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lunedì 28 giugno 2010

Olanda-Slovacchia 2-1: Robben (O) al 18' p.t.; Sneijder (O) al 39', Vittek (S) su rigore al 49' s.t.



OLANDA (4-5-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Robben (dal 25' st Elia), Sneijder (dal 45' st Afellay), Kuyt; Van Persie (dal 34' st Huntelaar). In panchina: Vorm, Boulahrouz, Ooijer, De Zeuuw, Braafheid, Schaars, Babel, Boschker, Van der Vaart. Allenatore: Van Marwijk

SLOVACCHIA (4-2-3-1): Mucha; Pekarik, Skrtel, Durica, Zabavnik (dal 41' st Jakubko); Kucka, Hamsik (dal 41' st Sapara); Jendrisek (dal 26' st Kopunek), Stoch, Weiss; Vittek. In panchina: Pernis, Cech, Kozak, Sestak, Sapara, Holosko, Salata, Petras, Kuciak Allenatore: Weiss.

ARBITRO: Undiano (Spagna)

NOTE: Pomeriggio soleggiato, terreno in buone condizioni. Spettatori: 69.957. Angoli: 5-2 per l'Olanda. Ammoniti: Robben, Kucka, Kopunek, Skrtl, Stekelenburg per gioco scorretto. Recuperi 0'; 3'


18 minuti interessanti, poi tanta noia a parte i soliti lampi di Arjen Robben. Ci si aspettava un bel gioco sul piano estetico dall’Olanda a questi Mondiali, ma dopo quattro partite finora non s’è mai visto: sono però arrivati i risultati, quattro vittorie che lanciano gli Orange ai quarti di finale con solo pochi patemi, dando una dimostrazione di praticità più che di solidità (a metà ripresa sono state concesse due grandi occasioni a Vittek con brutti movimenti difensivi).

Si ferma come era prevedibile il cammino della Slovacchia, squadra che però esce dai Mondiali con davvero grande onore, soprattutto per il grande exploit compiuto nel girone, con la grande prestazione e il successo contro l’Italia: nelle altre tre partite la squadra di Vladimir Weiss non ha saputo convincere al 100%, ma si tratta di una squadra che ha quantificato al meglio le proprie potenzialità e che deve accogliere questo traguardo con ottima soddisfazione.

La Slovacchia inizia molto bene la partita, mostrando coraggio e un atteggiamento molto propositivo: Vladimir Weiss (senior) conferma il 4-2-3-1 ma è costretto ad un cambio di formazione per la squalifica di Strba, con l’arretramento di Hamsik in mediana e l’innesto di Vladimir Weiss (junior) sulla trequarti a muoversi liberamente tra le linee (modulo di partenza molto dinamico, tanto che nella ripresa era Jendrisek a giocare centralmente). La squadra tiene bene il campo e mostra qualche combinazione importante, facendosi inizialmente preferire ad un’Olanda che però questa volta ha in formazione il super-talento Arjen Robben, schierato sulla destra con Kuyt a sinistra (e Van der Vaart in panchina): proprio l’esterno del Bayern Monaco mette in discesa la partita con una giocata delle sue.

Questo del 2010 sarà ricordato come il “Mondiale delle ripartenze”, vista l’enorme quantità di gol arrivata da un’azione di non possesso, con recupero di palla e partenza in contropiede o transizione: la Slovacchia perde palla su rimessa laterale in attacco e Sneijder lancia subito sulla destra ben sapendo che lì può trovare Robben, il quale taglia come al solito verso il centro cercando il sinistro. E’ un’azione in due contro tre con Van Persie che si getta sulla destra dettando il movimento a provare perlomeno a portare via un avversario, ma la difesa della Slovacchia sa perfettamente qual è la volontà di Robben e rimangono tre uomini vicino a dare fastidio alla conclusione dell’avversario: movimento buono e positivo, ma l’avversario non a caso si chiama Arjen Robben e nonostante tre uomini addosso spara una fucilata perfetta sul primo palo, mostrando in pieno tutta la propria classe e tutto il proprio talento. E’ un gol che va considerato come giocata individuale: per quanto abbastanza intelligente, il movimento di Van Persie si rivela inutile perché non porta via nessun difensore.

L’Olanda allora innesta il pilota automatico e controlla il match, che perde ritmo anche perché il gol finisce per togliere brillantezza alla Slovacchia, che non riesce più ad avanzare con grande precisione: la partita diventa così bruttina. Gli slovacchi non trovano spazi per i break sulla trequarti offensiva perché Van Bommel e De Jong giocano bassi a protezione della difesa, mentre Hamsik arretrato come interno di centrocampo dovrebbe dettare i tempi di gioco ma invece è protagonista di una prestazione del tutto anonima e incolore. L’Olanda dal canto suo non riesce ad essere frizzante in avanti e nel resto del primo tempo non crea chances per chiudere il match: Van Persie si muove molto ma ancora una volta in questo Mondiale non convince del tutto, Kuyt svolge il solito lavoro tattico ma apparentemente sulla sinistra è meno efficace, mentre Wesley Sneijder (a parte il lancio del primo gol) è piuttosto impreciso e sbaglia molto anche in azioni importanti, per una delle rarissime prestazioni incolore della sua stagione. Van Marwijk dovrebbe star tranquillo: difficile che giochi così altre partite in questo Mondiale, vista la sua continuità di rendimento.

Allora a regalare dei lampi tra gli sbadigli ci pensa Robben: altra classica azione a tagliare sul sinistro per il tiro dal limite, ancora una volta la difesa della Slovacchia chiude con tre uomini ma il mancino del 26enne è caldo e il tiro sul secondo palo è ancora una volta perfetto, con Mucha che deve intervenire con un grande intervento. Robben è capace di trovare due tiri in porta così letali con in entrambi i casi tre uomini addosso: questa chiamasi qualità.

