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giovedì 24 giugno 2010

Paraguay-Nuova Zelanda 0-0


PARAGUAY (4-3-3): Villar; Caniza, J.Caceres, Da Silva, Morel; Riveros, V.Caceres, Vera; Santa Cruz, Valdez (20' st Benitez), Cardozo (20' st Barrios). (Veron, Bonet, E.Barreto, Santana, D.Barreto, Torres, Lucas, Ortigoza, Alcaraz, Gamarra). All. Martino.

NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Elliott, Vicelich, Lochhead; Killen (34' st Brockie), Fallon (23' st Wood), Smeltz. (Sigmund, Brown, Moss, Barron, Mc Glinchey, Clapham, Mulligan, Boyens, Christie, Bannatyne). All. Herbert.

ARBITRO: Nishimura (Giappone).

NOTE: Giornata nuvolosa, terreno in buone condizioni. Spettatori: 45.264. Angoli: 2-0 per il Paraguay. Ammoniti: V. Caceres (P), Santa Cruz (P), Nelsen (N). Recupero: 1'pt; 3'st.



Quella del Peter Mokaba Stadium di Polokwane tutto è meno che la più entusiasmante delle partite, con uno 0-0 piuttosto spento con le due squadre che regalano poco. Nonostante tutto, è un match che tutto sommato soddisfa entrambe, perché la Nuova Zelanda chiude questo Mondiale addirittura da imbattuta, soddisfazione non da poco per la squadra che alla vigilia del torneo veniva considerata come la possibile cenerentola, mentre il Paraguay vince il girone senza mai vedere particolarmente in dubbio il proprio primo posto.

Il trend della partita è chiaro dall’inizio alla fine, con il Paraguay che sa di essere lontano da tutti i giochi pericolosi con un risultato di parità e allora sceglie di gestire il pallone con un possesso di palla continuo senza però grande qualità né grandi spunti: la Nuova Zelanda è ancora una volta ben coperta (atteggiamento dovuto anche per coprire qualche limite obiettivo sul piano tecnico) e difende bene con i giusti tempi nelle chiusure e nelle coperture, una difesa che funziona e che raramente viene messa a dura prova dall’attacco paraguaiano. Di fatto, la squadra di Martino ha quasi un monologo di possesso palla nel primo tempo ma non riesce mai a rendersi pericolosa, mentre la Nuova Zelanda dal canto suo impegna Justo Villar solo con due cross stretti ben intercettati dal portiere paraguaiano.

Nella ripresa la Nuova Zelanda prova a scuotersi con un gran tiro dal limite di Elliott che esce non di molto, ma è il Paraguay a continuare ad avere in mano il gioco, faticando ma riuscendo a creare tre buone occasioni, ben respinte da un Mark Paston che (a parte i primi 20 minuti contro la Slovacchia) ha giocato un Mondiale superbo ai limiti della perfezione, prendendosi anche delle rivincite con chi addirittura lo aveva preso in giro. E’ un Paraguay migliore rispetto al primo tempo ma che non convince del tutto, non pungendo mai con continuità: Santa Cruz gioca un match piuttosto soft, Valdez corre come sempre tanto ma non incide, mentre Cardozo paga una lentezza enorme e non riesce mai a rendersi pericoloso. Martino punta nella ripresa su Benitez e Barrios, ma anche loro non riescono a colpire.

La Nuova Zelanda forse paga per la prima volta una certa dose di inesperienza a questi livelli: la squadra infatti non riesce a tornare efficace dopo l’ebbrezza assoluta del grande pareggio arrivato contro l’Italia, apparendo un po’ scarica sulle gambe e senza idee in avanti, anche se la fase difensiva ancora una volta è stata sorprendentemente positiva. Serviva una vittoria per un clamoroso passaggio del turno e la squadra riesce a scuotersi solo negli ultimi cinque minuti, creando un paio di mischie ma ormai era troppo tardi per centrare la qualificazione: non è però troppo tardi per raccogliere gli applausi meritatissimi, perché gli All Whites hanno giocato un Mondiale memorabile, riuscendo impensabilmente a chiudere addirittura davanti ai Campioni del Mondo dell’Italia nel girone, loro che dovevano essere la cenerentola del Mondiale. Si chiude con tre punti che vedono la squadra di Herbert imbattuta, un risultato impossibile da prevedere: già il pareggio contro la Slovacchia sembrava un miracolo. La squadra che doveva subire caterve di gol per la propria inferiorità tecnica ha invece avuto una difesa superba guidata dal gladiatorio Ryan Nelsen e chiude il girone con appena due gol subiti, per giunta entrambi rivedibili: quello di Vittek della Slovacchia era in fuorigioco netto, quello di Iaquinta arrivato su un rigore assurdo.

