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venerdì 25 giugno 2010

Disastro Italia



Lippi ha scelto di puntare tutto, ma proprio tutto, sul gruppo. Gli è andata male. Due anni di gestione mirata unicamente a rendere sempre più saldo il legame tra i suoi uomini, un mix tra reduci del 2006 e juventini, senza intrusioni da parte dei più dotati tecnicamente, guardati quasi con disprezzo dal CT per ragioni - anche - caratteriali. Ci ritroviamo quindi a fare il bilancio di quella che, in cent'anni di storia, è stata la peggiore spedizione italiana ai Mondiali: fuori immediatamente, senza vincere neppure una partita. In questo fallimentare 2010, contrassegnato da un claudicante avvicinamento alla rassegna iridata, non si è registrato alcun successo della Nazionale italiana, né in amichevole né - come appena scritto - in competizioni ufficiali: mai l'Italia era stata sbattuta fuori da un Mondiale senza neanche una vittoria.
Causa principale di questo fallimento, la cieca fiducia riposta dal commissario tecnico nel tanto celebratro gruppo. Quattro anni fa andò bene, ma la situazione era assai diversa: innanzitutto, le esclusioni eccellenti erano state ben poche (in pratica solo Panucci, ma in difesa giganteggiavano Cannavaro, Nesta e Materazzi), ed in quello spogliatoio cementificato da Calciopoli facevano bella mostra di sé Totti e Toni, Cannavaro e Nesta, Pirlo, Gattuso, Zambrotta e tanti altri campioni nel pieno della carriera. Quattro anni dopo, il nostro CT ha scelto di puntare tutto su un blocco juventino, debitamente contaminato dai superstiti del 2006, che poco aveva a che fare con quelli che resero grande Bearzot: attingere a piene mani da quella che unanimamente è stata considerata la peggior squadra italiana dell'ultimo campionato non è certo il modo miglior per bissare un trionfo iridato. Buffon e Chiellini erano scelte logiche, assai più comprensibili delle convocazioni di Cannavaro (già a Dubai, dove potrà godersi la dorata pensione) e Camoranesi; sì a Iaquinta, ma da utilizzare come jolly sulla falsariga di quanto accaduto nel 2006, e Marchisio, per cui il CT si è lanciato in mirabolanti ed infruttuose evoluzioni tattiche pur di garantirgli un posto da titolare, che evidentemente il ragazzo non meritava perché inferiore a De Rossi e Pirlo (poi ottimamente surrogato da Montolivo). Altri reduci del Mondiale tedesco, stavolta abbigliati di rossonero, Pirlo, Gattuso e Zambrotta: il primo è stato fatto fuori da un infortunio (frutto del sin troppo duro terreno di gioco scelto per la preparazione?) che non ha impedito a Lippi di imbarcarlo sull'aereo diretto in Sudafrica; Zambrotta, che proveniva da una stagione trascorsa prevalentemente in panchina ad ammirare le sgroppate di Abate ed Antonini (avessi detto Cafu e Roberto Carlos...) è stato in palla per due partite, salvo crollare contro la Slovacchia per evidenti limiti fisici dovuti ad un'età non più verdissima. Medesimo discorso per Gattuso, apparentemente destinato a presenziare unicamente come uomo spogliatoio, salvo poi ritrovarsi a vagare per il campo nell'incontro decisivo, per lui durato appena 45' grazie al rinsavimento di Lippi. Presenza curiosa, poi, quella della folta colonia udinese: Di Natale (capocannoniere, ma giocando da centravanti) e Pepe che il bianconero lo vestono tutt'ora annaspando nelle zone torbide della classifica, ma anche Iaquinta, De Sanctis e Quagliarella che ad Udine hanno trascorso le stagioni migliori della carriera. Dato curioso, visto che nessun rappresentate del Palermo ha preso parte alla spedizione nonostante una stagione favolosa: niente Sudafrica per Balzaretti, Cassani, Nocerino e Liverani (meglio di Gattuso il primo, attempato ma efficiente rincalzo di Pirlo il secondo), ma soprattutto Fabrizio Miccoli, trascinatore rosanero che anche senza l'infortunio occorsogli nel finale di campionato non avrebbe preso parte alla spedizione azzurra. Un briciolo di fiducia in più alla Sampdoria, rappresentata da Palombo e Pazzini ma non Cassano; siamo poi sicuri che Semioli, Mannini o Marchionni avrebbero fatto tanto peggio di Camoranesi? Parentesi romanista, infine, dedicata a Perrotta: Marchisio era stato cooptato per «fare il Perrotta», ma non sarebbe stato più semplice convocare Perrotta in carne ed ossa, reduce peraltro da una stagione più che positiva? Su Totti e Nesta non resta che glissare: hanno entrambi rinunciato alla Nazionale, così facendo si sono intelligentemente evitati una figuraccia di proporzioni epiche (ultimi, dietro la Nuova Zelanda, nel girone più semplice del Mondiale: non dimentichiamolo).
Proseguendo nella celebrazione degli assenti, è doveroso ritornare su Totò Cassano: tra i pochissimi esemplari di fantasista nel panorama calcistico italiano, è stato lasciato a casa per ragioni puramente sociologiche - inviso a buona parte del gruppo, il suo caratterino non doveva essere particolarmente gradito in ritiro. E Lippi, anziché cercare di renderlo parte della comitiva azzurra, si è limitato ad assecondare il volere dei senatori lasciandolo a casa. Stessa sorte per Balotelli, protagonista di eccessi rossonerazzurri nel corso della stagione ma pur sempre in grado di dire la sua quando il pallone inizia a scottare: anche lui, evidentemente, è andato in vacanza prima del tempo pur di non turbare gli equilibri di un gruppo apparentemente fragile visti gli esiti della campagna sudafricana e le ammissioni dei protagonisti (si vedano, in proposito, le parole di Pirlo: il gruppo, a detta del senatore milanista, era ben lontano dai livelli del 2006). Per quanto concerne Miccoli, chi parla di influenze moggiane forse sbaglia, ma neppure tanto: degli attriti tra il «Romario salentino» e Lucianone sono tutti a conoscenza. Una tale evenienza farebbe tremare i polsi, ma di credere che Miccoli abbia visto il Mondiale in Tv perché scarso tecnicamente o turbolento dal punto di vista caratteriale non ne ho voglia. Altri nomi, meno illustri, si sono poi goduti pienamente le vacanze: Ambrosini ad esempio, infinitamente superiore a Gattuso nel corso dell'ultima stagione. In questo caso le cause degli attriti con Lippi sono sconosciute. Giuseppe Rossi avrebbe potuto garantire la brillantezza necessaria per cambiare l'esito di una partita (USA, do you remember?), mentre Cossu sulla trequarti avrebbe rappresentato la logica alternativa ad un Marchisio eventualmente fallimentare in quella posizione, come si è poi rivelato. Infine, il centravanti: se per il 4-2-3-1 serviva un uomo fisicamente prestante, capace di aprire varchi per i compagni e rendersi utile quando si tratta di far salire la squadra, perché mai Borriello è stato lasciato a casa? Ci si è ritrovati con uno Iaquinta che definire deludente è poco, senza la possibilità di rimpiazzarlo adeguatamente.
L'ultima riflessione mi spalanca le porte della dissertazione tattica. Proprio in riferimento all'attacco, agghiacciante il comportamento del CT nel corso di una seconda gestione in cui la chiarezza è stata una chimera: rombi, tridenti, travestimenti da ali e 3-1. S'è visto di tutto, nessuno ci ha capito nulla, a partire dai giocatori. Di Iaquinta e della sua inadeguatezza al ruolo di centravanti ho già parlato, citando anche l'assenza di Borriello: per creare varchi serviva lui, mica il fantasma di un Gilardino come sempre fallimentare quando il sistema di gioco non è incentrato su di lui. Marchisio sulla trequarti grida ancora vendetta, così come il suo riciclo da esterno sinistro di centrocampo, mentre tornando agli attaccanti non si spiega la fiducia a corrente alterna nutrita nei confronti del maratoneta Pepe. Impiegato in almeno quattro ruoli, oltre alla grande capacità di sacrificio ed una lieve isteria non ha offerto prestazioni di rilievo, condividendo la sorte con il suo ormai ex compagno di squadra Di Natale: 29 gol da punta centrale, in Nazionale ha fatto l'ala (anche a destra: un inedito) e sporadicamente la seconda punta in appoggio al mai convincente Iaquinta. Sui tre quarti d'ora concessi all'assatanato Quagliarella, poi, meglio stendere un velo pietoso: al ragazzo, imbarcato all'ultimo istante a discapito di Borriello e Rossi, andava accreditata maggior fiducia. Capitolo centrocampo: De Rossi, seppur impresentabile contro la Slovacchia, è stato il punto fermo con qualsiasi assetto. Il suo compagno di giochi Montolivo ha reso bene finché è stato impiegato da centrocampista centrale, salvo poi sbiadire con il dirottamento sulla corsia nell'improbabile 4-3-3 opposto agli uomini di Weiss. Gattuso impresentabile, Camoranesi ancor peggio, ed il tourbillon lippiano non ha aiutato di certo: incredibile incertezza anche nella zona nevralgica del campo, in cui i ruoli cambiavano alla frequenza con cui Balotelli cambia acconciatura. La difesa è stato il reparto che ha subito meno scossoni, anche se la protusione discale che da tempo affligge Buffon ha costretto ad un inaspettato avvicendamento tra i pali. Superato l'iniziale timore di un Chiellini terzino, Lippi ha optato per Criscito sulla sinistra e Zambrotta dal lato opposto, con Cannavaro a far la bella statuina al centro dell'area. Di qui alcune domande: perché mai Bonucci non ha mai assaggiato l'atmosfera mondiale? A cosa è dovuta la scarsa fiducia nei confronti di Maggio e della sua spinta dalle retrovie? Discorso a parte per la sciagurata gestione di calci piazzati e rimesse laterali (Kopunek ringrazia): si tratta di situazioni estremamente difficili da gestire, perché mai non gli si è data la giusta importanza nel corso di una competizione basata prevalentemente sull'eliminazione diretta? E se ci si concede il lusso di passare in svantaggio in tre occasioni (su tre: 100%), bisognerebbe almeno avere la personalità per ribaltare il risultato: personalità praticamente assente, così come la fantasia. Cassano, Miccoli o Balotelli sarebbero forse - probabilmente? - stati in grado di scardinare l'arcigna difesa paraguaiana, mentre difficilmente avrebbero lasciato scampo ai mancati rugbisti neozelandesi. Certo è che avrebbero faticato parecchio: senza un'organizzazione tattica degna di tale nome anche il più grande talento si sarebbe trovato ad annaspare tra le spire avversarie.