La Slovacchia prova a muovere gli uomini in avanti ma non ha spunti brillanti di gioco, anche se a metà ripresa ha due grandi occasioni in successione, con Stekelenburg bravissimo ad opporsi su Stoch prima e su Vittek poi: la punta dell’Ankaragucu però era rimasto solissimo a centro area per un brutto movimento difensivo dell’Olanda e doveva trovare una soluzione decisamente migliore e più letale di un tiro piuttosto centrale che permette al portiere la respinta. Vittek ha poi la chance per rifarsi su un altro errore della linea dell’Olanda (Van der Wiel lo tiene in gioco), ma è lentissimo nell’attivarsi e spara malamente alto: la Slovacchia non ha giocato un secondo tempo entusiasmante con tanti elementi chiave sottotono (su tutti Hamsik), ma può e deve recriminare per questi sprechi della propria punta che avrebbero cambiato la partita, anche perché poi Sneijder impreziosisce la sua prova andando a realizzare il gol del 2-0 (prezioso assist di Kuyt e distrazione della difesa su punizione battuta rapidamente). Il gol di Vittek su rigore serve soltanto per le statistiche.

Olanda che ancora non sembra mostrare in pieno tutto il proprio potenziale: le qualità offensive sono talmente grandi che la squadra può vincere pur non convincendo, ma l’impressione è che questa squadra abbia la possibilità di giocare un calcio più brillante e più pericoloso in avanti. Il quarto di finale (contro Brasile o Cile) ci dirà se questa premessa sarà mantenuta nel momento più caldo del torneo o se rimarrà un’aspettativa disattesa.

SILVIO DI FEDE

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L’ottavo di finale meno divertente di quelli visti finora, ma per l’Olanda versione Sudafrica 2010 non è una novità. Non che gli slovacchi rappresentino un inno allo spettacolo, come già dimostrato nelle partite contro Nuova Zelanda e Paraguay. Il 4-4-1-1 schierato dal ct Weiss parla chiaro: nove uomini per contenere gli oranje, con Vittek unica punta in attesa di palloni giocabili. Una scelta probabilmente obbligata, quella del bravo tecnico slovacco, che finisce però con il depotenziare gente come Hamsik, Weiss e Stoch, i cui punti di forza sono gli inserimenti (al centro per il giocatore del Napoli, sulle fasce per i due giovani talenti) e il movimento sulla trequarti per dettare il passaggio. L’Olanda si adegua al ritmo piuttosto basso, cercando - e trovando - il gol per merito di una giocata del singolo, il classico Robben che rientra dalla destra e scocca il tiro al limite dell’area, piuttosto che grazie ad una manovra collettiva. I terzini bloccati nelle retrovie non aiutano ad incrementare la fluidità della manovra: un copione già visto contro Danimarca e Giappone. Inedite invece le due palle gol solari concesse nella ripresa dalla retroguardia oranje, finora inappuntabile, a Stoch e Vittek; in entrambi i casi Stekelenburg si fa trovare pronto. La Slovacchia resta chiusa fino alla fine, mostrando da un lato una buona tenuta al cospetto di un avversario di livello nettamente superiore, ma dall’altro evidenziando tutte le proprie carenza in fase di costruzione. Giocatore-simbolo è il centrocampista centrale Kucka (il migliore dei suoi), ottimo in fase di interdizione ma limitato quando si tratta di ripartire con la palla. Olanda micidiale in contropiede, ma ancora troppo spesso al piccolo trotto. I risultati però sono tutti dalla parte di Van Marwijk, pertanto c’è poco da discutere.

ALEC CORDOLCINI

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E' un'Olanda atipica ma vincente quella ammirata fino ad ora in Sudafrica: quattro successi - seppur non brillantissimi - in altrettanti incontri, ed in generale diciotto vittorie e sei pareggi nelle ultime ventitré sfide (in pratica l'ultima sconfitta risale al celebre Quarto di Finale con la Russia ad EURO 2008; sotto la guida di Bert van Marwijk è ancora imbattuta). Niente calcio totale, gioco basato principalmente sulle ripartenze mortifere e sulle giocate dei singoli, che se si chiamano Robben e Sneijder sono capaci di farti male in qualsiasi istante. Poco continua nel corso dei 90', mai realmente travolgente come in passato, ma più solida (sebbene oggi si siano viste le prime crepe nella difesa arancione) e concreta, intelligente perchè capace di intuire quando andare a colpire gli avversari.
Gli illusi che si aspettavano di vedere una goleada saranno inevitabilmente rimasti delusi: ciò non è avvenuto sia perchè l'Olanda ha continuato a dare l'impressione di voler giocare un pò a nascondino, sia grazie alla più che discreta prestazione fornita dalla Slovacchia, una compagine sicuramente non irresistibile ma dignitosa, non così inadeguata come alcuni disfattisti italiani ci avevano voluto far credere.