E’ un Mondiale di calcio che ha entusiasmato il popolo neozelandese: pare infatti che un quarto della popolazione fosse sveglia in piena notte a guardare il match contro l’Italia, il che fa pensare ad una cresciuta di popolarità del calcio. Con l’uscita dell’Australia dalla Federazione oceanica, di fatto le qualificazioni per i Mondiali per la Nuova Zelanda si riducono a sole due partite vere ovvero quelle degli spareggi extracontinentali (le altre squadre oceaniche sono troppo deboli per competere), quindi è possibile che gli All Whites diventino una presenza abituale ai Mondiali: la determinazione e l’organizzazione non è mancata a questa Nazionale e chissà che questa esperienza e una crescita di popolarità di questo sport possa permettere alla Nuova Zelanda di crescere anche sul piano tecnico e magari poter proporre qualcosa di diverso. Di certo, questa avventura sudafricana vede i calciatori Nuova Zelanda tornare a casa con l’etichetta di “eroi”: chissà che la patria del cricket, con una Nazionale straordinaria nel rugby e con una ottima cultura sportiva (di tanti sport, non solo di “uno” come in alcune latitudini) non riesca ad appassionarsi anche al calcio, regalandoci una Nazionale ancora più competitiva. Herbert e i suoi hanno emozionato un popolo e non solo.

SILVIO DI FEDE

domenica 20 giugno 2010

Italia-Nuova Zelanda 1-1: 7' Smeltz (NZ); 29' Iaquinta (I).


ITALIA (4-4-2): Marchetti; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; Pepe (dal 1’ s.t. Camoranesi), De Rossi, Montolivo, Marchisio (dal 16’ s.t. Pazzini); Gilardino (dal 1’ s.t. Di Natale), Iaquinta. (De Santis, Bonucci, Bocchetti, Maggio, Gattuso, Palombo, Quagliarella). All. Lippi.

NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Elliott, Vicelich (dal 35’ s.t. Christie), Lochhead; Smeltz, Killen (dal 47’ s.t. Barron), Fallon (dal 18’ s.t. Wood). (Moss, Sigmund, Boyens, Brown, McGlinchey, Clapham, Mulligan, Brockie). All. Herbert.

ARBITRO: Batres (Gua).

NOTE: spettatori 38.229. Ammoniti, Fallon, Smith, Nelsen. Recupero: 1’ p.t., 4’ s.t.