ANTONIO GIUSTO

giovedì 24 giugno 2010

Slovacchia-Italia 3-2: Vittek (S) al 25’ p.t.; Vittek (S) al 28’, Di Natale (I) al 36’, Kopunek al 44’ s.t., Quagliarella (I) al 47’ s.t.


SLOVACCHIA (4-2-3-1): Mucha; Pekarik, Skrtel, Durica, Zabavnik; Strba (dal 42’ s.t. Kopunek), Kucka; Stoch, Hamsik, Jendrisek (dal 49’ s.t. Jendrisek); Vittek (dal 47’ s.t. Sestak). (Pernis, Cech, Salata, Weiss, Sapara, Kuciak, Holosko, Jakubko, Kozak). All. Weiss.

ITALIA (4-3-3): Marchetti; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito (dal 1’ s.t. Maggio); Montolivo (dall’11’ s.t. Pirlo), De Rossi, Gattuso (dal 1’ s.t. Quagliarella); Pepe, Iaquinta, Di Natale. (De Santis, Bonucci, Bocchetti, Palombo, Marchisio, Camoranesi, Gilardino, Pazzini). All. Lippi.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 53.412. Espulsi. Ammoniti Strba, Cannavaro, Vittek, Pekarik, Chiellini, Pepe, Mucha, Quagliarella. Recupero: 3’ p.t., 4’ s.t.