Una sorpresa annunciata il rientro nell'undici titolare di Robben: i 20' di allenamento concessi dal C.T. olandese contro il Camerun sono bastati per far capire a tutti che il fuoriclasse del Bayern Monaco ha già recuperato dall'infortunio che aveva messo a rischio la sua presenza al Mondiale. Costretto a cambiare qualcosa rispetto alla trionfale gara con i Campioni del Mondo in carica, lo slovacco Vladimir Weiss, che punta ancora su un 4-2-3-1, ma che varia la posizione di alcuni giocatori in campo: con l'assenza per squalifica di Strba, viene arretrato il raggio d'azione di Hamsik ed inserito il figlio omonimo del tecnico, titolare nelle prime due deludenti uscite. Confermati gli insidiosi Stoch e Jendrisek alle spalle dell'eroe nazionale Vittek, .
La prima occasione è per la Slovacchia: il 19enne Weiss si libera bene di un paio di avversari ed appoggia per Jendrisek, il cui tiro termina alto. Un segnale che i meno quotati slovacchi lanciano agli avversari: aggressiva sui portatori di palla e pressing alto per l'unica debuttante di Sudafrica 2010. Un tipico atteggiamento di chi non ha nulla da perdere. Ma di fronte questa volta non hanno il Di Natale di turno, bensì "Alien" Robben, che rientra sul mancino con il suo classico movimento e batte Mucha sul primo palo. Impreparata nella circostanza la difesa slovacca, ingenua a subire un contropiede dopo poco più di 15' e sul risultato ancora fermo sullo 0-0. Piuttosto squilibrata a centrocampo la formazione di Weiss, schierata con un solo giocatore abile nella fase difensiva, Kucka (elemento abbastanza interessante, classe 1987, che milita nello Sparta Praga); com'era prevedibile si fa sentire in mezzo al campo l'assenza dello squalificato Strba, fondamentale da un punto di vista tattico nello scacchiere slovacco. I "Tulipani" si chiudono bene, Hamsik e compagni accusano il colpo: il risultato è una conclusione poco esaltante della prima frazione di gioco, nella quale l'obiettivo dell'Olanda è quello di aspettare gli avversari, fargli uscire dal guscio, per poi punirli in contropiede.
Si va alla ripresa e la partenza degli Oranje è esplosiva: prima è Robben che con il solito guizzo semina il panico e chiama Mucha al grande intervento; poi il neo-estremo difensore dell'Everton è costretto a superarsi con un pò di fortuna su un tentativo da distanza ravvicinata di Mathijsen. Fatica a far gioco la Slovacchia, che paga in particolare il Mondiale sottotono di "Marekiaro" Hamsik, tanto straordinario come incursore quanto anonimo come regista di centrocampo. Con Vittek sempre raddoppiato e con i giovani Weiss e Stoch poco attivi, sembra una lenta agonia il secondo tempo della Slovacchia. Come d'un tratto, però, al 67' qualcosa cambia: Stoch si accende e di destro impegna Stekelenburg. Nell'azione successiva è ancora il portiere dell'Ajax a rendersi protagonista, questa volta opponendosi al tiro centrale di Vittek, liberato da un perfetto passaggio verticale di Kucka; l'ex bomber del Norimberga si gira bene, ma è poco lucido nel momento decisivo. Completamente a vuoto il tentato anticipo di Heitinga, la difesa arancione inizia a scricchiolare ed il momento è favorevole alla Slovacchia, che però non lo sfrutta, sciupando un'ulteriore palla gol sempre con il giustiziere dell'Italia. Errori che contro avversari di questo calibro non ti puoi permettere di commettere: da una punizione dalla trequarti, mal interpretata dalla difesa slovacca, nasce il gol che chiude il conto, messo a segno a porta vuota da Sneijder, su gentile omaggio del sempre utilissimo Kuyt. Tutto nasce da un presunto fallo (la gamba era alta, ma sarebbe stato meglio non fischiare nulla) commesso da Škrtel, il quale, invece di tornare indietro a dare una mano ai suoi compagni, continua a protestare con il fiscale fischietto spagnolo Undiano Mallenco, lasciando un buco centrale nel quale si infila il suo compagno di squadra nel Liverpool. Proprio all'ultimissimo giro di orologio, ecco il rigore per la Slovacchia, procurato dal subentrato Jakubko: Vittek trasforma, togliendosi la soddisfazione di raggiungere Higuaín momentaneamente in testa nella classifica marcatori. E' una rete però inutile, che fa aumentare i rimpianti di una Slovacchia che torna a casa comunque tra gli applausi.
Rimangono ancora i dubbi sull'Olanda, nazionale che finora non ha mai toppato a differenza di altre candidate alla vittoria finale ma che allo stesso tempo ha dato l'impressione di essere ancora inespressa. E' forte la voglia di vedere questa squadra - che gioca in tranquillità con un ritmo sempre abbastanza lento e compassato - di fronte ad un impegno gravoso, per capire se gli Oranje hanno volutamente giocato con il freno a mano tirato o se sono veramente questi.

ALBERTO FARINONE

giovedì 24 giugno 2010

Slovacchia-Italia 3-2: Vittek (S) al 25’ p.t.; Vittek (S) al 28’, Di Natale (I) al 36’, Kopunek al 44’ s.t., Quagliarella (I) al 47’ s.t.


SLOVACCHIA (4-2-3-1): Mucha; Pekarik, Skrtel, Durica, Zabavnik; Strba (dal 42’ s.t. Kopunek), Kucka; Stoch, Hamsik, Jendrisek (dal 49’ s.t. Jendrisek); Vittek (dal 47’ s.t. Sestak). (Pernis, Cech, Salata, Weiss, Sapara, Kuciak, Holosko, Jakubko, Kozak). All. Weiss.

ITALIA (4-3-3): Marchetti; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito (dal 1’ s.t. Maggio); Montolivo (dall’11’ s.t. Pirlo), De Rossi, Gattuso (dal 1’ s.t. Quagliarella); Pepe, Iaquinta, Di Natale. (De Santis, Bonucci, Bocchetti, Palombo, Marchisio, Camoranesi, Gilardino, Pazzini). All. Lippi.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 53.412. Espulsi. Ammoniti Strba, Cannavaro, Vittek, Pekarik, Chiellini, Pepe, Mucha, Quagliarella. Recupero: 3’ p.t., 4’ s.t.

