto entrare di più in contatto col pallone e vedere la giocata di fronte, sulla trequarti ci va Cesc che è più capace di adattarsi alla posizione rispetto a Xavi, più verticale.
Non c’è praticamente più partita (entra anche Javi Martínez, che va destra, al posto di Xabi Alonso), perché il Cile esaurisce le energie, confida nell’incapacità offensiva della Svizzera (che dovrebbe fare due gol per passare) sull’altro campo e inizia a preoccuparsi più di non prendere gol per non alterare la differenza-reti (una volta potranno speculare un po’ anche loro? E che diamine!). Il controllo spagnolo si converte così in una melina sempre più irritante man mano che ci si avvicina al novantesimo.

VALENTINO TOLA

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La disparità di qualità in campo poteva distruggere il match, specie dopo l'ingiusta espulsione di Estrada. Il risultato del match della Svizzera (ottimo mondiale, nonostante tutto), bloccato sul pari, ha convinto anche gli spagnoli a rallentare nel finale, però il Cile ha ampiamente fatto il suo e merita la qualificazione. Il lavoro di Bielsa è favoloso, desolante ci sia lo scopre solo oggi ma tant'è: la coperta però è corta, senza Suazo il Cile fatica troppo a trovare la via della rete. E ieri ha molto pesato anche la squalifica di Carmona: la fase di recupero palla, per riottenerla e giocarla al ritmo desiderato è la fase chiave dei cileni, e il reggino è stato uno scudiero fedelissimo in tutta la fase di qualificazione. Quello che impressiona è davvero la personalità di giocare sempre la palla: dare a Bielsa quel che è di Bielsa. Spagna sorniona ma qualitativamente superiore: i primi due gol sono un regalo, la squadra di Del Bosque si limita poi a controllare, il tempo delle battaglie deve ancora iniziare.

CARLO PIZZIGONI

lunedì 21 giugno 2010

Cile-Svizzera 1-0: Mark González 30' s.t..


CILE (3-3-1-3): Bravo; Medel, Ponce, Jara; Isla, Carmona, Vidal (dal 1' s.t Valdivia); Fernandez (20' s.t. Paredes); Sanchez, Suazo (dal 1' s.t. Gonzalez), Beausejour. (Pinto, Marin, Contreras, Fuentes, Estrada, Fierro, Millar, Tello, Orellana). All.: Bielsa.

SVIZZERA (4-4-1-1): Benaglio; Lichtsteiner, Von Bergen, Grichting, Ziegler; Behrami, Huggel, Inler, Fernandes (dal 32' s.t. Bunjaku); Frei (dal 42' p.t. Barnetta); Nfuko (dal 23' s.t. Derdiyok). (Woelfli, Leoni, Eggmann, Senderos, Magnin, Padalino, Schwelger, Shaquiri, Bunjaku, Yakin). All.: Hitzfeld.

ARBITRO: Al Ghamdi (Arabia Saudita)

NOTE: spettatori 40mila circa. Espulso Behrami al 31' p.t. per gioco scorretto. Ammoniti Suazo, Nfuko, Carmona, Ponce, Barnetta, Inler, Fernandez per gioco scorretto, Medel per comportamento non regolamentare e Valdivia per simulazione. Angoli: 5-3. Recupero: 2' p.t., 3' s.t..


Stavolta più generoso che lucido, più grintoso che bello, il Cile incassa tre punti meritati se non altro per la testardaggine, favoriti anche dall’espulsione (fiscale) di Behrami nel primo tempo.