E' finita come doveva finire per quanto (non) fatto dall'Italia in queste tre partite. Un'eliminazione sacrosanta, quella della Lippi-band, incapace di vincere una sola gara con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, che a questo punto del torneo possiamo definire come una squadra difensivamente solida ma poco propositiva (i sudamericani), un insieme di coraggiosi semiprofessionisti (gli All Whites) e la formazione europea meno attrezzata di tutto il Mondiale. Il discorso di Lippi in conferenza stampa è degno del personaggio: fingendo di prendersi fumose responsabilità sulla mancata tenuta mentale degli azzurri, evita sul nascere qualsiasi dibattito sulle sue scandalose convocazioni, sulla condizione fisica penosa della squadra e, cosa più importante, sull'assoluta confusione tattica di cui lui è il principale colpevole. Inutile dichiarare di aver preparato male la partita (come se solo quella con la Slovacchia fosse stata giocata male) quando altre e più gravi sono le mancanze di un commissario tecnico arrogante, con un'idea privatistica di gestione della Nazionale che dovrebbe far inorridire tutti. Stomachevoli le chiacchiere post-partita, farcite di discorsi da bar (fatti però da professionisti ben pagati) sul livello del nostro calcio, come se fosse vera la barzelletta secondo cui non sono rimasti buoni elementi a casa; facendo un po' di nomi a caso, mi vengono in mente Barzagli, Perrotta, Brighi, Cassano e Balotelli. Ma il problema non è questo, siamo seri; il problema è stata la gestione tattica delle tre partite del girone, confusionaria e senza senso. Il c.t. è partito contro il Paraguay con uno schema da Inter mourinhana, è passato al 4-4-2 per trovare il gol perduto dagli attaccanti contro i nozelandesi ed ha concluso contro la Slovacchia con un 4-3-3 impostato su un Gattuso dopolavoristico e uno Iaquinta impresentabile come centravanti, tutto ciò per tacere dello schema (?) a quattro punte e mezzo varato per disperazione nel secondo tempo di quest'ultima partita. Lippi è arrivato in Sudafrica senza un'idea di gioco minimamente definita, ha messo Marchisio ovunque tranne che nel suo ruolo, ha puntato su gente bollita o con qualità mediocrissime (errore gà commesso in sede di convocazioni, con l'ottima scelta di puntare sul blocco della peggiore Juventus della storia ed ignorando i giocatori di Roma, Inter, Sampdoria e Palermo), insomma ha combinato un pasticciaccio tale che ogni paragone con Bearzot, eliminato agli ottavi nel 1986 dalla Francia di Platini, è francamente offensivo. "Grazie Marcello" ha voluto giocare col fuoco, puntando tutto sull'identificazione completa della squadra col suo "conducador" e adesso ne dovrà pagare le conseguenze, giacchè questo fracasso clamoroso rimarrà una macchia indelebile nella sua carriera.

EDOARDO MOLINELLI

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Disastro Italia. Appena due parole, pienamente sufficienti per spiegare cos'è accaduto all'Ellis Park di Johannesburg: una squadra senz'anima, vestita d'azzurro e con un pacchiano distintivo sul petto a ricordare il titolo mondiale, che soccombe alla frizzante Slovacchia, esordiente in Coppa del Mondo. Siccome ci sarà tempo e spazio per spiegare la disfatta italiana, meglio passare al commento della partita.
I primi minuti sono agghiaccianti: un'Italia impaurita lascia l'iniziativa agli slovacchi, che gestiscono il pallone in attesa del movimento tra le linee di Hamsik, assai mobile in avvio di partita salvo poi spegnersi col passare dei minuti. Lippi, che si scervella per rimettere in sesto i suoi, cambia moduli e posizioni con inaudita frequenza: il 4-3-3 iniziale si tramuta in 4-4-2, Montolivo e Gattuso si scambiano la posizione così come Pepe e Di Natale. Le manovra tattiche avversarie non distolgono la Slovacchia dalla partita, condotta con sapienza e senza timori di sorta perché il De Rossi regista non rende e Montolivo risulta pesantemente limitato dalla posizione esterna ricoperta nel centrocampo a tre. I guai italiani non si limitano esclusivamente alla linea mediana: la spinta di Criscito non arriva, mentre Cannavaro è in affano e Di Natale fatica a trovare la posizione ideale; Iaquinta, di cui Lippi si fida ciecamente, è praticamente nullo. Con dei simili presupposti, il gol slovacco diventa questione di minuti. Perché Vittek batta Marchetti è però necessaria una follia difensiva: De Rossi serve Montolivo nel proprio terzo difensivo, ignaro del fatto che la linea di passaggio sia ostruita; Kucka intercetta la sfera e su di lui si avventa Chiellini, scriteriato nello svuotare la propria zona di competenza in cui si avventa Vittek che, complice il tardivo recupero di Criscito, fredda Marchetti con il destro. L'Italia sbanda paurosamente, senza idee né convinzioni. La gara arranca fino al 45', il duplice fischio dell'arbitro è una manna dal cielo per gli azzurri.
Al rientro in campo delle squadre si notano due novità: Maggio e Quagliarella prendono il posto di Criscito e Gattuso, andando a delineare un 4-2-4 che sa di arrembaggio ma anche di disperazione. I due neoentrati portano brio alla manovra azzurra: più dediti al dialogo (favorito anche dall'ingresso in campo di Pirlo), gli uomini di Lippi creano qualche apprensione alla difesa slovacca per cui i maggiori pericoli arrivano da sinistra, dove Quagliarella punta costantemente l'avversario. A furia di attaccare, l'Italia finisce con lo sbilanciarsi e subire in contropiede: Chiellini salva due volte. Non tre: in ritardo su Vittek, 2-0 per la Slovacchia. Qui saltano gli schemi, e succede davvero di tutto. Di Natale riapre la partita infilando Mucha dopo una bella combinazione tra Iaquinta e Quagliarella, cui viene pure annullato il gol del pareggio. Sul fronte opposto Kopunek prende d'infilata la difesa azzurra ed uccella Marchetti, ma l'invenzione di Quagliarella (assurdo pallonetto, assurdo) concede all'Italia ancora qualche istante di speranza. A questo punto il Weiss allenatore (c'è suo figlio in panchina) si gioca due sostituzioni, ed i suoi si rendono protagonisti di numerosi svenimenti: loro perdono tempo, Pepe perde l'appuntamento con il pallone del 3-3. Italia a casa.