E' finita come doveva finire per quanto (non) fatto dall'Italia in queste tre partite. Un'eliminazione sacrosanta, quella della Lippi-band, incapace di vincere una sola gara con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, che a questo punto del torneo possiamo definire come una squadra difensivamente solida ma poco propositiva (i sudamericani), un insieme di coraggiosi semiprofessionisti (gli All Whites) e la formazione europea meno attrezzata di tutto il Mondiale. Il discorso di Lippi in conferenza stampa è degno del personaggio: fingendo di prendersi fumose responsabilità sulla mancata tenuta mentale degli azzurri, evita sul nascere qualsiasi dibattito sulle sue scandalose convocazioni, sulla condizione fisica penosa della squadra e, cosa più importante, sull'assoluta confusione tattica di cui lui è il principale colpevole. Inutile dichiarare di aver preparato male la partita (come se solo quella con la Slovacchia fosse stata giocata male) quando altre e più gravi sono le mancanze di un commissario tecnico arrogante, con un'idea privatistica di gestione della Nazionale che dovrebbe far inorridire tutti. Stomachevoli le chiacchiere post-partita, farcite di discorsi da bar (fatti però da professionisti ben pagati) sul livello del nostro calcio, come se fosse vera la barzelletta secondo cui non sono rimasti buoni elementi a casa; facendo un po' di nomi a caso, mi vengono in mente Barzagli, Perrotta, Brighi, Cassano e Balotelli. Ma il problema non è questo, siamo seri; il problema è stata la gestione tattica delle tre partite del girone, confusionaria e senza senso. Il c.t. è partito contro il Paraguay con uno schema da Inter mourinhana, è passato al 4-4-2 per trovare il gol perduto dagli attaccanti contro i nozelandesi ed ha concluso contro la Slovacchia con un 4-3-3 impostato su un Gattuso dopolavoristico e uno Iaquinta impresentabile come centravanti, tutto ciò per tacere dello schema (?) a quattro punte e mezzo varato per disperazione nel secondo tempo di quest'ultima partita. Lippi è arrivato in Sudafrica senza un'idea di gioco minimamente definita, ha messo Marchisio ovunque tranne che nel suo ruolo, ha puntato su gente bollita o con qualità mediocrissime (errore gà commesso in sede di convocazioni, con l'ottima scelta di puntare sul blocco della peggiore Juventus della storia ed ignorando i giocatori di Roma, Inter, Sampdoria e Palermo), insomma ha combinato un pasticciaccio tale che ogni paragone con Bearzot, eliminato agli ottavi nel 1986 dalla Francia di Platini, è francamente offensivo. "Grazie Marcello" ha voluto giocare col fuoco, puntando tutto sull'identificazione completa della squadra col suo "conducador" e adesso ne dovrà pagare le conseguenze, giacchè questo fracasso clamoroso rimarrà una macchia indelebile nella sua carriera.

EDOARDO MOLINELLI

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Disastro Italia. Appena due parole, pienamente sufficienti per spiegare cos'è accaduto all'Ellis Park di Johannesburg: una squadra senz'anima, vestita d'azzurro e con un pacchiano distintivo sul petto a ricordare il titolo mondiale, che soccombe alla frizzante Slovacchia, esordiente in Coppa del Mondo. Siccome ci sarà tempo e spazio per spiegare la disfatta italiana, meglio passare al commento della partita.
I primi minuti sono agghiaccianti: un'Italia impaurita lascia l'iniziativa agli slovacchi, che gestiscono il pallone in attesa del movimento tra le linee di Hamsik, assai mobile in avvio di partita salvo poi spegnersi col passare dei minuti. Lippi, che si scervella per rimettere in sesto i suoi, cambia moduli e posizioni con inaudita frequenza: il 4-3-3 iniziale si tramuta in 4-4-2, Montolivo e Gattuso si scambiano la posizione così come Pepe e Di Natale. Le manovra tattiche avversarie non distolgono la Slovacchia dalla partita, condotta con sapienza e senza timori di sorta perché il De Rossi regista non rende e Montolivo risulta pesantemente limitato dalla posizione esterna ricoperta nel centrocampo a tre. I guai italiani non si limitano esclusivamente alla linea mediana: la spinta di Criscito non arriva, mentre Cannavaro è in affano e Di Natale fatica a trovare la posizione ideale; Iaquinta, di cui Lippi si fida ciecamente, è praticamente nullo. Con dei simili presupposti, il gol slovacco diventa questione di minuti. Perché Vittek batta Marchetti è però necessaria una follia difensiva: De Rossi serve Montolivo nel proprio terzo difensivo, ignaro del fatto che la linea di passaggio sia ostruita; Kucka intercetta la sfera e su di lui si avventa Chiellini, scriteriato nello svuotare la propria zona di competenza in cui si avventa Vittek che, complice il tardivo recupero di Criscito, fredda Marchetti con il destro. L'Italia sbanda paurosamente, senza idee né convinzioni. La gara arranca fino al 45', il duplice fischio dell'arbitro è una manna dal cielo per gli azzurri.
Al rientro in campo delle squadre si notano due novità: Maggio e Quagliarella prendono il posto di Criscito e Gattuso, andando a delineare un 4-2-4 che sa di arrembaggio ma anche di disperazione. I due neoentrati portano brio alla manovra azzurra: più dediti al dialogo (favorito anche dall'ingresso in campo di Pirlo), gli uomini di Lippi creano qualche apprensione alla difesa slovacca per cui i maggiori pericoli arrivano da sinistra, dove Quagliarella punta costantemente l'avversario. A furia di attaccare, l'Italia finisce con lo sbilanciarsi e subire in contropiede: Chiellini salva due volte. Non tre: in ritardo su Vittek, 2-0 per la Slovacchia. Qui saltano gli schemi, e succede davvero di tutto. Di Natale riapre la partita infilando Mucha dopo una bella combinazione tra Iaquinta e Quagliarella, cui viene pure annullato il gol del pareggio. Sul fronte opposto Kopunek prende d'infilata la difesa azzurra ed uccella Marchetti, ma l'invenzione di Quagliarella (assurdo pallonetto, assurdo) concede all'Italia ancora qualche istante di speranza. A questo punto il Weiss allenatore (c'è suo figlio in panchina) si gioca due sostituzioni, ed i suoi si rendono protagonisti di numerosi svenimenti: loro perdono tempo, Pepe perde l'appuntamento con il pallone del 3-3. Italia a casa.