Ieri Cassano ha sposato la sua Carolina, ballato sulle note di Gigi D'Alessio e gustato ogni prelibatezza capitatagli a tiro. Auguri, Totò. Una domanda mi sorge spontanea: perché, mentre l'Italia pareggia contro la Nuova Zelanda, il nostro più grande talento dai tempi di Robibaggio pronuncia il suo fatidico «sì»? Meglio non approfondire la questione: l'1-1 brucia abbastanza.
Lasciando Cassano alla luna di miele - Figi e Polinesia: tu mi lascia a casa? Bene, io vado a spassarmela col nemico -, veniamo all'incontro, tanto simile all'esordio contro il Paraguay. Per tanti motivi, primo fra tutti lo svantaggio: stesso calcio di punizione, stesso errore, con la difesa che si schiaccia troppo presto e consente a Smeltz d'infilare un incolpevole ed inoperoso Marchetti. La Nuova Zelanda, che poco propone dal punto di vista tattico, si limita ad occasionali lanci lunghi pensati per sfruttare al meglio la testa - ed i gomiti - delle torri offensive, ma il pallino del gioco ce l'ha per forza di cose un'Italia costretta alla rimonta. La palla viene fatta girare da Montolivo, in crescita dopo il comunque positivo debutto mondiale, ma il regista viola patisce la densità di maglie bianche: spazi intasati, poco tempo per ragionare e poca collaborazione da parte di un De Rossi che spesso si ritrova a fare il terzo centrale difensivo anche in fase d'impostazione. L'Italia appare libera di fare il proprio gioco sino a metà campo, poco oltre se va bene, e così viene naturale ricorrere alla battuta lunga per Pepe (perché fuori all'intervallo?) o Zambrotta, positivi sulla destra a differenza degli impacciati omologhi Marchisio e Criscito. Per agguantare il gol del pareggio è necessario un calcio di rigore, peraltro abbastanza generosamente concesso dall'arbitro guatemalteco Batres, guadagnato da De Rossi (marcatura di Alcaraz a parte, fin qui il migliore della spedizione azzurra) e messo in rete da Iaquinta, deludente tanto ma non quanto l'ectoplasmico Gilardino. Al riposo si va sull'1-1, e mentre Lippi si scervella, chi come me giustificava la sterilità offensiva con l'ordinata difesa paraguaiana inizia a capire che il problema è tinto d'azzurro: manca un uomo di fantasia, capace di saltare l'uomo ed inventarsi il gol che ti risolve la partita, ed il tanto celebrato gruppo non è in grado di sopperire a questa grave mancanza.
Con il doppio cambio le cose non migliorano di certo: Di Natale soffre sull'out sinistro (29 gol da centravanti, mica da ala), Camoranesi avrebbe bisogno di una bombola d'ossigeno. La palla inizia a scottare, perché i minuti passano ed il risultato non si sblocca: si fa confusione, il 4-2-3-1 non risolve un bel nulla ed anzi sbilancia una squadra il cui miglior attaccante finisce per rivelarsi Zambrotta (però, chi se l'aspettava dopo una stagione tanto travagliata). Di costruire azioni non se ne parla, né da una parte né dall'altra, e così ci si ritrova a provare da fuori una volta constatata l'invalicabilità del muro bianco - avessi detto la Germania Ovest di Beckenbauer, in questo caso di fronte c'era un'ordinata ma non certo insuperabile Nuova Zelanda -, che regge fino alla fine grazie alla giornata di gran vena del portiere Paston, stilisticamente imperfetto ma efficace, ed è questo che più conta.
Dopo due pareggi in fotocopia, paiono chiari i principali problemi di quest'Italia: l'incapacità di gestire i calci piazzati, costata fino ad ora due gol, ed un'inconsistenza offensiva inspiegabile per una squadra che volendo potrebbe sfoggiare Cassano e Miccoli, Totti e Balotelli. Invece, in nome del gruppo, ci si ritrova a soffrire assieme a Gilardino e Iaquinta: spalle alla porta, senza rifornimenti né rimorchi. Note liete, fin qui, ben poche: Montolivo cresce a vista d'occhio, e la squadra pare aver fiducia in lui e nelle sue capacità di regia; De Rossi è sempre il solito gladiatore, protagonista in occasione di entrambe la marcature azzurre e sempre pronto a guardar le spalle al compagno di reparto; Zambrotta, infine, è l'unico tra i «vecchi» sin qui in grado di ripagare la fiducia di Lippi.
Contro la Slovacchia ultima chiamata.

ANTONIO GIUSTO

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A spiccare nei titoli e nelle analisi sono decisamente i mille e passa problemi dell’Italia, ma il Mbombela Stadium di Nelspruit sentenzia uno dei risultati più incredibili e clamorosi degli ultimi Mondiali e grande onore va dato alla Nuova Zelanda, che riesce a portare a casa il risultato più grande della propria storia calcistica, dimostrando che con l’applicazione, la voglia e la determinazione si può raggiungere dei livelli davvero inattesi, a fronte di una media qualitativa tecnica non certo di primordine, non certo evoluta: è però uno di quei risultati che può cambiare la storia calcistica di una Nazione, che può creare entusiasmo e magari rendere il calcio più popolare nello stato oceanico, dove a regnare è ovviamente il rugby e il cricket soprattutto, dove il calcio ha una matrice più ristretta e ancora all’interno dei confini dilettantistici, basti pensare che c’è solo una squadra professionistica come il Wellington Phoenix, che gioca nella A-League (il massimo campionato australiano), che regala alla Nazionale cinque elementi (tra cui tre titolari in questo match) e anche il tecnico, considerando che Ricki Herbert è proprio il coach dei Nix.