ANTONIO GIUSTO

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Quello che era previsto, razionale e giusto è accaduto, senza che nessun miracolo ci risolvesse il problema. Adesso serve ripartire, come sapevano in Federazione dalla Confederations Cup dello scorso anno. Lippi per prestigio raggiunto, potere accordato e richiamo pubblicitario non poteva essere messo alla porta, anche se tutti sapevano che questo mondiale sarebbe stato uno dei peggiori mai giocati dall’Italia. Come sempre in FIGC si è poco bravi a gestire i cicli lunghi e gli intermezzi, mentre si è bravissimi a sterzare e cambiare registro. Dall’allenatore con i pretoriani al tecnico del “chi è più in forma gioca”. Prandelli ha la testa sulla Nazionale da alcuni mesi e ha molto margine di manovra, almeno fino alla definizione degli 11 che si schiereranno titolari all’Europeo di Polonia-Ucraina (sempre se i troppi esprimenti ci fanno qualificare). Entro per un attimo nella testa di Prandelli e dico la sua-mia formazione ad oggi:

1) Buffon – Ha chiaramente fatto capire che lui non lascerà la baracca. Non riesce ad andare via senza essersi riscattato. È un atteggiamento da uomo coraggioso.
2) Santon – Non ho capito perché l’Inter cerca il laterale destro se ha il miglior difensore di fascia italiano. Prandelli gli darà la fascia e cercherà di migliorarlo in copertura.
3) Criscito – Ad oggi non ci sono specialisti e gli stranieri, comunque pochi, costano troppo. In questo senso Criscito non può non giocare in Nazionale e non andare in qualche club di prima fascia. Inoltre a Prandelli piace il terzino sinistro bloccato se ha un uomo di fascia d’attacco, tanto è vero che giocava Gobbi e a volte Felipe.
4) De Rossi – Prandelli gli aumenterà le responsabilità e la voce in capitolo.
5) Ranocchia – Già con Lippi sarebbe stato il terzo centrale. Per fisico e posizione è il difensore ideale di Prandelli. Un po’ Dainelli, un po’ Gamberini.
6) Chiellini? – Per adesso deve giocare lui perché siamo a corto di centrali italiani. Dovrebbe arrivare un diciottenne che ci cambia la vita. Speriamo.
7) Balotelli – Nei prossimi anni con l’imprimatur Mourinho e il 3-1 Benitez, Balotelli diventerà il nostro Cristiano Ronaldo (il tempo ci dirà se lo assomiglierà, sarà migliore o peggiore). Per lui un posto in attacco con partenza da destra o da sinistra e libertà di accentrarsi. Non seguirà i difensori nelle ripartenze.
8) Poli – Lui sì che può fare il gioco che Lippi chiedeva a Marchisio grazie alle sue capacità di inserimento. Crescerà nel fisico e con un po’ di Champions League e il passaggio ad una grande squadra anche in esperienza.
9) Dumitru o Destro – Può sembrare impossibile ma almeno uno di questi due attaccanti saranno le sorprese dell’Italia per l’Europeo o almeno per Brasile 2014. Dumitru attacca lo spazio e gioca sui tagli, Destro fa il centravanti boa ma sa servire i compagni. Per adesso ci arrangiamo con i vari Gilardino e Borriello, ma poi arrivano questi.
10) Cassano – Come sempre giocherà l’ennesimo Europeo. Speriamo da stella conclamata e inattaccabile così a 32 anni, dopo un anno di allenamenti intensi e mirati, può disputare un Mondiale. Se non ce la fa gioca un mediano di tocco. A questo punto Montolivo
11) Schelotto – L’unico uomo di fascia nel panorama italiano che può fare il Vargas, con tocco migliore e minore esplosività, è il ragazzo argentino sapientemente naturalizzato. Se non scoppia, Prandelli adatterà Giuseppe Rossi, che si riprenderà da questa brutta annata.

JVAN SICA

domenica 20 giugno 2010

Italia-Nuova Zelanda 1-1: 7' Smeltz (NZ); 29' Iaquinta (I).


ITALIA (4-4-2): Marchetti; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; Pepe (dal 1’ s.t. Camoranesi), De Rossi, Montolivo, Marchisio (dal 16’ s.t. Pazzini); Gilardino (dal 1’ s.t. Di Natale), Iaquinta. (De Santis, Bonucci, Bocchetti, Maggio, Gattuso, Palombo, Quagliarella). All. Lippi.

NUOVA ZELANDA (3-4-3): Paston; Reid, Nelsen, Smith; Bertos, Elliott, Vicelich (dal 35’ s.t. Christie), Lochhead; Smeltz, Killen (dal 47’ s.t. Barron), Fallon (dal 18’ s.t. Wood). (Moss, Sigmund, Boyens, Brown, McGlinchey, Clapham, Mulligan, Brockie). All. Herbert.

ARBITRO: Batres (Gua).

NOTE: spettatori 38.229. Ammoniti, Fallon, Smith, Nelsen. Recupero: 1’ p.t., 4’ s.t.