ANTONIO GIUSTO

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Quello che era previsto, razionale e giusto è accaduto, senza che nessun miracolo ci risolvesse il problema. Adesso serve ripartire, come sapevano in Federazione dalla Confederations Cup dello scorso anno. Lippi per prestigio raggiunto, potere accordato e richiamo pubblicitario non poteva essere messo alla porta, anche se tutti sapevano che questo mondiale sarebbe stato uno dei peggiori mai giocati dall’Italia. Come sempre in FIGC si è poco bravi a gestire i cicli lunghi e gli intermezzi, mentre si è bravissimi a sterzare e cambiare registro. Dall’allenatore con i pretoriani al tecnico del “chi è più in forma gioca”. Prandelli ha la testa sulla Nazionale da alcuni mesi e ha molto margine di manovra, almeno fino alla definizione degli 11 che si schiereranno titolari all’Europeo di Polonia-Ucraina (sempre se i troppi esprimenti ci fanno qualificare). Entro per un attimo nella testa di Prandelli e dico la sua-mia formazione ad oggi:

1) Buffon – Ha chiaramente fatto capire che lui non lascerà la baracca. Non riesce ad andare via senza essersi riscattato. È un atteggiamento da uomo coraggioso.
2) Santon – Non ho capito perché l’Inter cerca il laterale destro se ha il miglior difensore di fascia italiano. Prandelli gli darà la fascia e cercherà di migliorarlo in copertura.
3) Criscito – Ad oggi non ci sono specialisti e gli stranieri, comunque pochi, costano troppo. In questo senso Criscito non può non giocare in Nazionale e non andare in qualche club di prima fascia. Inoltre a Prandelli piace il terzino sinistro bloccato se ha un uomo di fascia d’attacco, tanto è vero che giocava Gobbi e a volte Felipe.
4) De Rossi – Prandelli gli aumenterà le responsabilità e la voce in capitolo.
5) Ranocchia – Già con Lippi sarebbe stato il terzo centrale. Per fisico e posizione è il difensore ideale di Prandelli. Un po’ Dainelli, un po’ Gamberini.
6) Chiellini? – Per adesso deve giocare lui perché siamo a corto di centrali italiani. Dovrebbe arrivare un diciottenne che ci cambia la vita. Speriamo.
7) Balotelli – Nei prossimi anni con l’imprimatur Mourinho e il 3-1 Benitez, Balotelli diventerà il nostro Cristiano Ronaldo (il tempo ci dirà se lo assomiglierà, sarà migliore o peggiore). Per lui un posto in attacco con partenza da destra o da sinistra e libertà di accentrarsi. Non seguirà i difensori nelle ripartenze.
8) Poli – Lui sì che può fare il gioco che Lippi chiedeva a Marchisio grazie alle sue capacità di inserimento. Crescerà nel fisico e con un po’ di Champions League e il passaggio ad una grande squadra anche in esperienza.
9) Dumitru o Destro – Può sembrare impossibile ma almeno uno di questi due attaccanti saranno le sorprese dell’Italia per l’Europeo o almeno per Brasile 2014. Dumitru attacca lo spazio e gioca sui tagli, Destro fa il centravanti boa ma sa servire i compagni. Per adesso ci arrangiamo con i vari Gilardino e Borriello, ma poi arrivano questi.
10) Cassano – Come sempre giocherà l’ennesimo Europeo. Speriamo da stella conclamata e inattaccabile così a 32 anni, dopo un anno di allenamenti intensi e mirati, può disputare un Mondiale. Se non ce la fa gioca un mediano di tocco. A questo punto Montolivo
11) Schelotto – L’unico uomo di fascia nel panorama italiano che può fare il Vargas, con tocco migliore e minore esplosività, è il ragazzo argentino sapientemente naturalizzato. Se non scoppia, Prandelli adatterà Giuseppe Rossi, che si riprenderà da questa brutta annata.

JVAN SICA

domenica 20 giugno 2010

Slovacchia-Paraguay 0-2: Vera al 27' p.t.; Riveros al 41' s.t.



SLOVACCHIA (4-4-1-1):
Mucha; Pekarik, Skrtel, Salata (38' s.t. Stoch), Durica; Sestak (25' s.t. Holosko), Strba, Kozak, Weiss; Hamsik; Vittek. All: Weiss.
Panchina: Pernis, Kucink, Zabavnik, Cech, Petras, Sapara, Kucka, Kopunek, Jakubko, Jendrisek.

PARAGUAY (4-3-2-1):
Villar; Bonet, Alcaraz, Da Silva, Morel; Vera (43' s.t. E. Barreto), V. Caceres, Riveros; Valdez (22' s.t. Torres), Santa Cruz; Barrios (37' s.t. Cardozo). All: Martino.
Panchina: D. Barreto, Bobadilla, Veron, Caniza, J. C. Caceres, Santana, Ortigoza, Benitez, Gamarra.

ARBITRO:
Maillet

NOTE:
ammoniti Weiss, Durica, Vera, Sestak


Buon Paraguay. Conosce i suoi limiti, razionale e concreto. Allucinante la pochezza slovacca.

