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venerdì 2 luglio 2010

Olanda-Brasile 2-1: Robinho (B) al 10’ p.t.; Sneijder (O) all’8’ e al 23’ s.t.



OLANDA (4-2-3-1): Stekelenburg; Van der Wiel, Heitinga, Ooijer, Van Bronckhorst; Van Bommel, De Jong; Robben, Sneijder, Kuyt; Van Persie (dal 40’ s.t. Huntelaar). (Vorm, Boschker, Boulahrouz, Braafheid, Schaars, De Zeeuw, Afellay, Van der Vaart, Babel, Elia). All. Van Marwijk.

BRASILE (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Bastos (dal 17’ s.t. Gilberto); Gilberto Silva, Felipe Melo; Dani Alves, Kakà, Robinho, Luis Fabiano (dal 32’ s.t. Nilmar). (Gomes, Doni, Luisao, Thiago Silva, Josue, Kleberson, Julio Baptista, Grafite). All. Dunga.

ARBITRO: Nishimura (Giap).

NOTE: spettatori 40.186. Espulso al 28’ s.t. Felipe Melo; ammoniti Heitinga, Bastos, Van Der Wiel, De Jong, Ooijer. Angoli 8-4 per il Brasile. Recuperi: 1’ p.t., 3’ s.t.


Un quarto di finale dal non esaltante e non indimenticabile livello tecnico viene decisa dalle variabili impazzite che spesso spaccano le partite di ogni sport, in particolar modo del calcio: episodi ed errori. Le difficoltà del primo tempo dell’Olanda sembravano presagire ad un match ben indirizzato, ma la squadra di Van Marwijk ha trovato energie insospettabili soprattutto grazie al secondo tempo da incubo di un avversario, che quasi sarebbe da ribattezzare Felipe “Van der” Melo per come ha deciso e cambiato la partita con i suoi orrori.

Nemmeno in questo quarto di finale s’è vista un’Olanda esaltante, ma comunque s’è visto un grande carattere che ha permesso la prima grande rimonta di questo Mondiale 2010: nei turni ad eliminazione diretta giocati fin qui (ovvero tutti gli ottavi di finale), a passare il turno era sempre stata la squadra che aveva segnato per prima (ovviamente escludendo Paraguay-Giappone, conclusa 0-0). Il Brasile alla fine paga alcune sbandate difensive ed errori singoli, uscendo nuovamente nei quarti di finale: era dal 1990 che i Verdeoro non perdevano nella fase finale dei Mondiali da una squadra diversa dalla Francia. Allora fu al Delle Alpi di Torino contro l’Argentina agli ottavi di finale. Al solito, i media brasiliani partiranno con processi e attacchi decisi a Dunga, imputabile per non esser riuscito a trovare il giusto mix tra qualità e carattere: elementi come Robinho e Luis Fabiano sono elementi di buona qualità, ma ancora una volta in questo match hanno peccato di carattere, soprattutto il primo nei momenti caldi della sfida (nonostante poi fosse stato proprio lui a sbloccare il risultato). Dunga aveva avuto il merito di creare una squadra e questo gli va comunque riconosciuto, anche se la prestazione del secondo tempo è stata troppo anonima e troppo poco qualitativa per una Nazionale chiamata Brasile: la partita è stata persa per degli episodi, ma Dunga non dev’essere criticato a tutto campo come invece ovviamente accadrà nei media brasiliani.

Eppure il primo tempo era tutto di marca Brasile: non un Brasile spettacolare, ma un Brasile in chiaro controllo delle operazioni. Il pomeriggio inizia con uno scricchiolio pesante per l’Olanda, con l’infortunio di Mathijsen nel riscaldamento che costringe Van Marwijk a ricorrere sul non sicurissimo Ooijer: difesa che poi sbanda in maniera orrenda su una verticalizzazione per Robinho che sblocca il match, con un movimento che ricorda molto quello della difesa dell’Inghilterra nel gol di Klose negli ottavi di finale. Colpevole però è solo in parte Ooijer, quanto piuttosto è incredibile l’errore di Heitinga, che si fa attirare dal movimento d’incontro di Luis Fabiano e rimane in posizione del tutto avanzata lasciando un buco enorme al centro della difesa: Robinho si inserisce in quello spazio senza che Van der Wiel lo segua. E’ un pomeriggio da incubo per Heitinga, che anche nella ripresa commetterà dei buchi incredibili (soprattutto quello che lancia Kakà in due contro due, con Ooijer decisivo nel murare il tiro). Il Brasile allora rimane solido e crea gli attacchi pericolosi, anche lasciando vedere qualche spunto brillante e qualitativo sullo stretto. L’Olanda invece appare del tutto in difficoltà e non riesce a coinvolgere i quattro elementi offensivi. Sneijder è fuori dal gioco, Kuyt in sofferenza, ma soprattutto sono gli altri due elementi a mancare. Van Persie continua il suo Mondiale non all’altezza sbagliando tutto: movimenti, passaggi, tiri. Mai una giocata importante e sempre sovrastato da Juan. Van Persie conferma allora di essere piuttosto sopravvalutato dall’Arsenal, che vede in lui un fuoriclasse: in realtà l’olandese è un buon giocatore capace di diventare ottimo nel mese giusto. Buon giocatore con grandi colpi, ma pur sempre un buon giocatore e poco più. Arjen Robben invece soffre la rudezza della partita, quasi confermando quanto dicevano i giornalisti inglesi nel corso della sua esperienza al Chelsea, quando era accusato di mancare quando il tono agonistico del match diventava altissimo: l’esterno del Bayern Monaco non ha spunti brillanti e ogni suo movimento viene letto dai brasiliani con una facilità irrisoria, tanto che ogni volta al secondo tocco di palla si trova almeno due avversari pronti ad impedirgli la giocata.