Ieri Cassano ha sposato la sua Carolina, ballato sulle note di Gigi D'Alessio e gustato ogni prelibatezza capitatagli a tiro. Auguri, Totò. Una domanda mi sorge spontanea: perché, mentre l'Italia pareggia contro la Nuova Zelanda, il nostro più grande talento dai tempi di Robibaggio pronuncia il suo fatidico «sì»? Meglio non approfondire la questione: l'1-1 brucia abbastanza.
Lasciando Cassano alla luna di miele - Figi e Polinesia: tu mi lascia a casa? Bene, io vado a spassarmela col nemico -, veniamo all'incontro, tanto simile all'esordio contro il Paraguay. Per tanti motivi, primo fra tutti lo svantaggio: stesso calcio di punizione, stesso errore, con la difesa che si schiaccia troppo presto e consente a Smeltz d'infilare un incolpevole ed inoperoso Marchetti. La Nuova Zelanda, che poco propone dal punto di vista tattico, si limita ad occasionali lanci lunghi pensati per sfruttare al meglio la testa - ed i gomiti - delle torri offensive, ma il pallino del gioco ce l'ha per forza di cose un'Italia costretta alla rimonta. La palla viene fatta girare da Montolivo, in crescita dopo il comunque positivo debutto mondiale, ma il regista viola patisce la densità di maglie bianche: spazi intasati, poco tempo per ragionare e poca collaborazione da parte di un De Rossi che spesso si ritrova a fare il terzo centrale difensivo anche in fase d'impostazione. L'Italia appare libera di fare il proprio gioco sino a metà campo, poco oltre se va bene, e così viene naturale ricorrere alla battuta lunga per Pepe (perché fuori all'intervallo?) o Zambrotta, positivi sulla destra a differenza degli impacciati omologhi Marchisio e Criscito. Per agguantare il gol del pareggio è necessario un calcio di rigore, peraltro abbastanza generosamente concesso dall'arbitro guatemalteco Batres, guadagnato da De Rossi (marcatura di Alcaraz a parte, fin qui il migliore della spedizione azzurra) e messo in rete da Iaquinta, deludente tanto ma non quanto l'ectoplasmico Gilardino. Al riposo si va sull'1-1, e mentre Lippi si scervella, chi come me giustificava la sterilità offensiva con l'ordinata difesa paraguaiana inizia a capire che il problema è tinto d'azzurro: manca un uomo di fantasia, capace di saltare l'uomo ed inventarsi il gol che ti risolve la partita, ed il tanto celebrato gruppo non è in grado di sopperire a questa grave mancanza.
Con il doppio cambio le cose non migliorano di certo: Di Natale soffre sull'out sinistro (29 gol da centravanti, mica da ala), Camoranesi avrebbe bisogno di una bombola d'ossigeno. La palla inizia a scottare, perché i minuti passano ed il risultato non si sblocca: si fa confusione, il 4-2-3-1 non risolve un bel nulla ed anzi sbilancia una squadra il cui miglior attaccante finisce per rivelarsi Zambrotta (però, chi se l'aspettava dopo una stagione tanto travagliata). Di costruire azioni non se ne parla, né da una parte né dall'altra, e così ci si ritrova a provare da fuori una volta constatata l'invalicabilità del muro bianco - avessi detto la Germania Ovest di Beckenbauer, in questo caso di fronte c'era un'ordinata ma non certo insuperabile Nuova Zelanda -, che regge fino alla fine grazie alla giornata di gran vena del portiere Paston, stilisticamente imperfetto ma efficace, ed è questo che più conta.
Dopo due pareggi in fotocopia, paiono chiari i principali problemi di quest'Italia: l'incapacità di gestire i calci piazzati, costata fino ad ora due gol, ed un'inconsistenza offensiva inspiegabile per una squadra che volendo potrebbe sfoggiare Cassano e Miccoli, Totti e Balotelli. Invece, in nome del gruppo, ci si ritrova a soffrire assieme a Gilardino e Iaquinta: spalle alla porta, senza rifornimenti né rimorchi. Note liete, fin qui, ben poche: Montolivo cresce a vista d'occhio, e la squadra pare aver fiducia in lui e nelle sue capacità di regia; De Rossi è sempre il solito gladiatore, protagonista in occasione di entrambe la marcature azzurre e sempre pronto a guardar le spalle al compagno di reparto; Zambrotta, infine, è l'unico tra i «vecchi» sin qui in grado di ripagare la fiducia di Lippi.
Contro la Slovacchia ultima chiamata.

ANTONIO GIUSTO

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A spiccare nei titoli e nelle analisi sono decisamente i mille e passa problemi dell’Italia, ma il Mbombela Stadium di Nelspruit sentenzia uno dei risultati più incredibili e clamorosi degli ultimi Mondiali e grande onore va dato alla Nuova Zelanda, che riesce a portare a casa il risultato più grande della propria storia calcistica, dimostrando che con l’applicazione, la voglia e la determinazione si può raggiungere dei livelli davvero inattesi, a fronte di una media qualitativa tecnica non certo di primordine, non certo evoluta: è però uno di quei risultati che può cambiare la storia calcistica di una Nazione, che può creare entusiasmo e magari rendere il calcio più popolare nello stato oceanico, dove a regnare è ovviamente il rugby e il cricket soprattutto, dove il calcio ha una matrice più ristretta e ancora all’interno dei confini dilettantistici, basti pensare che c’è solo una squadra professionistica come il Wellington Phoenix, che gioca nella A-League (il massimo campionato australiano), che regala alla Nazionale cinque elementi (tra cui tre titolari in questo match) e anche il tecnico, considerando che Ricki Herbert è proprio il coach dei Nix.

La Nuova Zelanda è arrivata in Sudafrica con l’etichetta di cenerentola del torneo, con gli osservatori che si chiedevano quanti gol avrebbe potuto subire nelle tre partite del girone, visto che la squadra ha evidenti limiti tecnici e un gioco molto british, molto fisico ma anche un po’ scolastico e rozzo, sottovalutando però una determinazione che sta raggiungendo livelli massimi e che ha portato gli All Whites ha risultati davvero clamorosi: se il match contro la Slovacchia sembrava quello da non fallire per portare a casa un risultato positivo, nessuno si aspettava (nonostante un anno fa in amichevole finì solo per 3-4 e con ben tre vantaggi per i neozelandesi) che questa squadra potesse tenere testa all’Italia, nessuno si aspettava che il match più passibile di goleada dei 48 della fase a gironi dovesse regalare uno choc simile. Con una prestazione assolutamente eroica, fatta di applicazione e di enorme grinta, la Nuova Zelanda si porta incredibilmente a quota due punti nel girone e dopo le prime due partite ha subito appena due reti, anche del tutto discutibili visto che la rete di Vittek della Slovacchia era in fuorigioco e visto che il gol di Iaquinta in questo match arriva su un rigore totalmente inventato dall’arbitro (che premia una ridicola simulazione di De Rossi). Tutto incredibile, come incredibile è il fatto che la Nuova Zelanda sia ancora in corsa per la qualificazione, visto che è alla pari in tutto con l’Italia (in caso questa situazione dovesse rimanere tale anche dopo il prossimo match, a decidere sarebbe addirittura il sorteggio).