La Nuova Zelanda è arrivata in Sudafrica con l’etichetta di cenerentola del torneo, con gli osservatori che si chiedevano quanti gol avrebbe potuto subire nelle tre partite del girone, visto che la squadra ha evidenti limiti tecnici e un gioco molto british, molto fisico ma anche un po’ scolastico e rozzo, sottovalutando però una determinazione che sta raggiungendo livelli massimi e che ha portato gli All Whites ha risultati davvero clamorosi: se il match contro la Slovacchia sembrava quello da non fallire per portare a casa un risultato positivo, nessuno si aspettava (nonostante un anno fa in amichevole finì solo per 3-4 e con ben tre vantaggi per i neozelandesi) che questa squadra potesse tenere testa all’Italia, nessuno si aspettava che il match più passibile di goleada dei 48 della fase a gironi dovesse regalare uno choc simile. Con una prestazione assolutamente eroica, fatta di applicazione e di enorme grinta, la Nuova Zelanda si porta incredibilmente a quota due punti nel girone e dopo le prime due partite ha subito appena due reti, anche del tutto discutibili visto che la rete di Vittek della Slovacchia era in fuorigioco e visto che il gol di Iaquinta in questo match arriva su un rigore totalmente inventato dall’arbitro (che premia una ridicola simulazione di De Rossi). Tutto incredibile, come incredibile è il fatto che la Nuova Zelanda sia ancora in corsa per la qualificazione, visto che è alla pari in tutto con l’Italia (in caso questa situazione dovesse rimanere tale anche dopo il prossimo match, a decidere sarebbe addirittura il sorteggio).

L’Italia è un mezzo disastro: sotto di 0-1 la squadra non mostra alcuna idea e sembra voler cercare il solito trucchetto per trovare il gol del pareggio, con gli ignobili tentativi di far espellere gli avversari per semplici contrasti aerei, con l’altrettanto ignobile tuffo di De Rossi che fa capire perfettamente la situazione della squadra italiana, visto che i Campioni del Mondo devono ricorrere ai trucchetti per risalire dallo svantaggio contro una Nazionale fatta perlopiù di semiprofessionisti, una situazione davvero imbarazzante. Dopo la prestazione non esaltante contro il Paraguay, Montolivo si riscatta e appare molto più presente nell’azione, ma l’Italia gioca il secondo tempo non riuscendo a muovere il pallone né con la qualità né con la velocità che servirebbe per aprire una difesa ovviamente molto chiusa. In queste situazioni, sarebbero fondamentali le fasce, ma tutti gli esterni schierati giocano malissimo, con Pepe che appare la brutta copia del bel giocatore visto nel primo match, con Camoranesi e Di Natale che non riescono ad entrare in partita e non combinano nulla di buono. Il gravissimo problema è però l’attacco, perché è incredibile che una Nazionale di rango così superiore (sulla carta e non) alla Nuova Zelanda non riesca ad incidere mai nell’area di rigore avversaria, non trovando spunti brillanti e nemmeno il colpo decisivo: prova ne è il fatto che tutte le migliori chances arrivino con tiri da fuori, soprattutto con il palo di Montolivo che arriva poco prima il rigore “lucrato” e poi realizzato. Neanche un risultato così imbarazzante riesce a frenare la spocchia di Marcello Lippi, ancora esaltato dall’impresa di quattro anni fa che lo ha reso (se possibile) ancor più arrogante di prima.

Non ha la stessa spocchia e nemmeno lo stesso stipendio Ricki Herbert, architetto di una squadra che ha saputo chiudere tutti gli spazi possibili e poi saper porre rimedio ai limiti tecnici con invertenti in extremis di grande determinazione, oltre che con una ottima dose di fisicità e atletismo: il 3-4-3 di partenza è diventato nel corso del secondo tempo un 5-4-1, ma nessuno può dir nulla ai neozelandesi per aver abbassato così tanto la linea difensiva, per aver portato così tanti uomini in protezione della porta, perché il risultato da difendere era di quelli impensabili e anche perché di tanto in tanto qualche ripartenza riusciva pure, basti pensare alla sassata di Vicelich (che sfiora il gol della vita) e della grande giocata di Chris Wood che nel finale sfiora il gol della storia.