Brasile in controllo, fino al 53’ quando due elementi tradiscono Dunga: il primo è un “insospettabile” come Julio Cesar, che esce malissimo e totalmente a vuoto sul cross del compagno di club Sneijder, un’uscita disastrosa non da lui. L’altro però un “sospettabile” come Felipe Melo, che probabilmente non sente l’eventuale chiamata del portiere e lo contrasta andando anche a toccare il pallone e spedirlo in rete: il dirigente della Juventus Secco diceva che Felipe Melo sarebbe passato alla storia e così è stato, visto che realizza il primo autogol del Brasile in una fase finale dei Mondiali. Forse non intendeva proprio questo. La partita si equilibra e cambia soprattutto l’aspetto mentale: il Brasile va in palla, l’Olanda trova fiducia e cresce leggermente, anche se non raggiungendo livelli buoni sul piano qualitativo. Ci vuole un altro episodio per cambiare ulteriormente il match e arriva su un corner da destra di Robben: Julio Cesar stavolta non può uscire perché la traiettoria è corta, Kuyt la prolunga e in area piccola l’1,70 di Sneijder realizza comodamente di testa. Una squadra che punta tutto sulla solidità e sulla grande difesa non può prendere gol di testa in mischia da un elemento non certo altissimo. Il colpevole è ancora Felipe Melo, che è in marcatura sul centrocampista dell’Inter ma rimane fermissimo, muovendosi di mezzo centimetro mentre l’avversario si stacca dalla marcatura, si beve un caffè e segna di testa. Difficile far peggio in pochi minuti, ma Felipe Melo ci riesce decidendo di trattare Robben come lo zerbino di casa sua sotto gli occhi dell’arbitro che giustamente estrae il rosso diretto: una follia che costringe il Brasile all’assalto in inferiorità numerica. I Verdeoro ci provano di nervi, ma non riescono a trovare lo spunto brillante (nonostante qualche difesa nervosa dell’Olanda, in particolare di Heitinga) e non riescono ad evitare l’eliminazione: vero che il Brasile era in 10, ma forse Dunga poteva osare qualcosa in più dell’inserimento di Nilmar come unica punta. Il suo errore più grave però è stato puntare su Felipe Melo, pardon Felipe Van der Melo: è lui il vero uomo che ha guidato l’Olanda alla vittoria.

Adesso per l’Olanda non ci sono limiti alla provvidenza: si può fare in tutto, anche perché questo match ha confermato il basso livello tecnico di questo Mondiale (match non aiutato dal terreno di gioco: un campo di patate). Allora questo torneo può anche esser vinto senza esprimere un calcio indimenticabile: Van Marwijk ha però bisogno che in avanti Van Persie si svegli, alzando il livello delle sue prestazioni fin qui mediamente mediocri.

SILVIO DI FEDE

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Il Brasile non è europeizzabile. Questo è il verdetto emanato dalla strana sconfitta della Seleção, brasilianissima quando anziché chiudere l'incontro si perde in fraseggi tanto pittoreschi quanto inutili. Fosse arrivato il 2-0 in chiusura di primo tempo, ora staremmo probabilmente celebrando le capacità gestionali di Dunga, abile nel contagiare i suoi con la malattia del calcio europeo: pragmatico all'inverosimile maniera, ma efficiente come nessun altro al mondo. Il tabellino però dice 2-1 per l'Olanda, europea davvero e stavolta non solo per questioni geografiche, accompagnata anche da una discreta dose di fortuna.
La «fortuna» olandese ha un nome, un cognome e persino un numero di maglia: Felipe Melo, numero 5 del Brasile che pare indossato apposta per infangare la memoria calcistica di Falcão. Il centrocampista juventino, complice la rimonta avversaria, dà di matto scalciando Robben e guadagnando la via degli spogliatoi con venti minuti d'anticipo sui compagni di squadra. Lì, in pratica, si spengono le speranze di controsorpasso brasiliano: e pensare che nei primi 45' si era assistito ad una partita diametralmente opposta, con il tanto criticato Melo protagonista del passaggio in profondità trasformato in gol da Robinho.
Ma veniamo alla partita, perché potendosi concedere il lusso di iniziare l'azione con i difensori, la Seleção gestisce sapientemente il possesso del pallone in attesa di trovare il varco giusto per far male ad un'Olanda disposta in campo con il 4-1-4-1: De Jong, perfetto in entrambe le fasi, protegge la difesa ed imposta pure il gioco consentendo a van Bommel di agire una decina di metri più avanti. Interessante la disposizione in diagonale dei trequartisti brasiliani: anziché giocare sulla stessa linea, Daniel Alves parte in posizione di interno destro e Robinho ronza attorno a Luis Fabiano in attesa che «O Fabuloso» gli crei lo spazio per l'inserimento. Proprio così nasce l'1-0, con Alves che costringe Ooijer ad allargarsi ed Heitinga che improvvidamente segue il movimento in uscita di Luis Fabiano: si apre una voragine centrale, che van der Wiel (bloccato nel primo tempo, discreto incursore dopo l'inversione di campo) non riesce ad arginare finendo per costringere Robben a tentare una poco fortunata chiusura sull'inserimento di Robinho. Nulla in avanti, dove van Persie s'allarga per uscire dalla temibile morsa di Lucio e Juan (Mondiale stratosferico) e Robben è costantemente vittima del raddoppio difensivo brasiliano, l'Olanda rischia di capitolare dinanzi alle triangolazioni strette dei brasiliani. Di spazio in contropiede, arma sin qui prediletta dagli oranje, non ce n'è, ed i terzini van der Wiel e van Bronckhorst rinunciano all'azione offensiva perché intimiditi dai rispettivi avversari di fascia.
Lo striminzito vantaggio con cui si chiude il primo tempo non rende onore agli uomini di Dunga, certamente meritevoli di qualcosa in più ma troppo fumosi per andarselo a prendere. E così basta un episodio per cambiare il volto di una partita sino a quel momento dominata dal Brasile: è sufficiente un'accelerazione di Robben per scatenare il finimondo. Bastos lo atterra, graziato da Nishimura, ma basta un nonnulla (in questo caso la paura di perdere Bastos) per mandare nel pallone Felipe Melo: sul conseguente cross di Sneijder ignora il comando di Julio Cesar e va ad ostacolarlo in uscita, omaggiando l'Olanda di un immeritato pareggio. Con van der Wiel che prende fiducia e macina chilometri sulla corsia destra andando finalmente ad assecondare Robben, Dunga si convince che Bastos non terminerà la partita e getta nella mischia Gilberto, organicamente inadeguato alla marcatura dell'ala destra oranje. Il gol di Sneijder è una pugnalata, quasi quanto la già citata espulsione di Felipe Melo: ingenuità clamorosa, dettata da un autocontrollo inesistente, che obbliga il Brasile ad un raffazzonato assalto finale incentrato su lanci lunghi ed improbabili serpentine che poca apprensione destano nella difesa olandese.