L’Italia è un mezzo disastro: sotto di 0-1 la squadra non mostra alcuna idea e sembra voler cercare il solito trucchetto per trovare il gol del pareggio, con gli ignobili tentativi di far espellere gli avversari per semplici contrasti aerei, con l’altrettanto ignobile tuffo di De Rossi che fa capire perfettamente la situazione della squadra italiana, visto che i Campioni del Mondo devono ricorrere ai trucchetti per risalire dallo svantaggio contro una Nazionale fatta perlopiù di semiprofessionisti, una situazione davvero imbarazzante. Dopo la prestazione non esaltante contro il Paraguay, Montolivo si riscatta e appare molto più presente nell’azione, ma l’Italia gioca il secondo tempo non riuscendo a muovere il pallone né con la qualità né con la velocità che servirebbe per aprire una difesa ovviamente molto chiusa. In queste situazioni, sarebbero fondamentali le fasce, ma tutti gli esterni schierati giocano malissimo, con Pepe che appare la brutta copia del bel giocatore visto nel primo match, con Camoranesi e Di Natale che non riescono ad entrare in partita e non combinano nulla di buono. Il gravissimo problema è però l’attacco, perché è incredibile che una Nazionale di rango così superiore (sulla carta e non) alla Nuova Zelanda non riesca ad incidere mai nell’area di rigore avversaria, non trovando spunti brillanti e nemmeno il colpo decisivo: prova ne è il fatto che tutte le migliori chances arrivino con tiri da fuori, soprattutto con il palo di Montolivo che arriva poco prima il rigore “lucrato” e poi realizzato. Neanche un risultato così imbarazzante riesce a frenare la spocchia di Marcello Lippi, ancora esaltato dall’impresa di quattro anni fa che lo ha reso (se possibile) ancor più arrogante di prima.

Non ha la stessa spocchia e nemmeno lo stesso stipendio Ricki Herbert, architetto di una squadra che ha saputo chiudere tutti gli spazi possibili e poi saper porre rimedio ai limiti tecnici con invertenti in extremis di grande determinazione, oltre che con una ottima dose di fisicità e atletismo: il 3-4-3 di partenza è diventato nel corso del secondo tempo un 5-4-1, ma nessuno può dir nulla ai neozelandesi per aver abbassato così tanto la linea difensiva, per aver portato così tanti uomini in protezione della porta, perché il risultato da difendere era di quelli impensabili e anche perché di tanto in tanto qualche ripartenza riusciva pure, basti pensare alla sassata di Vicelich (che sfiora il gol della vita) e della grande giocata di Chris Wood che nel finale sfiora il gol della storia.

I neozelandesi sono semplicemente eroici nel portare a casa questo risultato nonostante tanti di questi siano solitamente modesti gregari, basti pensare al goalscorer Shane Smeltz, 28enne attaccante che ha giocato anche in Europa, in Inghilterra: nel Gennaio del 2005 arriva al Mansfield Town (League Two, quarta serie) non riuscendo a farsi valere (cinque presenze, zero gol), nel 2005/06 passa all’AFC Wimbledon e in Isthmian League Premier Division (settima serie!) si scatena con 26 gol (in 43 partite), tornando in difficoltà in Conference (quinta serie) con la maglia dell’Halifax Town (2 gol in 31 partite). Chissà se chi l’ha visto giocare in questa esperienza se lo ricorda ancora e chissà che faccia avrà fatto nel vederlo segnare ai Mondiali contro l’Italia, per una classica storia da calcio di altri tempi che però non è unica in questa Nuova Zelanda, basti pensare al subentrato Andy Barron, che è un dilettante vero e proprio visto che nella vita di tutti i giorni lavora da banchiere e ha dovuto chiedere le ferie per partecipare a questi Mondiali. Giocano in Inghilterra gli altri due attaccanti titolari, reduci però da stagioni negative in Championship: Rory Fallon ha segnato il gol della storica qualificazione ai Mondiali ma è retrocesso con il Plymouth, mentre Chris Killen è reduce da stagioni negative (l’ultima l’ha chiusa al Middlesbrough), ma entrambi si sono dati da fare con umiltà retrocedendo molto in difesa (contro le loro caratteristiche abituali), così come il giovane Chris Wood, astro nascente del calcio neozelandese e che Roberto Di Matteo ha già lanciato in prima squadra (anche se non da titolare fisso) nel West Bromwich Albion, puntando molto nelle sue doti fisiche e su una discreta capacità tecnica (mostrata anche nella grande occasione da rete creatasi dopo aver lasciato di sasso Cannavaro). Gli elementi dal migliore pedigree sono però altri due, vedi Simon Elliott, che al momento è addirittura senza squadra ma che è un giocatore di ottima applicazione e buon livello tecnico, che ha avuto la propria carriera frenata soprattutto da tanti infortuni. Vedi soprattutto il capitano Ryan Nelsen, abituato a lottare sui campi di tutta Inghilterra con il Blackburn e che ha giocato con una determinazione pazzesca, piazzando mille tackle, mille intercetti, mille respinte difensive: un muro, capace di essere decisivo anche negli ultimi cinque minuti, giocati nonostante un problema agli adduttori. Un gladiatore del genere però non si fa fermare e finisce per essere l’elemento di spicco in questa impresa: prestazione maestosa, da classico difensore all’inglese. Eroici al suo fianco anche Winston Reid e Tommy Smith, due giovani (rispettivamente classe ’88 e ’90) che giocano entrambi in Europa (al Midtjylland e all’Ipswich), due elementi non abituati a questi prosceni ma che non hanno certo perso tempo ad emozionarsi. Infine, eroico anche Mark Paston, portiere che negli ultimi giorni è stato semplicemente ridicolizzato dai media italiani: lui risponde con una prestazione perfetta. L’Italia non lo ha costretto a miracoli, ma lui è stato superbo nei tiri da fuori (bravo soprattutto su Montolivo) e in uscita.

