SUDAFRICA (4-4-1-1): Khune; Gaxa, Khumalo, Mokoena, Thwala (dal 1' s.t. Masilela); Modise, Letsholonyane, Dikgacoi, Tshabalala; Pienaar (dal 38' s.t. Parker); Mphela. (Josephs, Walters, Ngconca, Sibaya, Davids, Booth, Nomvethe, Moriri, Sangweni, Khuboni). All: Parreira.
MESSICO (4-3-3): Perez; Aguilar (dal 12' s.t. Guardado), Rodriguez, Osorio, Salcido; Juarez, Marquez, Torrado; Giovani, Franco (dal 28' s.t. Hernandez), Vela (dal 24' s.t. Blanco). (Ochoa, Michel, Barrera, Castro, Moreno, Magallon, Torres, Bautista, Medina). All: Aguirre.
ARBITRO: Irmatov (Uzbekistan).
NOTE: spettatori 94mila circa. Ammoniti: Juarez, Torrado, Dikgacoi, Masilela. Angoli: 4-5. Recupero: 1' p.t.; 3' s.t.
Messico rimandato, Sudafrica onestamente al massimo delle sue possibilità.
Il primo tempo conferma un Messico assai interessante per la flessibilità e la ricchezza di soluzioni tattiche. Parte con una teorica difesa a 4, con Márquez davanti alla stessa, ma in fase di possesso il blaugrana arretra sulla stessa linea di Osorio e Maza Rodríguez, la linea si “stira” per sfruttare il campo in tutta la sua ampiezza (soluzione caratteristica già all’epoca di Lavolpe, e saggiamente scopiazzata da Guardiola al Barça), per garantire al pallone un’uscita sicura dalle retrovie contro i due attaccanti avversari e per consentire ai teorici terzini di alzare la loro posizione fino a diventare ali, soprattutto nel caso dell’ultra-offensivo Aguilar a destra. In questo gioco di continui slittamenti, le teoriche ali diventano invece seconde punte a tutti gli effetti, avendo spazio per convergere al centro. Un sistema che permette di creare superiorità sulle fasce con due e in alcuni momenti anche tre giocatori in sovrapposizione, ma senza per questo perdere densità nel mezzo, perché Márquez in corso d’opera si aggiunge alla mediana e perché anche Osorio e Maza sanno portare palla fino ad attirare e mettere in minoranza i centrocampisti centrali sudafricani, che sulla carta hanno la parità con Torrado e Efraín Juárez, ma in realtà vengono presi in mezzo non solo dalle citate avanzate dei difensori, ma anche dagli spostamenti tra le linee di Vela e soprattutto Giovanni dos Santos (male il giocatore dell’Arsenal, brillante invece il secondo).
Il Messico può soffrire parecchio se gli imponi ritmi alti nella sua metacampo, ma il Sudafrica del primo tempo è narcotizzato: forse un po’ bloccati dall’emozione, i padroni di casa commettono comunque l’errore di non contestare i primi passaggi ai difensori messicani, ed escono da questa condotta passiva solo con spunti isolati. Modise-Pienaar-Tshabalala, il trio di mezzepunte, opera solo tramite azioni individuali, e non con quella densità di palleggio che permetterebbe a tutta la squadra di distendersi. Gli stessi terzini Gaxa e Thwala restano eccessivamente bloccati. Il Messico ai punti meriterebbe il vantaggio, ma pecca di cattiveria e d’imprecisione sottoporta, non una novità.
Tutt’altra storia la ripresa. Il Sudafrica trova la prima azione corale convincente e va in gol: un contropiede che prende d’infilata la difesa messicana, preparato benissimo dall’appoggio di Mphela al centrocampo, con la profondità di Lethsholonyane e lo scatto di Tshabalala che toglie la ragnatela dall’incrocio con un magnifico sinistro. Dopo lo svantaggio il Messico gioca in maniera francamente pessima. C’è anche Aguirre che pasticcia un po’: Guardado entra per Aguilar ma rimane centrale, a destra ci vanno un po’ Juárez un po’ Osorio un po’nessuno, così il Messico rinuncia a quelle catene sulle fasce alla base del suo sistema, e mette sin troppa improvvisazione nei propri tentativi. Qualche rifinitura di classe Blanco (entrato per Vela) la offre, ma è tale il disordine che le palle perse a centrocampo permettono a un Sudafrica ringalluzzito di legittimare il vantaggio con più di un contropiede (ci starebbe anche un rigore su Modise), sfruttando la differenza di passo fra i suoi attaccanti e i difensori messicani, in difficoltà in campo aperto e nemmeno troppo puntuali nei ripiegamenti. Il Messico può quindi ringraziare sentitamente per aver trovato l’episodio (clamorosa ingenuità della linea difensiva sudafricana) che gli ha permesso di riacciuffare la gara, oltre che per il palo sul quale si è infranta la conclusione a botta sicura di Mphela nei minuti finali.
VALENTINO TOLA~
Termina 1-1 la gara inaugurale del Mondiale 2010: un risultato nel complesso giusto, che premia la buona e per certi versi inaspettata prova offerta dai Bafana Bafana nella ripresa e che punisce un Messico apparso poco concreto ed eccessivamente lezioso in diversi frangenti.