ANTONIO GIUSTO

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E' davvero incredibile come nel calcio un episodio, favorevole o sfavorevole che sia, possa cambiare e capovolgere completamente l'andamento di un match. Minuto numero 52: s'è da poco concluso il primo tempo, un monologo nel vero senso del termine da parte della Seleção, che sembra avere le sorti dell'incontro nelle proprie mani; minuto numero 53: la premiata ditta Júlio César-Felipe Melo la commette grossa, regalando un pari inaspettato ed obiettivamente immeritato ad un'Olanda nulla fino a quel momento. Il Brasile disfa così quanto costruito, il pareggio cambia le carte in tavola e si rivela essere una mazzata psicologica tremenda per i giocatori oggi in maglia blù, che prima perdono la concentrazione subendo la rete del sorpasso sugli sviluppi di un corner e poi i nervi con la folle espulsione del giocatore acquistato la scorsa estate dalla Juventus per 25 milioni di euro. Il Brasile paga giustamente a carissimo prezzo almeno quattro gravi errori: quello di non essere riuscito a chiudere il match quando ce l'aveva in pugno, quello già citato della coppia César-Melo sul primo gol, quello del reparto difensivo sul secondo e soprattutto quello di aver continuato a voler puntare su un giocatore inaffidabile come Felipe Melo.
E l'Olanda? E' stata brava a rimanere in partita, è stata capace di soffrire ed è stata concreta come non mai nella sua storia, ma ancora una volta nè ci ha pienamente convinto, nè ci ha entusiasmato. Eppure i numeri parlano chiaro e dicono che questa è la miglior Olanda di sempre: infatti, mai i Tulipani, imbattuti da ben ventiquattro sfide, erano riusciti a vincere le prime cinque gare di un grande torneo per nazionali. La verità è che l'Olanda è riuscita a prevalere sfruttando nel miglior modo possibile - grazie anche ad un aiuto da parte della Dea Bendata, va detto - le opportunità create, pur denotando dei limiti in tutte le zone del campo. Che la difesa non fosse un granchè lo sapevamo e ne abbiamo avuta una triste conferma con il gol regalato a Robinho, siamo rimasti più che altro delusi dal gioco poco brillante e propositivo mostrato fin qua: in fase offensiva l'Olanda, nazionale alla quale storicamente non sono mai mancate le soluzioni più disparate, si appoggia unicamente all'immarcabile Robben. Gli uomini per giocare un calcio spettacolare van Marwijk ce li avrebbe pure, ma sarebbe ingeneroso criticare l'allenatore capace di portare per la quarta volta nella storia dei Mondiali l'Olanda tra le prime quattro. Storcerà il naso Cruyff, sembrano effettivamente lontani i tempi del "Calcio Totale", ma questa selezione ha la concreta opportunità di compiere quell'impresa che non riuscì ad altre compagini olandese più quotate, come l'Arancia Meccanica del '74 e del '78', l'Olanda di van Basten, Gullit e Rijkaard e quella di Guus Hiddink che nel '98 dovette arrendersi ai calci di rigore proprio contro il Brasile.