La Nuova Zelanda si risveglia con la notizia di un risultato incredibile e comunque vada l’ultima partita del girone può celebrare come degli eroi questo gruppo che ha saputo andare ben oltre i propri mezzi tecnici.

SILVIO DI FEDE

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Ci sono poche analisi da fare, ma una sola domanda che nessun giornalista e commentatore italiano ha rivolto a Lippi dall'inizio dei Mondiali (forse per paura che il carro dei vincitori veramente parte). Perché strutturare la Nazionale sulle tre sqaudre che hanno giocato il peggior calcio italiano, Juve, Fiorentina e Udinese, sopratutto nel girone di ritorno, e lasciare a casa i calciatori delle tre sqaudre migliori della seconda parte del campionato, Roma Sampdoria e Inter?

JVAN SICA

lunedì 14 giugno 2010

Italia-Paraguay 1-1: 39' Alcaraz; 63' De Rossi.


ITALIA (4-2-3-1): Buffon (dal 1’ s.t. Marchetti); Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; De Rossi, Montolivo; Pepe, Marchisio (dal 14’ s.t. Camoranesi), Iaquinta; Gilardino (dal 28’ s.t. Di Natale). (De Sanctis, Maggio, Bonucci, Bocchetti, Pirlo, Palombo, Gattuso, Di Natale, Quagliarella, Pazzini). All. Lippi.

PARAGUAY (4-4-2): Villar; Veron, Da Silva, Alcaraz, Morel; Vera, Riveros, Caceres, Torres (dal 15’ s.t. Santana); Barrios (dal 31’ s.t. Cardozo), Valdez (dal 23’ s.t. Santa Cruz). (Barreto, Bobadilla, Caniza, Caceres, Bonet, Ortigoza, Barreto, Benitez, Gamarra). All. Martino.

ARBITRO: Archundia (Mes).

NOTE: spettatori 62.869. Ammoniti Caceres, Camoranesi. Recupero: 1’ p.t.; 3' s.t.

L'Italia? Tutto Pepe. Battuta facile, ma non certo scontata: alzi la mano chi, alla vigilia, si aspettava un prestazione del genere da parte del primo rinforzo juventino. Novanta minuti trascorsi a correre per il campo, avanti e dietro, a destra e a sinistra, sempre alla ricerca della sfera, che sarà anche brutta, cattiva, leggerissima e quant'altro, ma è pur sempre la palla dei Mondiali: quando mai, Simone, ti ricapiterà di accarezzarla? Forse mai più, quindi ascolta Orazio e carpe diem.
Di Pepe e dei suoi quattro polmoni si parlerà più avanti, perché è giusto raccontare la partita dal principio. Che per gli incontri tra Nazionali è l'inno: quello italiano, poi quello paraguagio. Camoranesi, «El Tata» Martino, Barrios e Santana vorrebbero ascoltare «¡Oíd, mortales!», ma fa nulla: Archundia fischia, inizia il Mondiale italiano. Gli Azzurri prendono subito in mano le redini della partita, distribuendo il gioco sulle fasce: Pepe a destra e Iaquinta a sinistra, nel 4-2-3-1 iniziale, godono del supporto dei terzini (più Criscito di Zambrotta, con il genoano bene anche in fase di ripiegamento) e producono alcuni interessanti traversoni su cui Gilardino non viene però pervenuto. Con il passare dei minuti emergono le lacune della coppia centrale, in seria difficoltà quando costretta ad impostare perché impossibilitata a servire De Rossi e Montolivo, ma l'Italia continua a fare la partita e propone alcune variazioni tattiche per ovviare all'arcigna difesa dell'Albirroja: Marchisio si defila a sinistra, consentendo a Iaquinta di stringere al centro per far coppia con Gilardino. Con il primo 4-4-2 l'Italia pare andar meglio: Iaquinta porta chili e centimetri in area, lasciando a Marchisio ogni compito di copertura. Insomma, quando mancano ormai pochi minuti al termine della prima frazione l'andazzo dell'incontro è chiaro a tutti, con l'Italia che schiaccia il Paraguay nella propria metà campo ed i biancorossi capaci in fase difensiva ma a disagio quando si tratta di ripartire. Perché la partita si sblocchi, come spesso accade, è sufficiente un episodio: in questo caso un calcio di punizione in cui la retroguardia azzurra va a chiudersi nell'area piccola, consentendo ad Alcaraz (un firma con la Fiorentina nel 2002, poi cancellata dal fallimento della Viola) l'inzuccata del vantaggio. Intervallo amaro, con Lippi costretto ad utilizzare il primo cambio - Buffon e il nervo sciatico, accidenti! - ma determinato a rimettere in piedi l'incontro passando al 4-3-3.
Il secondo tempo inizia con Pepe a sinistra, Iaquinta a destra e Marchisio nuovamente a centrocampo, anche se solo per pochi minuti: l'esperimento-trequartista proprio non va, e così l'ingresso di Camoranesi al posto di Marchisio riporta l'Italia al tanto amato 4-4-2, con Iaquinta finalmente libero di appoggiarsi ad un centravanti, nonostante quella di Gilardino sia una serataccia. Non che alla punta juventina vada meglio: in difficoltà sull'esterno, sempre alla ricerca di un dribbling che non arriva, combina davvero pochissimo riuscendo comunque ad ottenere fiducia da Lippi, che gli regalerà 90'. Dicevamo del 4-4-2, che permette all'Italia di proseguire l'opera sugli esterni, ora diretta dal più idoneo Camoranesi. Nonostante tutto il buon lavoro degli Azzurri, perché il pareggio arrivi è necessaria un'uscita a farfalle di Villar, che consente a De Rossi d'insaccare il pallone in rete. E qui bisogna riaprire la parentesi su Pepe: l'angolo nasce grazie ad un filtrante di Iaquinta a lui indirizzato ma chiuso in corner dal difensore paraguaiano, e proprio quando la palla esce Pepe si avventa sulla sfera e la posiziona sulla lunetta del calcio d'angolo, rapido e affamato, perché il pareggio è prima di tutto un dovere, e poi anche un piacere da condividere con gli umidi - diluvio su Città del Capo, e c'era anche il rischio di un esordio imbiancato dalla neve - abbracci dei compagni.
Tutto questo avviene al 63', con mezz'ora (recupero compreso) di gioco davanti, ma le gambe si fanno più pesanti ed i maratoneti perdono lucidità. Rimane un Cannavaro in grande spolvero, con Zambrotta che volentieri affonda a destra per rievocare i trascorsi juventini comuni al compagno d'azzurro Camoranesi, mentre «El Tata» Martinez butta nella mischia gli acciaccati Santa Cruz e Cardozo alla ricerca di un clamoroso gol della beffa. Per sua sfortuna, Marchetti rimane inoperoso: è 1-1.
Focalizzando l'attenzione sull'Italia, inutile sottolineare l'inadeguatezza del 4-2-3-1: Marchisio è un pesce fuor d'acqua in quella posizione, mentre Iaquinta non garantisce un sufficiente contributo in fase di non possesso. Meglio, molto meglio con il classico 4-4-2: Pepe a sinistra ha dimostrato di saperci stare, mentre Camoranesi ingranerà man mano o perderà il posto in favore di Maggio. Nota positivissima, la spinta dei terzini: Criscito prima, Zambrotta poi, si sovrappongono in continuazione, creando situazioni interessanti sulle corsie esterne da cui potrebbe trarre enorme vantaggio Pazzini, colpitore di testa superiore a Gilardino. Conclusione dedicata a Montolivo, perché il ragazzo ha doti indiscutibili, ma anche stavolta gli è mancata la personalità necessaria a questi livelli: il ritorno di Pirlo dovrebbe risolvere il problema, visto e considerato il roccioso De Rossi con cui avrà la fortuna di far coppia.