Parte fortissimo il Messico nella prima frazione di gioco e bastano pochi minuti per apprezzare le qualità della “Tri”: manovra ariosa ed estremamente interessante, 4-3-3 flessibile (grazie all’adattabilità degli elementi scelti dal tecnico Javier Aguirre) di chiara ispirazione blaugrana. Tatticamente si dispone proprio come il Barcelona di Guardiola e come lo Zenit di Advocaat del 2008, con il centrocampista difensivo (Marquez nel Messico, S. Busquets/Yaya Tourè nei blaugrana e Tymoschuk nei Meshki) che in fase di possesso si abbassa e va a fare praticamente il centrale in una difesa tre, con i due centrali di ruolo (Osorio e Maza Rodríguez) che si allargano e permettono ai due terzini - entrambi parecchio propositivi - di avanzare e di spingere con continuità, giocando praticamente come ali aggiunte. Tutto ciò è reso possibile ai laterali bassi perchè davanti a loro trovano spazio grazie al movimento continuo dei due giocatori più talentuosi della rosa, i giovani (non ancora esplosi) Giovani dos Santos e Carlos Vela, che si interscambiano spesso di posizione e che in generale non danno punti di riferimento. Il talento di questi ultimi due è fuori discussione, ma ancora una volta hanno dimostrato di peccare in fase realizzativa e di andare troppo ad intermittenza (se l’ex Barcelona è stato il più pericoloso dei suoi, non si può dire lo stesso del talentino dell’Arsenal, del quale si ricorda solo un bel suggerimento per Guille Franco). A proposito del centravanti argentino naturalizzato messicano: non viene da una stagione esaltante e non è di certo apparso come il miglior terminale offensivo per una squadra del genere, ma Aguirre – viste le (presunte?) qualità dell’ex Villareal nel gioco di sponda e nel far salire la squadra, l’ha ritenuto più adatto rispetto all'emergente Chicharito Hernandez (neo-acquisto del Manchester United), che ha dato l’impressione di essere principalmente un finalizzatore che partecipa poco alla manovra. Franco che ha peraltro sciupato le occasioni più ghiotte create da un Messico che, nonostante abbia dominato in lungo ed in largo nel corso della prima frazione di gioco, non solo non è riuscito a passare in vantaggio, ma ha rischiato in più di una circostanza di essere infilato in contropiede. Proprio questo è un tema che si è riproposto più volte all’interno del match, con i messicani sbilanciati in avanti ed i sudafricani abili ad inserirsi negli spazi poco coperti dagli avversari.
Contratto, visibilmente e comprensibilmente emozionato per l’appuntamento storico nella prima parte del primo tempo, il Sudafrica è cresciuto ed ha acquisito fiducia con il passare dei minuti, creando qualche pericolo proveniente dalle fasce laterali, grazie alla spinta di Gaxa (buoni i suoi inserimenti, favoriti dall’inesistente copertura offerta da Vela) sulla destra e di Tshabalala (che ricorda non poco il giamaicano Gardner del Bolton) sulla corsia opposta. Una nazionale conscia dei propri limiti (quasi sempre saltato il centrocampo, povero tecnicamente) e piuttosto “spuntata” (Mphela è un attaccante di movimento, un contropiedista, non il massimo quindi per far guadagnare metri preziosi ai compagni).
Nella ripresa la musica cambia radicalmente: calato il Messico, i padroni di casa – grazie anche agli accorgimenti tattici di Carlos Alberto Perreira (che con l’inserimento di Masilela ottiene ulteriore spinta sulle fasce e concede meno sbocchi ai giocatori in maglia bianca) ed alla crescita di un giocatore importante come Modise – ripartono velocissimi ed è proprio così che nasce il gol che fa esplodere lo scatenato pubblico di Johannesburg: Mphela questa volta è bravissimo a giocare di sponda, Lethsholonyane dimostra di avere una visione di gioco imprevista lanciando perfettamente in porta l’ottimo Tshabalala, bravissimo a fulminare il 37enne Óscar Pérez (apparso, francamente, impresentabile; non era meglio Ochoa?) con un sinistro che termina addirittura sotto l’incrocio. Deludente, estramemente deludente e poco convinta la reazione di dos Santos (l’unico a provarci) e compagni, che anzi più volte rischiano di subire il raddoppio. Qualcosa migliora con l’ingresso in campo di Guardado (che comporta lo spostamento del duttile Juárez, che ha destato una buona impressione per via del suo dinamismo, sulla fascia destra) e – perché no – del grande Blanco (ancor più appesantito di come ce lo ricordavamo, ma che quattro calci ad un pallone li sa ancora tirare), ma il gol del pari arriva soltanto grazie ad un’ingenuità tipicamente africana (attuazione della tattica del fuorigioco completamente errata), che permette a Márquez di insaccare comodamente da pochi passi. Nel finale Mphela, riuscito incredibilmente a sfuggire ai due centrali difensivi avversari (bravi ad impostare l’azione, ma terribilmente sofferenti in campo aperto), fa rimanere in gola l’urlo del Johannesburg Soccer City Stadium, che può ritenersi comunque soddisfatto per la buona prestazione offerta dai propri beniamini.
ALBERTO FARINONE