Le due squadre vengono schierate dai loro rispettivi allenatori con il medesimo modulo, il 4-2-3-1. Nettamente meglio il Brasile in avvio, trascinato da un Robinho che riprende da dove aveva finito con il Cile agli Ottavi di Finale: la talentuosa mezzapunta prima si vede giustamente annullare un gol per fuorigioco di Dani Alves, poi porta i suoi in vantaggio, sfruttando al meglio il clamoroso buco centrale della retroguardia arancione. A dir poco disastrosa, nell'occasione, la difesa olandese, con Heitinga che si fa attrarre dal movimento di Luis Fabiano e finisce di conseguenza fuori posizione, e con Ooijer che non stringe la propria. Grazie anche allo scarso apporto del centrocampo, persino lo sciagurato Felipe Melo può permettersi il lusso di realizzare un assist facile facile, ma con i tempi giusti, premiando l'inserimento senza palla dell'ex fantasista del Real Madrid. La partita si mette così fin da subito bene per il Brasile, che ha la possibilità di esprimere al meglio le proprie qualità. E' un Brasile solido, compatto come piace a Dunga, ma che a tratti gioca finalmente anche un bel calcio, spettacolare, come nell'azione iniziata da una serpentina palla al piede di Robinho, continuata da un passaggio di tacco di Luis Fabiano e conclusa con un destro a giro di Kakà sul quale Stekelenburg si supera. Appena gli Oranje cercano di mettere il naso fuori dalla propria metacampo, gli avversari li aggrediscono, sottraggono loro la sfera e ripartono con una cattiveria agonistica ed una fiducia nei propri mezzi degna di una grande squadra. Una superiorità a tratti imbarazzante. L'Olanda fatica tremendamente: Sneijder appare in difficoltà ed in forma precaria, Robben viene sempre raddoppiato o triplicato, van Persie è ben contenuto dalla difesa carioca, i laterali bassi non accompagnano l'azione.
I verdeoro però non affondano il colpo decisivo ed iniziano la ripresa sottoritmo: l'arbitro li grazia non cacciando Bastos per un fallo da seconda ammonizione, il Dio del Calcio li punisce inesorabilmente pochi secondi dopo, quando un cross di Sneijder apparentemente innocuo termina in rete, in seguito ad una maldestra uscita a vuoto di Júlio César e ad una deviazione di Felipe Melo. Inizia allora un'altra partita, con Robben e compagni che prendono coraggio e che trovano la rete del vantaggio ancora con Sneijder, con il Brasile che si fa incredibilmente sorprendere su calcio piazzato: determinante la spizzata sul primo palo di Kuyt, da rivedere le marcature dei brasiliani, con Felipe Melo (e chi, se non lui!) che si perde il piccolo trequartista dell'Inter, che realizza così uno dei suoi primi gol di testa in carriera. Il Brasile psicologicamente non c'è più, nonostante un paio di buone opportunità create non riesce a reagire alle avversità, con Felipe Melo che gli dà il definitivo colpo di grazia. L'Olanda questa volta non ne approfitta, sciupando malamente delle ghiottissime chances in contropiede, vuoi per l'egoismo del deludente van Persie, vuoi per l'eccessiva lentezza nel prendere decisioni del subentrato Huntelaar. Ma il risultato non cambia più ed il Brasile, per la seconda volta consecutiva, esce ai Quarti. Inevitabili le polemiche contro Dunga, C.T. poco amato (per utilizzare un eufemismo) dai media locali. Il suo Brasile è uscito in maniera sfortunata, non ha demeritato e nel complesso è risultato essere una delle nazionali maggiormente convincenti di Sudafrica 2010; l'organizzazione tattica è stata di primissimo livello e l'idea di voler costruire una Seleção atipica, che aveva nelle doti fisiche e non tecniche le sue qualità principali, non s'è rivelata malsana. Ma colui che alzò la Coppa del Mondo nel '94 da capitano i suoi errori li ha commessi eccome, a partire dalle convocazioni, fidandosi troppo di alcuni suoi fedelissimi, puntando su alcuni elementi inadatti al contesto e lasciando a casa altri che si sarebbero potuti rivelare molto più utili alla causa. Una squadra senza un piano B, con praticamente nessuna riserva sulla trequarti o in attacco che potesse cambiare la partita entrando dalla panchina. E ci poteva stare, vista la compattezza, la forza e anche la qualità di gioco che aveva; ma il calcio non è matematica e non puoi prevedere tutto. Perciò Dunga ora, inevitabilmente, pagherà il fio.

ALBERTO FARINONE

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Ieri è accaduto quello che sospettavamo. Un Brasile senza nessun ricambio valido (tranne Dani Alves) che desse lo spunto decisivo per uscire da un gioco molto lineare è stato messo fuori dall’irruenza di Felipe Melo e dalla costanza dell’Olanda, capace di giocare allo stesso ritmo e con fraseggi molto simili per l’intero incontro(deve stare molto attenta all’Uruguay, capace di difendere forte e cambiare passo meglio del Brasile, anche se mancandoci Suarez, miglior attaccante del Mondiale insieme a Villa, perde tantissimo). Adesso la squadra deve rifondarsi e vincere in casa, per questo motivo chi prenderà il posto di Dunga avrà all’inizio i benefici dell’effetto Prandelli (o post Lippi, Dunga in questo caso), ma poi dovrà sobbarcarsi un lavoro psicologico tremendo.
Brasile 2014 deve dare la sesta stella, c’è poco da stare lì a riflettere, ma con quale Brasile, ad oggi, si arriva ad un evento così importante. In difesa ci sono dei ricambi, primo fra tutti Thiago Silva, anche se Maicon, Lucio e Juan non nascono ogni quattro anni. Il portiere potrebbe rimanere, anche se il vivaio è prolifico e qualche altro giovanissimo sulle fasce in Brasile nasce sempre.
Il vero problema sono centrocampo e attacco. La volontà di Dunga di giocarsela con chi gli ha fatto vincere Coppa America e Confederations Cup, convocando giocatori inutili (Julio Baptista, Josuè, Gilberto Melo, Grafite) lo ha lippizzato e ha creato lo stesso sconquasso italiano.
Una generazione in Brasile è totalmente saltata e dei nati nella prima metà degli anni ’80 c’è il solo Robinho che può arrivare, da grande vecchio, all’appuntamento brasiliano. C’è da puntare quindi sui giovanissimi, e qui sorge un altro problema che è invece tipico del paese sudamericano (a differenza dell’Argentina). Una marea di calciatori giovani lasciano prestissimo i loro club di appartenenza, come è sempre successo. Ma invece di arrivare in Italia, Spagna, Germania o Inghilterra, i dollaroni di Russia, Giappone, Grecia e addirittura Ucraina fanno più gola. Della squadra vice-campione mondiale Under 20, Dunga non ha convocato nessuno. E, tra quelli che giocavano in quella squadra, Douglas Costa e Alex Texeira sono allo Shaktar Donekts, Rafael Toloi è vicino ad una delle grandi di Mosca, Renan è allo Xerez in prestito dal Valencia, Diogo all’Olimpiakos, Alan Kardec al Benfica e Souza al Porto. Della squadra titolare della finale contro il Ghana nessun elemento gioca in una grande squadra europea, molti vincitori di quel match (solo ai rigori e in modo immeritato) giocano anche in loro in squadre di seconda fascia europea ma almeno sono stati convocati e hanno giocato già il loro primo Mondiale. Con una squadra completamente da rifare, giovani che non hanno nessuna grande esperienza internazionale e con nessuna convocazione in Nazionale, il Brasile è un cantiere in cui è tutto ancora da decidere.