Se contro l’Italia avevamo visto il Paraguay classico, che fa leva sulla difesa, contro la Slovacchia i sudamericani hanno avuto il merito di saper cambiare registro, facendo la partita in maniera convincente. Sia chiaro, i limiti qualitativi a centrocampo non si possono superare, e così anche in questa gara condotta all’offensiva, il Paraguay parte comunque dalla sua fase di non possesso, dal pressing alto peraltro già apprezzato anche in alcune fasi con l’Italia.
Pressing alto e poi gioco palla a terra ma abbastanza verticale e diretto sulle punte, che stavolta sono tre, sono ottime e sostengono il baricentro della squadra. Lucas Barrios è quello più avanzato, quello che vede meglio la porta ma che è anche bravo a proteggere palla, svariare un minimo e dialogare palla a terra; Santa Cruz è il più arretrato, il più simile a un trequartista per qualità tecniche (non per caratteristiche tattiche naturalmente), può portare palla e, partendo defilato da sinistra, anche ripiegare in fase difensiva (sulla fascia opposta invece chiude Vera); Nelson Valdez (non un idolo di chi scrive), ronza come una zanzara negli spazi che gli aprono di volta in volta i movimenti di Barrios e Santa Cruz, dando anche lui una mano in copertura grazie a polmoni inesauribili.
Il lavoro delle tre punte è fondamentale perché spalle alla porta anticipano costantemente i difensori slovacchi offrendo una sponda ai centrocampisti. Il resto lo fa la compattezza del blocco paraguaiano, sempre pronto ad accorciare non solo in fase difensiva. Esemplare Vera, autore del gran gol che sblocca la partita: giocatore dai piedi discutibili (per quanto il tocco d’esterno con cui conclude a rete sia notevole) ma assai prezioso per il dinamismo e l’intelligenza nel coprire e attaccare gli spazi senza palla. La dinamica dello 0-1 riassume il buon primo tempo degli uomini di “Tata” Martino: pressing, recupero alto, appoggio sull’attaccante (Barrios), inserimento dal centrocampo, gol.
Nella ripresa la proposta paraguaiana cala un po’ d’intensità, baricentro un po’ più basso, per cui Martino decide di premunirsi togliendo le tre punte (fuori Valdez), avanzando Santa Cruz e inserendo un esterno di ruolo (in origine pure terzino) sulla sinistra, Aureliano Torres.
Non soffre minimamente il Paraguay e nel finale torna all’attacco per infliggere il colpo di grazia, rinvigorito davanti dall’ingresso di Cardozo, con il raddoppio firmato Riveros (neo-acquisto del Sunderland).
Della Slovacchia c’è poco da dire: non sembra una squadra di calcio. Assoluta disarmonia e incomunicabilità totale fra i reparti. Passaggi a ritmo da lumaca fra difensori che talvolta sembrano bambini al primo contatto con un pallone, assenza di punti di riferimento che annichilisce i giocatori di maggior talento, Hamsik e Weiss. Il napoletano non sa che pesci pigliare: la sua squadra non sa fare uscire il pallone dalla difesa, per cui Hamsik non può essere attivato, poi l’assenza di appoggio dall’attacco toglie anche ogni possibilità di inserimento, la specialità della casa. Questo senza dimenticare le lacune di personalità comunque evidenziate da Hamsik in queste due partite. Più vivace Weiss, ma anche lui si perde, perché con una squadra impostata così i suoi dribbling avvengono tutt’al più all’altezza della metacampo e spalle alla porta, e restano perciò inutili.

VALENTINO TOLA

martedì 15 giugno 2010

Nuova Zelanda - Slovacchia 1-1: 50' Vittek; 90'+3 W. Reid.



NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Vicelich (dal 33' st Christie), Elliott, Lochhead; Killen (dal 26' st Wood), Fallon, Smeltz. (Moss, Bannatyne, Sigmund, Brown, Barron, McGlinchey, Clapham, Mulligan, Boyens, Brockie). All. Ricki Herbert.

SLOVACCHIA (4-4-2): Mucha; Zabavnik, Durica, Skrtel, Cech; Weiss (dal 46' st Kucka), Strba, Hamsik, Jendrisek; Vittek (dal 38' st Stoch), Sestak (dal 35' st Holosko). (Pernis, Kuciak, Pekaric, Kozak, Sapara, Pernis, Jakubko, Kopunek, Salata, Petras). All. Vladimir Weiss.

ARBITRO: Jerome Damon (Sudafrica).

NOTE - Spettatori: 23.871. Ammoniti Lochhead, Strba per gioco scorretto e Reid per c.n.r. Angoli: 9-3 per la Slovacchia. Recuperi 1' e 3'.

Se il regolamento FIFA non fosse cambiato e l'Australia avesse continuato ad essere inserita nella zona oceanica invece che in quella asiatica, la Nuova Zelanda non avrebbe mai conquistato il pass per il secondo Mondiale della sua storia, dopo la prima storica partecipazione datata 1982. Gli All Whites non solo sono stati bravi a sfruttare l'occasione, qualificandosi abbastanza agevolmente ai danni del Bahrain, ma sono addirittura riusciti nell'impresa di pareggiare all'esordio contro la più quotata Slovacchia, ottenendo così il primo punto in una fase finale della Coppa del Mondo. Chi si aspettava un futuro da vittima sacrificale s'è - almeno in parte - sbagliato e deve recitare il mea culpa, perchè i Kiwi, pur denotando degli evidenti e grossolani limiti, hanno assolutamente meritato l'1-1 strappato nel finale a quella che era l'unica esordiente assoluta di Sudafrica 2010. Grande delusione per gli uomini di Vladimir Weiss, che in ottica passaggio del turno si sono probabilmente scavati la fossa da soli e che non sono apparsi mai brillanti, sebbene avessero la qualità (non eccelsa, intendiamoci, ma sufficiente per uscire da Rustenburg con il bottino pieno sì) per vincere con due-tre gol di scarto. Ed invece Hamsik e compagni hanno sbagliato tutto: a partire dall'approccio alla gara, nel quale ha influito una normale emozione, fino ad arrivare alla pessima gestione del vantaggio, ottenuto peraltro con un gol irregolare (il bomber Vittek era infatti davanti a tutti sul cross del compagno di reparto Sestak). Se erano pronosticabili le difficoltà avute nel primo tempo, era lecito attendersi che una volta portatasi in vantaggio la Slovacchia avrebbe avuto vita facile. Ma così non è stato, i giocatori in maglia blu si sono seduti, hanno smesso con il passare dei minuti di attaccare e si sono accontentati di mantenere il risultato di 1-0 fino al fischio finale. Un atteggiamento contestabile, che ha giustamente punito coloro che per arrivare all'appuntamento con la storia avevano messo in fila nel girone eliminatorio nazionali come Slovenia, Repubblica Ceca, Polonia ed Irlanda del Nord.