Ci stava per cascare anche Bielsa nel trappolone svizzero. Gli esteti odieranno a morte la sua squadra, ma la struttura difensiva messa in piedi da Hitzfeld merita perlomeno rispetto. Queste due linee che accorciano costantemente chiamano l’avversario a spremersi le meningi per superarle. E dobbiamo dire che come la Spagna anche il Cile non ha risposto al meglio.
Se la Spagna ha giocato con la testa fra le nuvole, il Cile del primo tempo ha giocato senza testa. Da un estremo all’altro: orizzontale e con movimenti incontro al pallone che non smuovono di un millimetro la difesa la Spagna, eccessivamente verticale e precipitoso invece il Cile. Anche questo è peccato con la Svizzera: appena recuperano il pallone i sudamericani si lanciano subito con enorme foga nello spazio.. sì, ma quale spazio? Contro una squadra che tiene la difesa a pochi metri dalla linea dell’area di rigore, lo spazio prima te lo devi creare, devi aprire da un lato all’altro e dopo, solo dopo, infilarti in una di quelle fessure nel mezzo. Devi anche temporeggiare, il giusto, ma devi farlo.
Invece niente, polli senza testa, anche col ritorno dell’avveniristico 3-3-1-3 di Bielsa, e la Svizzera prima di beccarsi l’espulsione stava anche uscendo dal guscio, prendendo confidenza. La cacciata di Behrami immobilizza il copione del match, e il Cile inizialmente (con l’adattamento sulla fascia di Frei, spaesatissimo e presto rimpiazzato da Barnetta) trova uno sbocco proprio su quella fascia con le cavalcate e i cross calibrati di Beausejour, ma in mezzo, dove bisogna inevitabilmente passare per buttare il pallone in rete, ci sono pochissime idee.
Paga il rientrante Suazo, fuori dal match in entrambe le sue apprezzabilissime vesti (quella di finalizzatore e quella di perno spalle alla porta), entrano Valdivia e Mark González per dare un’impronta ancora più offensiva alla squadra (fuori Vidal, Beausejour arretrato), e dopo 20 minuti di ripresa paga anche Matias Fernández, sostituito da Paredes, che va a fare la prima punta e lascia la trequarti a Valdivia, inizialmente riproposto da falso centravanti come con l’Honduras.
Proprio Mati merita una notazione, e purtroppo è ancora negativa: quanto è involuta l’ex promessa di Colo Colo e Villarreal, quanto appesantisce il gioco… Fate il confronto con Valdivia, e vedrete Mati che riceve spalle alla porta, che ogni volta si deve girare, portare palla, arrancare… non si sta dimostrando un vero rifinitore, ma un solista ancora abbastanza indefinibile. Valdivia pur senza fare cose straordinarie riceve molto di più fronte alla porta, perché sa come smarcarsi fra le linee, come nascondersi alle attenzioni sia della difesa che del centrocampo avversario, sa dove ricevere palla ed ha anche tempi e visioni migliori nel liberarsene.
Paredes offre l’assist del gol decisivo a Mark González, ma spreca clamorosamente un paio di contropiedi nel finale, quasi permettendo la beffa del pareggio svizzero, un destro a botta sicura di Derdiyok (non può partire dalla panchina, dà una profondità che per come gioca questa Svizzera né Nkufo né Frei possono dare) di poco a lato sul quale il Loco e la sua banda avranno perso minimo due anni di vita.