I neozelandesi sono semplicemente eroici nel portare a casa questo risultato nonostante tanti di questi siano solitamente modesti gregari, basti pensare al goalscorer Shane Smeltz, 28enne attaccante che ha giocato anche in Europa, in Inghilterra: nel Gennaio del 2005 arriva al Mansfield Town (League Two, quarta serie) non riuscendo a farsi valere (cinque presenze, zero gol), nel 2005/06 passa all’AFC Wimbledon e in Isthmian League Premier Division (settima serie!) si scatena con 26 gol (in 43 partite), tornando in difficoltà in Conference (quinta serie) con la maglia dell’Halifax Town (2 gol in 31 partite). Chissà se chi l’ha visto giocare in questa esperienza se lo ricorda ancora e chissà che faccia avrà fatto nel vederlo segnare ai Mondiali contro l’Italia, per una classica storia da calcio di altri tempi che però non è unica in questa Nuova Zelanda, basti pensare al subentrato Andy Barron, che è un dilettante vero e proprio visto che nella vita di tutti i giorni lavora da banchiere e ha dovuto chiedere le ferie per partecipare a questi Mondiali. Giocano in Inghilterra gli altri due attaccanti titolari, reduci però da stagioni negative in Championship: Rory Fallon ha segnato il gol della storica qualificazione ai Mondiali ma è retrocesso con il Plymouth, mentre Chris Killen è reduce da stagioni negative (l’ultima l’ha chiusa al Middlesbrough), ma entrambi si sono dati da fare con umiltà retrocedendo molto in difesa (contro le loro caratteristiche abituali), così come il giovane Chris Wood, astro nascente del calcio neozelandese e che Roberto Di Matteo ha già lanciato in prima squadra (anche se non da titolare fisso) nel West Bromwich Albion, puntando molto nelle sue doti fisiche e su una discreta capacità tecnica (mostrata anche nella grande occasione da rete creatasi dopo aver lasciato di sasso Cannavaro). Gli elementi dal migliore pedigree sono però altri due, vedi Simon Elliott, che al momento è addirittura senza squadra ma che è un giocatore di ottima applicazione e buon livello tecnico, che ha avuto la propria carriera frenata soprattutto da tanti infortuni. Vedi soprattutto il capitano Ryan Nelsen, abituato a lottare sui campi di tutta Inghilterra con il Blackburn e che ha giocato con una determinazione pazzesca, piazzando mille tackle, mille intercetti, mille respinte difensive: un muro, capace di essere decisivo anche negli ultimi cinque minuti, giocati nonostante un problema agli adduttori. Un gladiatore del genere però non si fa fermare e finisce per essere l’elemento di spicco in questa impresa: prestazione maestosa, da classico difensore all’inglese. Eroici al suo fianco anche Winston Reid e Tommy Smith, due giovani (rispettivamente classe ’88 e ’90) che giocano entrambi in Europa (al Midtjylland e all’Ipswich), due elementi non abituati a questi prosceni ma che non hanno certo perso tempo ad emozionarsi. Infine, eroico anche Mark Paston, portiere che negli ultimi giorni è stato semplicemente ridicolizzato dai media italiani: lui risponde con una prestazione perfetta. L’Italia non lo ha costretto a miracoli, ma lui è stato superbo nei tiri da fuori (bravo soprattutto su Montolivo) e in uscita.

La Nuova Zelanda si risveglia con la notizia di un risultato incredibile e comunque vada l’ultima partita del girone può celebrare come degli eroi questo gruppo che ha saputo andare ben oltre i propri mezzi tecnici.

SILVIO DI FEDE

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Ci sono poche analisi da fare, ma una sola domanda che nessun giornalista e commentatore italiano ha rivolto a Lippi dall'inizio dei Mondiali (forse per paura che il carro dei vincitori veramente parte). Perché strutturare la Nazionale sulle tre sqaudre che hanno giocato il peggior calcio italiano, Juve, Fiorentina e Udinese, sopratutto nel girone di ritorno, e lasciare a casa i calciatori delle tre sqaudre migliori della seconda parte del campionato, Roma Sampdoria e Inter?

JVAN SICA

martedì 15 giugno 2010

Nuova Zelanda - Slovacchia 1-1: 50' Vittek; 90'+3 W. Reid.



NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Vicelich (dal 33' st Christie), Elliott, Lochhead; Killen (dal 26' st Wood), Fallon, Smeltz. (Moss, Bannatyne, Sigmund, Brown, Barron, McGlinchey, Clapham, Mulligan, Boyens, Brockie). All. Ricki Herbert.

SLOVACCHIA (4-4-2): Mucha; Zabavnik, Durica, Skrtel, Cech; Weiss (dal 46' st Kucka), Strba, Hamsik, Jendrisek; Vittek (dal 38' st Stoch), Sestak (dal 35' st Holosko). (Pernis, Kuciak, Pekaric, Kozak, Sapara, Pernis, Jakubko, Kopunek, Salata, Petras). All. Vladimir Weiss.

ARBITRO: Jerome Damon (Sudafrica).

NOTE - Spettatori: 23.871. Ammoniti Lochhead, Strba per gioco scorretto e Reid per c.n.r. Angoli: 9-3 per la Slovacchia. Recuperi 1' e 3'.