JVAN SICA

lunedì 28 giugno 2010

Brasile-Cile 3-0: Juan al 34’, Luis Fabiano al 38’ p.t.; Robinho al 14’ s.t.



BRASILE (4-3-1-2): Maicon, Lucio, Juan, Bastos; Daniel Alves, Gilberto Silva, Ramires; Kakà (dal 36’ s.t. Kleberson); Luis Fabiano (dal 30’ Nilmar), Robinho (dal 40’ Gilberto). (Gomes, Doni, Luisao. Thiago Silva, Josue, Grafite). All. Dunga.

CILE (4-3-3): Bravo; Jara, Fuentes, Contreras (dal 1’s.t. Tello), Vidal; Isla (dal 16’ s.t. Millar), Carmona, Beausejour; Sanchez, Suazo, Gonzalez (dal 1’ s.t. Valdivia). (Pinto, Marin, Fernandez, Orellana, Fierro, Paredes, Ponce, Estrada, Medel). All. Bielsa.

ARBITRO: Webb (Ing).

NOTE: spettatori 54.096. Ammoniti Kakà, Vidal, Ramires, Fuentes, Millar. Angoli 8-6. Recuperi 1’ p.t., 2' s.t.


Vince la squadra che difende bene e gioca con raziocinio contro la squadra che difende e gioca in maniera pressoché scriteriata: fino a qualche anno fa leggere questo preludio e pensare ad una partita con il Brasile in campo avrebbe fatto pensare ad una sconfitta dei Verdeoro, ma questo non succede nell’era Dunga, il quale sta provando di fatto a bissare il Mondiale vinto nel 1994 con un Brasile magari mediamente meno spumeggiante del solito ma decisamente più solido di tante altre edizioni. Il merito di Dunga è quello di badare unicamente al sodo, fregandosene altamente dei ghirigori. Il Mondo sognerebbe un Brasile tutto tecnica e tutto spettacolo come nell’82, tutti ricordano molto più quella squadra piuttosto che quella del 1994? Ebbene, Dunga ha la memoria più lunga e ricorda quale delle due squadre alla fine ha saputo alzare la Coppa del Mondo e sa bene a quale ispirarsi maggiormente.

La concretezza del Brasile porta all’eliminazione del Cile, squadra che ha mostrato momenti di grande calcio, ma che alla fine non ha avuto concretezza in tutto questo torneo, dimostrandosi decisamente fumoso. Le due vittorie nelle prime due partite del girone avevano illuso, portando alla beatificazione del “Loco” Bielsa, beatificazione forse un po’ affrettata anche sotto gli occhi di un esteta del calcio (come il sottoscritto): a ben vedere, l’Honduras nella prima partita era stato davvero poca cosa ma in ogni caso era rimasto in partita fino alla fine perdendo soltanto 1-0, mentre nella seconda partita la Svizzera è stata bucata solo nel finale nonostante un intero secondo tempo giocando in 10 uomini (espulsione assurda di Behrami per sceneggiata di Vidal), dando la sensazione che la grandissima organizzazione difensiva creata da Hitzfeld (gli elvetici sono forse la squadra che ha difeso meglio nella fase a gironi) avrebbe potuto resistere in parità numerica. Dalla partita contro la Spagna in poi c’erano i test definitivi per stabilire se il gioco del Cile fosse qualcosa di improponibile a certi livelli o se invece fosse davvero una ventata nuova in un calcio delle Nazionali dominato dal difensivismo: i match contro Spagna e Brasile hanno mostrato buoni momenti, ma sono tutto sommato una bocciatura severa che va al di là dei risultati. Sia chiaro, questa è una squadra pure piacevole da vedere in fase di possesso, con buon talento a centrocampo e movimenti offensivi coraggiosi e ben organizzati, ma ci sono due difetti sostanziali che rendono questo gioco difficilmente compatibile ad un calcio ad alti livelli: la difesa soffre in modo enorme l’atteggiamento sbilanciato della squadra, ma soprattutto questo modulo ultra-offensivo non è supportato da un attacco capace di garantire gol. Anzi, in avanti non si segna mai, ma soprattutto a ben vedere le tante belle azioni molto raramente portano ad occasioni da rete vere e concrete. Si ha allora una serie di alette e di trequartisti molto rapide, capace di saltare l’uomo e di trovare la giocata ad effetto, ma tutto si perde in un calderone molto fumoso: molto attrattivo agli occhi, per nulla concreto. Questo anche per le caratteristiche di qualche giocatore, molto portato alla giocata ad effetto, senza però aggiungere a questo un filo di concretezza e decisione: se manca questo, non solo non si creano occasioni, ma si perde palla in zona pericolosa e si subisce contropiedi a difesa scoperta. La tattica di Bielsa prova a frenare tutto ciò con una serie di falli tattici, che però nella partita contro la Spagna sono stati anche falli di eccessiva foga e hanno portato a tanti cartellini pesanti: non a caso, contro il Brasile mancavano due difensori pesanti proprio per squalifica. Sarebbe stato bello poter applaudire un gioco così nuovo e così propositivo in questo calcio moderno, ma la sentenza della giuria formata da Del Bosque e Dunga è chiara: bocciatura per assenza di prove concrete.