ALBERTO FARINONE

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Deludente Slovacchia. Non convince né quando deve cercare il vantaggio né quando, una volta raggiunto, lo deve gestire. Weiss aveva scelto una formazione sulla carta piuttosto offensiva, con due punte, un solo centrocampista difensivo (Strba) più Hamsik e due esterni alti, Jendrisek a sinistra e Weiss figlio a destra. La Nuova Zelanda mantiene il 3-4-3, ma con la correzione di Vicelich (difensore di ruolo), avanzato a centrocampo. La caratteristica tattica più interessante dei Kiwi sono le tre punte autentiche, ed è curioso che a proporle sia la squadra teoricamente più scarsa proprio nel mondiale finora del difensivismo più superficiale. Killen, Fallon e Smeltz sono vere punte perché giocano sempre vicine, senza tornanti mascherati: quando la squadra è in fase di possesso questo permette di semplificare il gioco, perché se cerchi una palla alta ci sono sempre altri due giocatori vicini pronti a raccogliere la spizzata; in fase di non possesso invece gli attaccanti tendono a disturbare l’inizio dell’azione avversaria rimanendo abbastanza stretti centralmente.
Ciò potrebbe rappresentare un vantaggio per una Slovacchia in grado di cambiare rapidamente gioco da un lato all’altro, perché costringerebbe gli esterni di difesa e centrocampo neozelandesi a scalare in maniera uin po’ affannosa e aprire di conseguenza qualche varco centrale, ma non avviene nulla di tutto questo, perché l’inizio dell’azione slovacca non decolla mai. Troppo lento, la Nuova Zelanda ha tutto il tempo per chiudere con gli spostamenti laterali e centralmente è corta e non lascia possibilità al di là della palla lunga o dello spunto puramente individuale dell’estroso Weiss.
Proprio da Weiss parte l’azione che nel secondo tempo sveglia la Slovacchia e sblocca la partita, sul buon cross di Sestak che a dirla tutta però pesca Vittek in una posizione di fuorigioco non ravvisata dall’arbitro.
La Slovacchia però arretra troppo il baricentro, non chiude su quei contropiedi che riesce a costruire e permette alla Nuova Zelanda di meritarsi il suo sudato, storico pareggio. I Kiwi hanno proposto un calcio banale, inevitabile date le qualità tecniche, ma paziente e non pavido, logico, lineare, con appoggi semplici ma sempre disponibili e buone spaziature in fase di possesso, ovviamente fino all’immancabile cross dalla trequarti, che è il massimo che questa squadra sa esprimere. Intanto però uno Reid lo ha già buttato dentro.

VALENTINO TOLA

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LA SALVEZZA ARRIVA DAL CIELO!

Da tempo gli avvoltoi "kiwis" si aggiravano sinistri nei trenta metri slovacchi, la puzza della carogna slava in avanzato stato di decomposizione si faceva via via più penetrante e siccome le cose viste dall'alto, non solo si vedono meglio, ma fanno anche meno paura, i rugbysti prestati al Dio pallone (rotondo), all'ennesima mischia aerea hanno acciuffato un pari tardivo ma giusto in tempo per diventare storico, come il primo punto colto ai mondiali (due partecipazioni). Winston Reid del Midtjylland danese, difensore per professione, lottatore per indole, da oggi icona per la storiografia calcistica neozelandese.
Punto meritato sia ben chiaro, maturato con la non-tattica della palla buttata in mezzo da trequarti, ma costruito sull'audacia di un 3-4-3 iniziale spregiudicato e contronatura per le corde della nazionale meno qualitativa di questi mondiali, presente grazie solo al cervellotico gioco geopolitico delle qualificazioni mondiali che ha visto i transfughi australiani aderire al continente asiatico e liberare il pass per il play-off oceanico ai ragazzi di Wellington. Pass ottenuto non senza sudare con il non irresistibile Bahrein in un doppio scontro in cui gli arabi hanno molto da rimpiangere contabilizzando le numerose occasioni dilapidate.
Una Nuova Zelanda dal gioco molto classico e privo di ogni fronzolo superfluo per giocatori dalla tecnica di base limitatissima e dal pedigree ancor più modesto. Palla fatta circolare con discreta velocità col piatto del piede senza saltare il centrocampo, linee vicine, grande corsa ed abnegazione, appena ce n'è la possibilità, palla catapultata a centro area per la giocata aerea oppure qualche rara entrata centrale. Un primo tempo sostanzialmente appannaggio degli australi che devono però fare i conti con il portiere (!) Paston, uomo-pathos non richiesto dai 4.250.000 abitanti dell'isola pacifica.
La Slovacchia si crogiola sul fatto che prima o poi il gol arriverà, così come accade al 5° della ripresa benché la rete sia da annullare per palese fuorigioco del marcatore Vittek.
Sembra poter controllare la gara, ed anzi, visto le dinamiche del giorne e la regola per il passaggio del turno, un secondo gol sarebbe gradito, ma per due volte Sestak perde l'attimo e quindi Reid al 93 sull'ennesima incursione aerea del finale di gara riscrive la storia calcistica del paese e manda un messaggio alle prossime due rivali del girone meno qualitativo del mondiale: se la partita verrà tenuta in bilico sino all'ultimo la contraerea di rugbysti neozelandese potrebbe di nuovo arrivare a sorvolare nell'alto dei cieli...