Se il regolamento FIFA non fosse cambiato e l'Australia avesse continuato ad essere inserita nella zona oceanica invece che in quella asiatica, la Nuova Zelanda non avrebbe mai conquistato il pass per il secondo Mondiale della sua storia, dopo la prima storica partecipazione datata 1982. Gli All Whites non solo sono stati bravi a sfruttare l'occasione, qualificandosi abbastanza agevolmente ai danni del Bahrain, ma sono addirittura riusciti nell'impresa di pareggiare all'esordio contro la più quotata Slovacchia, ottenendo così il primo punto in una fase finale della Coppa del Mondo. Chi si aspettava un futuro da vittima sacrificale s'è - almeno in parte - sbagliato e deve recitare il mea culpa, perchè i Kiwi, pur denotando degli evidenti e grossolani limiti, hanno assolutamente meritato l'1-1 strappato nel finale a quella che era l'unica esordiente assoluta di Sudafrica 2010. Grande delusione per gli uomini di Vladimir Weiss, che in ottica passaggio del turno si sono probabilmente scavati la fossa da soli e che non sono apparsi mai brillanti, sebbene avessero la qualità (non eccelsa, intendiamoci, ma sufficiente per uscire da Rustenburg con il bottino pieno sì) per vincere con due-tre gol di scarto. Ed invece Hamsik e compagni hanno sbagliato tutto: a partire dall'approccio alla gara, nel quale ha influito una normale emozione, fino ad arrivare alla pessima gestione del vantaggio, ottenuto peraltro con un gol irregolare (il bomber Vittek era infatti davanti a tutti sul cross del compagno di reparto Sestak). Se erano pronosticabili le difficoltà avute nel primo tempo, era lecito attendersi che una volta portatasi in vantaggio la Slovacchia avrebbe avuto vita facile. Ma così non è stato, i giocatori in maglia blu si sono seduti, hanno smesso con il passare dei minuti di attaccare e si sono accontentati di mantenere il risultato di 1-0 fino al fischio finale. Un atteggiamento contestabile, che ha giustamente punito coloro che per arrivare all'appuntamento con la storia avevano messo in fila nel girone eliminatorio nazionali come Slovenia, Repubblica Ceca, Polonia ed Irlanda del Nord.

ALBERTO FARINONE

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Deludente Slovacchia. Non convince né quando deve cercare il vantaggio né quando, una volta raggiunto, lo deve gestire. Weiss aveva scelto una formazione sulla carta piuttosto offensiva, con due punte, un solo centrocampista difensivo (Strba) più Hamsik e due esterni alti, Jendrisek a sinistra e Weiss figlio a destra. La Nuova Zelanda mantiene il 3-4-3, ma con la correzione di Vicelich (difensore di ruolo), avanzato a centrocampo. La caratteristica tattica più interessante dei Kiwi sono le tre punte autentiche, ed è curioso che a proporle sia la squadra teoricamente più scarsa proprio nel mondiale finora del difensivismo più superficiale. Killen, Fallon e Smeltz sono vere punte perché giocano sempre vicine, senza tornanti mascherati: quando la squadra è in fase di possesso questo permette di semplificare il gioco, perché se cerchi una palla alta ci sono sempre altri due giocatori vicini pronti a raccogliere la spizzata; in fase di non possesso invece gli attaccanti tendono a disturbare l’inizio dell’azione avversaria rimanendo abbastanza stretti centralmente.
Ciò potrebbe rappresentare un vantaggio per una Slovacchia in grado di cambiare rapidamente gioco da un lato all’altro, perché costringerebbe gli esterni di difesa e centrocampo neozelandesi a scalare in maniera uin po’ affannosa e aprire di conseguenza qualche varco centrale, ma non avviene nulla di tutto questo, perché l’inizio dell’azione slovacca non decolla mai. Troppo lento, la Nuova Zelanda ha tutto il tempo per chiudere con gli spostamenti laterali e centralmente è corta e non lascia possibilità al di là della palla lunga o dello spunto puramente individuale dell’estroso Weiss.
Proprio da Weiss parte l’azione che nel secondo tempo sveglia la Slovacchia e sblocca la partita, sul buon cross di Sestak che a dirla tutta però pesca Vittek in una posizione di fuorigioco non ravvisata dall’arbitro.
La Slovacchia però arretra troppo il baricentro, non chiude su quei contropiedi che riesce a costruire e permette alla Nuova Zelanda di meritarsi il suo sudato, storico pareggio. I Kiwi hanno proposto un calcio banale, inevitabile date le qualità tecniche, ma paziente e non pavido, logico, lineare, con appoggi semplici ma sempre disponibili e buone spaziature in fase di possesso, ovviamente fino all’immancabile cross dalla trequarti, che è il massimo che questa squadra sa esprimere. Intanto però uno Reid lo ha già buttato dentro.