Gli unici problemi del Brasile risiedono nello sbloccare il risultato, ma anche sullo 0-0 l’undici di Dunga non rischia mai. Oltretutto, i brasiliani hanno giocatori decisamente più alti rispetto ai cileni e non è certo una sorpresa che il gol che rompe il ghiaccio arrivi su un corner incornato da Juan. Vittoria facile, di solidità e di squadra per il Brasile, che adesso troverà l’Olanda nei quarti di finale: può questa squadra arrivare fino in fondo? E soprattutto, ha la quantità necessaria di talento per vincere il torneo? Di certo, non può essere la fase difensiva il punto interrogativo del Brasile più solido del decennio, ma in effetti qualche dubbio sulla qualità rimane: Kakà non sembra in grande condizione, mentre Robinho è sempre difficile da valutare visto che può trovare la grande giocata ma allo stesso tempo può sparire dalle partite. Il quarto di finale tra Olanda e Brasile potrebbe essere il più intrigante, anche perché dovrà dirci molto di più sulle due squadre: è davvero la prova della verità per valutare le possibilità di successo di Orange e Verdeoro.

SILVIO DI FEDE

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Mentre i giornalisti brasiliani lo criticano per il gioco non all'altezza del passato e quelli italiani, orfani inconsolabili degli azzurri, passano il loro tempo in masturbazioni mentali come quella dei "3/4 della difesa verdeoro che militano in Italia" (come se Lucio e Juan non fossero mai passati dalla Bundesliga), il Cucciolo Dunga se la ride sotto i baffi e arriva ai quarti con una facilità imbarazzante. Dopo la Corea del Sud, anche l'altra squadra amata dalla critica viene sbattuta fuori da un avversario pragmatico al massimo livello: questa Seleçao è un mostro di concretezza e di solidità difensiva tale da far scatenare i commentatori rimasti agli anni '50, quelli cioè che si sorprendono di trovare difensori brasiliani di grandissimo livello (Nilton e Djalma Santos dovevano essere europei travestiti, sicuramente italiani) e che infliggono al povero telespettatore commenti come "questo non è il Brasile narciso di Zico" o "Dunga ha imparato come si allena giocando in Serie A" (in tal senso si segnala la perla del sempre lucido Bartoletti, che oggi pomeriggo sosteneva, riuscendo anche a rimanere serio, che l'Italia ha formato tutti i migliori ct del Mondiale...se non ci infilano il nostro campionato stanno male). Tornando a parlare di cose serie, il Cile di stasera ha deluso proprio come i sudcoreani, anche se a parziale giustificazione di Bielsa ci sono le cattive condizioni fisiche del Chupete Suazo, i cui gol sono troppo importanti per questa squadra; il 3-3-1-3 sarà anche esteticamente molto bello, ma se non c'è chi finalizza i ghirigori ricamati dai movimenti perfetti sul terreno di gioco sono dolori. Il Brasile infatti, pur rimanendo ampiamente sotto come possesso palla nella prima mezz'ora, in pratica non ha rischiato mai, ha fatto sfogare gli uomini di Bielsa e li ha poi messi ko con una doppia mazzata nel giro di 4 minuti, sfruttando i due maggiori difetti del sistema cileno: la mancanza di centimetri e la solitudine in cui spesso vengono lasciati i tre difensori. La partita è finita lì, il resto è stato pura accademia con il risultato mai in bilico. Cile altro bluff? El Loco ha fatto giocare un buon calcio ai suoi, ma una squadra che alla prova del nove non ha mai impensierito i rivali ed è andata irrimediabilmente sotto alle prime accelerazioni forse non era tutto questo granché. Ah, qualcuno dica a Kakà che il Mondiale è iniziato e che queste non sono le partitelle del mercoledì pomeriggio, grazie.

EDOARDO MOLINELLI

venerdì 25 giugno 2010

Portogallo-Brasile 0-0


PORTOGALLO (4-1-4-1): Eduardo; Ricardo Costa, Ricardo Carvalho, Bruno Alves, Fabio Coentrao; Pepe (dal 19' s.t. Pedro Mendes); Duda (dal 9' s.t. Simao), Tiago, Raul Meireles (dal 39' s..t Veloso), Danny; Cristiano Ronaldo. (3 Paulo Ferreira, 4 Rolando, 9 Liedson, 12 Beto, 13 Miguel, 18 Hugo Almeida, 22 Daniel Fernandes). All. Queiroz.

BRASILE (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Michel Bastos; Gilberto Silva, Felipe Melo (dal 44' p.t. Josuè); Dani Alves, Julio Baptista (dal 37' s.t. Ramires), Nilmar; Luis Fabiano (dal 40' s..t Grafite). (11 Robinho, 12 Gomes, 14 Luisao, 15 Thiago Silva, 16 Gilberto, 20 Kleberson, 22 Doni). All. Dunga.

ARBITRO: Archundia (Messico).

NOTE: Angoli 7-4 per il Brasile. Recupero: 1' e 5'. Ammoniti: Luis Fabiano, Fabio Coentrao, Pepe, Felipe Melo per gioco scorretto, Juan e Tiago per comportamento antiregolamentare, Duda per proteste. Spettatori: 62.760.