VALENTINO TOLA

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Una delle poche squadre che esce fuori dallo spartito ormai noiosissimo del 4-2-3-1 e del 4-4-2 ultra difensivo è il Cile, che Bielsa, uno che non ha mai seguito la corrente, schiera con il 3-3-1-3. L’assetto di Bielsa è molto particolare e dice molte cose nuove sotto diversi punti di vista, ma quello che bisogna evidenziare di più del gioco cileno è la sua capacità di dominare le fasce sia in fase difensiva che in quella offensiva. Lo schieramento cileno permette di avere 3 uomini per ogni fascia, attivando un meccanismo di movimenti di attacco e difesa molto interessanti. Quando si attacca sull’ala, un solo difensore centrale, Ponce, rimane bloccato al centro, mentre il difensore della fascia debole stringe, il laterale della stessa catena di fascia debole scala in difesa. A completare il tutto, Carmona accorcia sulla fascia forte, nel caso si perda la palla. In questo modo l’equilibrio regge e sulla fascia di attacco ci sono tre uomini, il laterale di difesa, quello di centrocampo e l’ala d’attacco. Una superiorità così evidente permette di giocare con la palla in fascia e velocizza le sovrapposizioni, ma fa muovere perfettamente i 3 anche senza palla, così la mezzapunta può facilmente trovare un uomo in corsa che spesso non si deve più occupare nemmeno dell’1 contro 1. È un vero gioiello la squadra di Bielsa e grazie agli uomini che ha, il tecnico riesce a giocare con diverse soluzioni di attacco e difesa (con la Svizzera in inferiorità numerica, fuori Arturo Vidal, perfetto nella doppia fase che descrivevamo prima e dentro Mark Gonzalez, utile quasi esclusivamente in fase d’attacco e pronto a chiudere verso il centro nell’azione del suo gol). Adesso il Cile aspetta la prova più difficile, la partita con un squadra che, nonostante il 4-2-3-1 inibente per il gioco sulle ali, ha calciatori così bravi e veloci che riescono a sfondare spesso sulle fasce. Se il Cile riesce a superare anche l’ostacolo Spagna, diventa la più grande sorpresa del Mondiale e un esempio di calcio da seguire.

JVAN SICA

mercoledì 16 giugno 2010

Honduras-Cile 0-1: Beausejour 34'.



HONDURAS (4-2-3-1): Valladares; Chavez, Figueroa, Nunez (34' st Martinez), Izaguirre; W. Palacios, Guevara (20' st Thomas); Mendoza, Espinoza, Alvarez; Pavon (14' st Welcome). (Canales, J.Palacios, Bernardez, D. Suazo, Garcia, Sabillon, Turcios, Escober). All.: Mendoza (Rueda squalificato).

CILE (4-3-3): Bravo; Isla, Medel, Ponce, Vidal (36' st Contreras); Millar (8' st Jara), Carmona, Fernandez; Sanchez, Valdivia (42 st' M. Gonzalez), Beausejour. (Pinto, Fuentes, H. Suazo, Estrada, Orellana, Fierro, Tello, Paredes). All.: Bielsa.

ARBITRO: Maillet (Sey).

NOTE: angoli: 4 a 6 per il Cile. Recupero: 1' e 3'. Ammoniti: Carmona, Fernandez e Palacios per gioco scorretto

...e finalmente arrivò Bielsa. Il Cile vince una partita al Mondiale dopo quasi 50 anni, con il punteggio che poteva essere anche più netto, visti gli errori di mira, specie nel secondo tempo, però si candida a sorpresa del torneo. Protagonista di tutto, ovviamente, il Loco Bielsa, e la sua teoria di calcio moderna, fatta di pressione, ripartenze e organizzazione anche a difesa schierata. Senza il centravanti Suazo, il CT cileno opta per il Mago Valdivia in posizione di 9: scelta ottima dato che l'ex Palmeiras ha buone intuizioni tra le linee e tanta qualità, anche se in fase di conclusione non è il Chupete. Durante le qualificazioni Bielsa ha alternato due moduli, il 4213 con Millar volante insieme a Carmona, e il celebre 3313: ieri ha optato inizialmente per il primo e nel secondo tempo ha fatto scivolare Vidal da terzino sinistro a centrocampista con l'inserimento di Jara al lato di Medel e Ponce sull'ultima linea, a 3, davanti a Bravo. Bene Mati Fernandez dietro le tre punte, in cui ha brillato l'udinese Sanchez, destinato a una carriera prestigiosa. Onorevole la prova dell'Honduras, migliore rispetto alle ultime uscite; cerca di rimanere compatto, di pressare in mezzo e di ripartire quando può, la qualità è quella che è, ma certo non è rimasto passivo.

CARLO PIZZIGONI