VALENTINO TOLA

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LA SALVEZZA ARRIVA DAL CIELO!

Da tempo gli avvoltoi "kiwis" si aggiravano sinistri nei trenta metri slovacchi, la puzza della carogna slava in avanzato stato di decomposizione si faceva via via più penetrante e siccome le cose viste dall'alto, non solo si vedono meglio, ma fanno anche meno paura, i rugbysti prestati al Dio pallone (rotondo), all'ennesima mischia aerea hanno acciuffato un pari tardivo ma giusto in tempo per diventare storico, come il primo punto colto ai mondiali (due partecipazioni). Winston Reid del Midtjylland danese, difensore per professione, lottatore per indole, da oggi icona per la storiografia calcistica neozelandese.
Punto meritato sia ben chiaro, maturato con la non-tattica della palla buttata in mezzo da trequarti, ma costruito sull'audacia di un 3-4-3 iniziale spregiudicato e contronatura per le corde della nazionale meno qualitativa di questi mondiali, presente grazie solo al cervellotico gioco geopolitico delle qualificazioni mondiali che ha visto i transfughi australiani aderire al continente asiatico e liberare il pass per il play-off oceanico ai ragazzi di Wellington. Pass ottenuto non senza sudare con il non irresistibile Bahrein in un doppio scontro in cui gli arabi hanno molto da rimpiangere contabilizzando le numerose occasioni dilapidate.
Una Nuova Zelanda dal gioco molto classico e privo di ogni fronzolo superfluo per giocatori dalla tecnica di base limitatissima e dal pedigree ancor più modesto. Palla fatta circolare con discreta velocità col piatto del piede senza saltare il centrocampo, linee vicine, grande corsa ed abnegazione, appena ce n'è la possibilità, palla catapultata a centro area per la giocata aerea oppure qualche rara entrata centrale. Un primo tempo sostanzialmente appannaggio degli australi che devono però fare i conti con il portiere (!) Paston, uomo-pathos non richiesto dai 4.250.000 abitanti dell'isola pacifica.
La Slovacchia si crogiola sul fatto che prima o poi il gol arriverà, così come accade al 5° della ripresa benché la rete sia da annullare per palese fuorigioco del marcatore Vittek.
Sembra poter controllare la gara, ed anzi, visto le dinamiche del giorne e la regola per il passaggio del turno, un secondo gol sarebbe gradito, ma per due volte Sestak perde l'attimo e quindi Reid al 93 sull'ennesima incursione aerea del finale di gara riscrive la storia calcistica del paese e manda un messaggio alle prossime due rivali del girone meno qualitativo del mondiale: se la partita verrà tenuta in bilico sino all'ultimo la contraerea di rugbysti neozelandese potrebbe di nuovo arrivare a sorvolare nell'alto dei cieli...

VOJVODA

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In un Mondiale fin qui dominato dalle cadenze latine e sudamericane con tanto calcio ragionato (anche fin troppo) e ritmi lenti, arriva una piccola ventata di britannicità con la Nuova Zelanda, non a caso una Nazione di chiaro stampo britannico e una Nazionale con tanti elementi in qualche modo legati al calcio britannico: un gioco leggermente più diretto (anche se in alcuni casi la squadra è andata a girare il pallone un po’ eccessivamente, visto che ciò avveniva con poca qualità) e molto più fisico, che regala perlomeno uno spiraglio diverso a chi ama questo tipo di calcio. Non tutto è perfetto, visto che (ovviamente) il livello tecnico è bassino e visto che la squadra di Herbert non riesce a tenere mai dei ritmi alti (che si sposano un po’ meglio a questo stile di gioco), ma in ogni caso gli All Whites fanno la loro figura, strappando in qualche modo anche un punticino storico, il primo della loro storia ai Mondiali: la Nuova Zelanda aveva giocato infatti anche a Spagna ’82, fermandosi al primo girone con tre sconfitte su tre contro la Scozia (2-5), Unione Sovietica (0-3) e Brasile (0-4), in una squadra che schierava in difesa il 21enne Ricki Herbert, adesso ct nella seconda avventura mondiale.