Almeno un'ora di partita vera, calcioni inclusi, poi il pareggio ha accontentato tutti, e ottavi di finale per entrambe le squadre. Queiroz prova un sitema di gioco di contentimento e ripartenza con Cristiano ronldo centravanti e Danny e Duda(!) in appoggio sui lati. Molta attenzione in mezzo, con Pepe al ritorno davanti alla difesa (che propone Ricardo Costa a destra, e siamo al terzo terzino in quella zona in tre partite), manca forse un po' di personalità nel ripartire ma la strada è quella giusta, specie con l'orizzonte che dice Spagna. Ancora benissimo Fabio Coentrao terzino sinistro: oh ma questo fino all'annoscorso ha sempre fatto l'ala sinistra (applausi soprattutto a Jorge Jesus, che l'ha trasformato)! Dunga fa un po' di turnover, prova Julio Baptista e Nilmar (anche lui bel sottovalutato), prova a vincere con le solite armi ma un punto va ben istess: attento quando vede sopra le righe Felipe Melo, e lo cambia proma di un eventuale rosso.

CARLO PIZZIGONI

domenica 20 giugno 2010

Brasile-Costa d'Avorio 3-1: Luis Fabiano (B) al 25’ p.t. e al 6’ s.t., Elano (B) al 16’, Drogba (C) al 34’ s.t.



BRASILE (4-2-3-1) Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Bastos; Gilberto Silva, Felipe Melo; Elano (dal 21’ s.t. Diego Alves), Kakà, Robinho (dal 47’ s.t. Ramires); Luis Fabiano.(Gomes, Doni, Dani Alves, Thiago Silva, Gilberto, Luisao, Kleberson, Josué, Nilmar, Grafite, Julio Baptista). All. Dunga.

COSTA D’AVORIO (4-3-2-1) Barry; Demel, Kolo Touré, Zokora, Tiene; Eboué (dal 25’ s.t. Romaric), Yaya Touré, Tiote; Dindane (dal 10’ s.t. Gervinho), Kalou (dal 21’ s.t. Keita); Drogba. (Zogbo, Yeboà, Angoua, Gohouri, Doumbia, Gosso, Kone) All. Eriksson.

ARBITRO: Lannoy (Francia)

NOTE Espulso Kakà al 42’ s.t. per doppia ammonizione. Ammoniti Tiene, Tiote e Keita per gioco falloso. Spettatori 84.455. Recuperi: primo tempo 1’; secondo tempo 3’.

Ennesima prova di solidità del Brasile di Dunga. La Seleçao mantiene un controllo emotivo prima che tecnico sulla partita, non va mai in difficoltà e ha la pazienza e la virtù di trovare con semplicità i gol. Non sempre riesce a essere compatto, specie quando è ancora col risultato in bilico si spezza più volte in due tronconi ma è una situazione altamente accettabile se i sei giocatori difendenti sono della qualità dei brasiliani (è poi chiaro che per attaccare una difesa chiusa si deve correre il rischio della transizione non sempre in superiorità numerica). Non ha la qualità della Spagna ma ad ora ha mostrato maggiore solidità rispetto alle concorrenti per il titolo finale.

Dopo la discreta prova dell'esordio il Grande Comitato che gestisce la Costa d'Avorio (non penserete sia Eriksson a "fare la formazione"?) ripropone ancora Aruna Dindane dall'inizio e curiosamente Gervinho in panchina. Non è comunque solo una questione di uomini, gli ivoriani attuano sì una buona prova difensiva ma, una volta sotto, non ripartono con la necessaria convinzione pur avendone tutti i mezzi. Drogba è ampiamente limitato dal tutore al braccio ed è commovente anche solo la sua presenza, e anche il suo gol, che si spera possa servire almeno per la differenza, sempre che l'ultima gara tra Brasile e Portogallo sia vera.

CARLO PIZZIGONI

martedì 15 giugno 2010

Brasile-Corea del Nord 2-1: Maicon 10' s.t. (B); Elano 27' s.t. (B); Ji Yun-nam 44' s.t. (C).



BRASILE (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Juan, Bastos; Gilberto Silva, Felipe Melo (39'st Ramires); Elano (27'st Dani Alves), Kakà (33'st Nilmar), Robinho; Luis Fabiano. (Doni, Luisao, Thiago Silva, Josuè, Baptista, Kleberson, Grafite). All. Dunga.

COREA DEL NORD (5-3-1-1): Ri Myong Guk; Cha Jong Hyok, Nam Song Chol, Pak Chol Jin, Ri Kwang Chon, Ji Yun Nam; Mun In Guk (35'st Kum Il sv), An Yong Hak, Pak Nam Chol; Hong Yong Jo; Jong Tae Se. (Kum Chol, Nam Chol II, Song Chol, Myong Gil, Chol Myong, Kwang Hyok, Yong Jun, Chol Hyok, Myong Wong, Kyong Il, Sung Hyok). All. Kim Jong Hun

ARBITRO: Kassai (Hun).

NOTE: serata fredda, terreno in buone condizioni, spettatori 65.000. Ammonito Ramires (B). Angoli: 7-3 per il Brasile. Recupero: 0'pt, 2'st.

Burocratico Brasile in una partita affrontata con estrema sufficienza e vinta col minimo sforzo. Sul piano dell’immagine, una partita con la Corea del Nord è quanto di peggio tu possa affrontare. Se vinci, allora è perché era troppo facile, ma ogni minuto di più che passi senza fare gol diventa una vergogna, uno scandalo, un’offesa alla memoria storica della Seleção e blablabla.
Direi perciò di andarci molto piano con i giudizi sul Brasile dopo questa gara: la nazionale di Dunga non è costruita per questo tipo di partite, è una squadra che intende essere difficile da battere più che facile alla vittoria spettacolare. Solo l’immaginario da cartolina che tradizionalmente (in maniera comprensibile ma già da un po’ di tempo fuorviante) accompagna il calcio verdeoro può nascondere questo fatto oggettivo.