ANTONIO GIUSTO

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L'esordio italiano era contro l'unica squadra degna del girone e un pari accontenta entrambe. Sull'idea che sento un po' ovunque circa la conduzione totale del match da parte dell'Italia non sono essattamente d'accordo: controllare una partita non significa solo avere la palla tra i piedi. Più che altro è condurre il ritmo partita e possedere i vantaggi territoriali nelle zone pericolose. Ecco, se partiamo da qui, non è che il Paraguay, almeno finché aveva benzina è andato sotto con gli Azzurri, anzi. L'Italia è rimasta incapace di offrire un calcio fluido, ha pescato quello che il Paraguay gli ha concesso, spesso le fasce: ma gli uomini di Martino non hanno mai sofferto: io ho registrato solo tiri telefonati da fuori e uno solamente, pericoloso, di Montolivo. A proposito dell'uomo di Caravaggio, rimango perplesso della sua posizione centrale in quel 4231: non delle sue capacità e potenzialità, quanto dei benefici che può dare a questa squadra giocando lì. Non ha sempre ritmi di giocare per velocizzare l'azione e tutto viene appesantito se Marchisio è costretto a evoluire dietro la punta, lui che è sì un incursore ma non "vede" calcio in anticipo come una mezzapunta. Manca quindi profondità e verticalizzazioni veloci, un po' meglio è andata con le due punte, ma proprio un po', tanto che Villar non è mai stato impensierito. E' dunque chiave il recupero del miglior Pirlo per proseguire al meglio nel Mondiale.

Bene il Paraguay, almeno finché ha pressato in mezzo: è rimasto compatto ha concesso qualcosa sugli esterni senza mai soffrire, ha trovato il gol su calcio da fermo (sempre ben preparati dal Tata Martino) e ne ha preso uno per un errore di Villar in uscita, un errore non da lui, specie a questo livello. Buonissima la fase di pressione immediata dopo la perdita del pallone, che ha inibito il contro gioco di questa Italia con poca qualità. Male invece davanti: se i due attaccanti, specie Valdes, hanno contribuito e bene alla fase di pressione, sono mancate però le loro giocate nelle ripartenze e non possedendo qualità in mezzo è chiave il ruolo delle punte, che devono pulire l'apertura e giocare per gli inserimenti. Un punto e una buona figura cercava Martino, e ora ha davanti due squadri mediocri per passare il turno.

CARLO PIZZIGONI

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In nazionale contano le prove giuste al momento giusto. Il campionato propone tanti calciatori, il CT ne convoca altrettanti, sta a te fare la partita buona nel momento buono per entrare nel giro. Puoi fare anche un anno pessimo, il CT di turno ti telefona di sicuro. Riguardo alla nazionale italiana di ieri, questo discorso vale per due motivi: la totale estraneità al ruolo di alcuni calciatori e la loro imperfetta forma fisica da una parte, la consacrazione di altri giocatori che possono diventare titolari a lungo dall’altra.
Per quanto riguarda il primo argomento, è palese che Iaquinta può giocare all’ala solo se è in perfetta salute come nel 2006, quando Lippi lo ha provato lì e lì se ne innamorato, che Marchisio, provato in quel ruolo da Lippi nella partita di Tiblisi del 5 settembre 2009, vinta 2-0 da Kaladze, non ha il passo rapido per smarcarsi con la palla e servire un attaccante. Ma le partite che marchiano a fuoco sono una manna per chi cerca un posto al sole. E ieri è anche nato il numero 8 del nostro futuro, Montolivo, in coppia con De Rossi saranno i nuovi Dino Baggio-Albertini degli anni 10, Pepe sarà l’ala tornante pelata, in ricordo del Domingo nazionale, Criscito il nuovo numero 3 che aspettavamo dalla finale del 2006.
Le partite della Nazionale creano illusioni e verità. Col Paraguay c’è stato il bello e il brutto.

JVAN SICA