In tanti vedevano negli All Whites la cenerentola della competizione, il che in un Mondiale di così basso livello tecnico generale (soprattutto, ad essere bassissima è l’organizzazione offensiva, che rende il gioco di un po’ tutte le squadre parecchio casuale e le partite totalmente sonnolenti) assumeva contorni paurosi, ma come prevedibile la Nuova Zelanda non è una squadra che può mettere nel mirino il sorprendente passaggio del turno (pure nel girone più “debole” degli otto) ma è una Nazionale davvero dignitosa, grazie anche alla consapevolezza dei limiti tecnici che ha permesso all’undici di Herbert di giocare con buon agonismo. Per lo stile, sembrava poi di vedere una squadra di Football League giocare i Mondiali, non proprio un paragone azzardatissimo visto che una manciata degli elementi visti in campo ha giocato proprio nelle serie minori inglesi, dove giocando ancora il centrale sinistro Tommy Smith (con l’Ipswich) e i centravanti Rory Fallon (al Plymouth retrocesso in League One) e Chris Killen (al Middlesbrough), oltre all’interessante Chris Wood subentrato dalla panchina e promosso in Premier League con il West Bromwich (tra gli esclusi della lista dei 23 c’è anche la punta Kris Bright, che milita addirittura nello Shrewsbury, in League Two).

Il modulo usato sempre da Herbert è un 3-4-3 che costringe ai centrocampisti un lavoro di grande sacrificio, visto che in avanti vengono utilizzati tre attaccanti piuttosto statici che tendono a rientrare poco e che vengono serviti solitamente con palloni lunghi o cross (alternativamente dalla trequarti o raramente dal fondo): proprio le spizzate e le sponde delle punte sono la principale fonte di pericolo e nel primo tempo non è annullata particolarmente bene dalla Slovacchia, che soffre nel primo quarto d’ora e in parte negli ultimi 10 minuti. Nel secondo tempo invece dopo il gol di Vittek, la Nuova Zelanda sembrava avere poca vitalità, ma in qualche modo ha continuato a crederci e a sfruttare le palle alte per creare una buona occasione (sprecata da Smeltz) e il gol dell’1-1, realizzato dal giovane difensore centrale Winston Reid. Ad alimentare il gioco è soprattutto Simon Elliott, 36enne che arriva ai Mondiali da “Unattached”, ovvero senza squadra visto che lo scorso Marzo è stato svincolato dai San Josè Earthquakes, squadra di MLS: una delle tante storie particolari che accompagnano la Nuova Zelanda a questi Mondiali. Non particolarmente elegante, Elliott riesce a lavorare comunque un alto numero di palloni, cercando il lancio o l’appoggio degli esterni: Bertos a destra e Lochhead a sinistra non sono particolarmente tecnici ma il loro compito è quello di correre continuamente, sdoppiandosi nel lavoro difensivo e in quello di spinta per servire qualche cross alle punte. Con l’unico compito di giocare basso e vicino alla difesa, il centrocampo è completato da Ivan Vicelich, che si incarica di un lavoro piuttosto oscuro. Non c’è nulla di particolarmente fine sul piano tattico, ma la Nuova Zelanda riesce ad essere efficace, dando filo da torcere alla Slovacchia fino all’ultimo, quando poi è arrivato un pareggio anche abbastanza meritato.

Il grande lavoro di sponda delle punte però dovrebbe essere accompagnato con un pizzico di incisività in più in avanti: il “secondo pallone” probabilmente dovrebbe esser attaccato con più determinazione dai tre attaccanti. Piuttosto deludente è Chris Killen, che nell’ultimo periodo è entrato abbastanza in crisi e non ha dato alcun rendimento alla squadra: probabilmente per le prossime partite sarebbe il caso di puntare sul fisico più esplosivo (anche se ancora tutto da affinare) di Wood.

Davvero poco interessante e poco convincente la Slovacchia, che mai ha saputo tenere in mano le operazioni a centrocampo, non riuscendo mai a sfruttare la maggiore qualità di Hamsik. In tanti si aspettavano il 4-2-3-1 con un centrocampo più folto e l’esclusione dell’appannato Vittek, ma Weiss senior opta per il 4-4-2 e conferma il modulo che ha portato la Slovacchia alla qualificazione: il modulo non è accompagnato da una reale volontà positiva nella creazione di gioco, con la squadra che è poco vivace e che dopo il vantaggio finisce per addormentarsi, puntando unicamente a difendere l’1-0 con un atteggiamento abbastanza negativo che alla fine viene giustamente punito dal gol del pareggio. Lì è stato sbagliato tutto, perché il trend della partita sembrava chiaramente in mano alla Slovacchia, che però non ha provato la partita e ha finito per permettere alla Nuova Zelanda di riorganizzare le idee.

SILVIO DI FEDE