La Corea del Nord come da copione ha proposto il suo ultra-mega-iper-difensivo 5-3-1-1, quasi una difesa a sei perché An Yong-Hak non si muove dalla sua zolla davanti alla difesa nemmeno con le cannonate (anche se sarebbe meglio non usarle certe espressioni parlando della Corea del Nord).
Tra lo sconcerto generale, gli asiatici passano il primo tempo senza soffrire minimamente. Con il centrocampo avversario che è più vicino al rombo che altro, il Brasile ha assicurati solo i passaggi laterali verso Maicon e Bastos. Lì può cominciare l’azione con relativa tranquillità, ma non avanza mai perché i due terzini son costretti a portare palla, in assenza di movimento e di sovrapposizioni. Circolazione troppo lenta e svogliatezza generale decisamente irritante.
Non subisce occasioni pericolose la Corea del Nord, e può anche rilanciare e alleggerire la pressione di quando in quando, coi giocatori molto vicini, pochissimi dediti alla fase offensiva, ma comunque sempre corti e pronti a riprendere le giuste posizioni difensive a palla persa. Transizioni efficaci fra le due fasi, come già Corea del Sud e Giappone, a conferma dello spessore tattico del calcio estremo-orientale (pur nell’estrema diversità fra le tre squadre). In transizione offensiva vitale è l’unica punta e il miglior giocatore della squadra, l’emozionatissimo Jong Tae-se (lacrime durante l’inno). Un toro, potente in corsa ma anche bravo tecnicamente e intelligente: sa difendere palla e far salire i compagni, sa distendere la squadra in avanti cercandosi gli spazi fra terzino e centrale avversario, anche se poi le opzioni per finalizzare son sempre risicatissime, è solo contro il mondo.
Ciò detto, al Brasile basta una piccola spinta sull’acceleratore per risolvere la cosa: Maicon sul pallone ci arriva in corsa, ecco la differenza, perchè i passaggi sono un po’ più rapidi nel raggiungere il lato debole del sistema difensivo nordcoreano. Errore del portiere, vero, ma comunque ci vogliono intuito e personalità per tirare fuori questi gol.
I buoi scappano dalla stalla ed Elano arrotonda su grande assist di un Robinho positivo anche nelle fasi più insopportabili della propria squadra, diversamente da un Kaká ancora privo della scintilla, come in tutta la sua ultima stagione. Bene anche Bastos, mentre il pari ruolo coreano, Ji Yun-nam, firma il gol dell’onore (molto onore) nordcoreano. Chissà che il loro mondiale non possa riservarci qualche altra sorpresa: fargli gol non sarà facile nemmeno per Portogallo e Costa d’Avorio.

VALENTINO TOLA

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Qualche anno fa, dopo la clamorosa - ed immeritata - eliminazione dell'Italia contro i sudcoreani al mondiale asiatico, iniziò a girare una barzelletta in cui Totti motivava così la suddetta eliminazione: «Abbiamo perso perché loro... coréano troppo». Che la battuta vi faccia ridere o meno, poco importa: ciò che conta, è che siamo di fronte alla verità. Questi coreani, del Sud o del Nord, corono davvero tanto, troppo anche per il Brasile «europeo» di Dunga.
Nonostante una partenza frizzante, pensata per chiudere l'incontro il prima possibile e limitarsi poi alla gestione di risultato ed energie, la Seleção si trova a dover fare i conti con l'arcigna difesa predisposta dal commissario tecnico nordcoreano Kim Jong-Hun: cinque difensori in linea, poi centrocampo a rombo compatto e posto a pochissimi metri di distanza dalla terza linea per non concedere spazio tra le linee ai blasonatissimi avversari. La banda di Dunga soffre parecchio, ritrovandosi costretta ad una pittoresca ma poco utile serie di tocchi di prima sulla trequarti campo: oltre non si passa, ed a poco valgono gli avanzamenti di Maicon e Bastos, in costante proiezione offensiva. Che i trequartisti si scambino la posizione poco importa, visto il pronto raddoppio sul portatore di palla effettuato dagli indiavolati avversari, spesso in grado di portare anche tre uomini sul Kaká di turno.
Per sbloccare il risultato occorrono al Brasile qualcosa come 55', un'enormità vista la differenza che intercorre tra le due squadre sulla carta, ma non sul campo. A sbrogliare l'intricatissima matassa difensiva nordcoreana ci pensa Maicon, che prende d'infilata la retroguardia (come in occasione del raddoppio di Elano, contrassegnato da un gran pallone di Robinho) e buca Ri Myong-Guk sul primo palo. Dunga, intanto, si toglie il capriccio di testare una sfiziosa catena di destra composta da Maicon e Daniel Alves (più avanti il terzino del Barça). Nel finale c'è gloria per Ji Yun-Nam e la Corea del Nord tutta, perché il «nonno» del gruppo con i suoi 33 anni suonati s'infila nell'area brasiliana e supera Julio Cesar: applausi.
Di indicazioni da questa partita non mi pare se ne possano ricavare molte: la Corea del Nord è una squadra ben disposta tatticamente cui sei mesi di preparazione dedicata esclusivamente al Mondiale hanno fatto bene, e che magari riuscirà anche a togliersi qualche altra soddisfazione contro Portogallo e Costa d'Avorio, ma di un eventuale passaggio del turno non mi pare si possa parlare nemmeno in tono ironico. Nulla di nuovo sotto il sole verdeoro, con il consueto pragmatismo (sì, ma solo da quando in panchina siede Dunga) in bella mostra, anche se l'ostacolo non era certo dei più adatti per verificare l'effettiva competitività della Seleção meno brasiliana della storia.

ANTONIO GIUSTO