VOJVODA

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In un Mondiale fin qui dominato dalle cadenze latine e sudamericane con tanto calcio ragionato (anche fin troppo) e ritmi lenti, arriva una piccola ventata di britannicità con la Nuova Zelanda, non a caso una Nazione di chiaro stampo britannico e una Nazionale con tanti elementi in qualche modo legati al calcio britannico: un gioco leggermente più diretto (anche se in alcuni casi la squadra è andata a girare il pallone un po’ eccessivamente, visto che ciò avveniva con poca qualità) e molto più fisico, che regala perlomeno uno spiraglio diverso a chi ama questo tipo di calcio. Non tutto è perfetto, visto che (ovviamente) il livello tecnico è bassino e visto che la squadra di Herbert non riesce a tenere mai dei ritmi alti (che si sposano un po’ meglio a questo stile di gioco), ma in ogni caso gli All Whites fanno la loro figura, strappando in qualche modo anche un punticino storico, il primo della loro storia ai Mondiali: la Nuova Zelanda aveva giocato infatti anche a Spagna ’82, fermandosi al primo girone con tre sconfitte su tre contro la Scozia (2-5), Unione Sovietica (0-3) e Brasile (0-4), in una squadra che schierava in difesa il 21enne Ricki Herbert, adesso ct nella seconda avventura mondiale.

In tanti vedevano negli All Whites la cenerentola della competizione, il che in un Mondiale di così basso livello tecnico generale (soprattutto, ad essere bassissima è l’organizzazione offensiva, che rende il gioco di un po’ tutte le squadre parecchio casuale e le partite totalmente sonnolenti) assumeva contorni paurosi, ma come prevedibile la Nuova Zelanda non è una squadra che può mettere nel mirino il sorprendente passaggio del turno (pure nel girone più “debole” degli otto) ma è una Nazionale davvero dignitosa, grazie anche alla consapevolezza dei limiti tecnici che ha permesso all’undici di Herbert di giocare con buon agonismo. Per lo stile, sembrava poi di vedere una squadra di Football League giocare i Mondiali, non proprio un paragone azzardatissimo visto che una manciata degli elementi visti in campo ha giocato proprio nelle serie minori inglesi, dove giocando ancora il centrale sinistro Tommy Smith (con l’Ipswich) e i centravanti Rory Fallon (al Plymouth retrocesso in League One) e Chris Killen (al Middlesbrough), oltre all’interessante Chris Wood subentrato dalla panchina e promosso in Premier League con il West Bromwich (tra gli esclusi della lista dei 23 c’è anche la punta Kris Bright, che milita addirittura nello Shrewsbury, in League Two).

Il modulo usato sempre da Herbert è un 3-4-3 che costringe ai centrocampisti un lavoro di grande sacrificio, visto che in avanti vengono utilizzati tre attaccanti piuttosto statici che tendono a rientrare poco e che vengono serviti solitamente con palloni lunghi o cross (alternativamente dalla trequarti o raramente dal fondo): proprio le spizzate e le sponde delle punte sono la principale fonte di pericolo e nel primo tempo non è annullata particolarmente bene dalla Slovacchia, che soffre nel primo quarto d’ora e in parte negli ultimi 10 minuti. Nel secondo tempo invece dopo il gol di Vittek, la Nuova Zelanda sembrava avere poca vitalità, ma in qualche modo ha continuato a crederci e a sfruttare le palle alte per creare una buona occasione (sprecata da Smeltz) e il gol dell’1-1, realizzato dal giovane difensore centrale Winston Reid. Ad alimentare il gioco è soprattutto Simon Elliott, 36enne che arriva ai Mondiali da “Unattached”, ovvero senza squadra visto che lo scorso Marzo è stato svincolato dai San Josè Earthquakes, squadra di MLS: una delle tante storie particolari che accompagnano la Nuova Zelanda a questi Mondiali. Non particolarmente elegante, Elliott riesce a lavorare comunque un alto numero di palloni, cercando il lancio o l’appoggio degli esterni: Bertos a destra e Lochhead a sinistra non sono particolarmente tecnici ma il loro compito è quello di correre continuamente, sdoppiandosi nel lavoro difensivo e in quello di spinta per servire qualche cross alle punte. Con l’unico compito di giocare basso e vicino alla difesa, il centrocampo è completato da Ivan Vicelich, che si incarica di un lavoro piuttosto oscuro. Non c’è nulla di particolarmente fine sul piano tattico, ma la Nuova Zelanda riesce ad essere efficace, dando filo da torcere alla Slovacchia fino all’ultimo, quando poi è arrivato un pareggio anche abbastanza meritato.

Il grande lavoro di sponda delle punte però dovrebbe essere accompagnato con un pizzico di incisività in più in avanti: il “secondo pallone” probabilmente dovrebbe esser attaccato con più determinazione dai tre attaccanti. Piuttosto deludente è Chris Killen, che nell’ultimo periodo è entrato abbastanza in crisi e non ha dato alcun rendimento alla squadra: probabilmente per le prossime partite sarebbe il caso di puntare sul fisico più esplosivo (anche se ancora tutto da affinare) di Wood.

Davvero poco interessante e poco convincente la Slovacchia, che mai ha saputo tenere in mano le operazioni a centrocampo, non riuscendo mai a sfruttare la maggiore qualità di Hamsik. In tanti si aspettavano il 4-2-3-1 con un centrocampo più folto e l’esclusione dell’appannato Vittek, ma Weiss senior opta per il 4-4-2 e conferma il modulo che ha portato la Slovacchia alla qualificazione: il modulo non è accompagnato da una reale volontà positiva nella creazione di gioco, con la squadra che è poco vivace e che dopo il vantaggio finisce per addormentarsi, puntando unicamente a difendere l’1-0 con un atteggiamento abbastanza negativo che alla fine viene giustamente punito dal gol del pareggio. Lì è stato sbagliato tutto, perché il trend della partita sembrava chiaramente in mano alla Slovacchia, che però non ha provato la partita e ha finito per permettere alla Nuova Zelanda di riorganizzare le idee.

SILVIO DI FEDE