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martedì 22 giugno 2010

Francia-Sudafrica 1-2: Khumalo 20' (S); Mphela 35' (S); Malouda 70' (F).



FRANCIA (4-4-2): Lloris; Sagna, Gallas, Squillaci, Clichy; Diarra (dal 36' s.t. Govou), Diaby, Gourcouff, Ribery; Gignac (dal 1' s.t. Malouda), Cissé (dal 9' s.t. Henry).

SUDAFRICA (4-4-2): Josehps; Ngcongca (dal 9' s.t. Gaxa), Mokoena, Khumalo, Masilela; Pienaar, Sibaya, Khuboni (dal 32' s.t. Modise), Tshabalala; Mphela, Parker (dal 22' s.t. Nomvethe).

ARBITRO: Óscar Ruiz (Colombia).

NOTE: Spettatori 39.415. Ammonito Diaby, espulso Gourcouff al 25' p.t. per gioco violento.

Tutto è perduto, anche l'onore. Non sarebbe bastata una vittoria sul Sudafrica per poter tornare in patria consapevoli di aver fatto tutto il possibile per passare il turno, ma di certo questa inguardabile Francia non ha nemmeno provato a salvare la faccia sua e del suo tecnico, uno dei più controversi della recente storia del calcio. Con l'inglorioso 1-2 di Blomfontein si chiude dunque l'era-Domenech, caratterizzata da zero successi, infinite polemiche, una sovraesposizione mediatica con pochi eguali nel football e un bilancio indegno dei galletti nelle ultime due grandi manifestazioni a cui hanno partecipato, Euro 2008 e Mondiali 2010.
Per l'ultima partita del girone, da vincere ampiamente sperando che tra Messico e Uruguay sia partita vera, il brizzolato Raymond decide la linea dell'epurazione: fuori Anelka, che lo aveva pesantemente insultato nell'intervallo della gara col Messico, Abidal, Evra (che paga la sua difesa del centravanti del Chelsea), Malouda, Govou e lo squalificato Toulalan, l'undici titolare viene rivoluzionato con gli innesti di Squillaci, Clichy, Diarra, Gignac, Cissé e Gourcuff. I transalpini partono anche benino, sembrano avere più idee del solito e attaccano con continuità e maggor fantasia, tuttavia palesano le solite distanze sballate tra difesa e centrocampo e commettono il peccato mortale di fallire due occasioni chiare con Gignac (è tanto più forte di Benzema?) e Cissé; al contrario, un Sudafrica ordinato e al solito tecnicamente imbarazzante ha il pregio di passare alla prima palla utile: corner di Tshabalala, uscita a vuoto di Lloris e gol di Khumalo di spalla, o forse braccio. La vera mazzata per i francesi arriva però dopo cinque minuti con l'espulsione inventata di Gourcuff, che alza appena il gomito saltando con Sibaya e corona un Mondiale pessimo con un rosso che non meritava assolutamente. La partita dei blues finisce qui: quando non c'è spirito di squadra e l'allenatore in panchina non sa che pesci pigliare è normale squagliarsi alle prime difficoltà, e anche stavolta i transalpini escono mentalmente dal match non appena la partita prende la piega sbagliata. Tra i reparti dei fancesi si aprono voragini clamorose nelle quali i sudafricani si gettano a capofitto, e va da sé che in un contesto del genere anche Mphela può sembrare un attaccante di caratura internazionale. Con spazi enormi sguarniti e decine di metri davanti a loro i padroni di casa salgono in cattedra, segnano il 2-0 e cominciano a collezionare una serie di palle-gol che leggitima le loro aspirazioni di goleada (con un 4-0 e la contemporanea sconfitta del Messico passebbero il turno). Lloris ci mette più di una volta una pezza e quando non ci arriva c'è il palo ad aiutarlo; col passare dei minuti, tuttavia, l'ardore degli africani si spegne e la stanchezza regala alla Francia la possibilità del contropiede, sfruttata alla perfezione da Ribery (assis) e Malouda (gol a porta vuota) al 70'. Il gol della bandiera francese serve solo a mettere la parola fine anche sul mondiale del Sudafrica, che esce al primo turno come mai era accaduto in passato alle nazioni ospitanti. E' comunque un'uscita a testa alta quella dei Bafana Bafana, mentre la figura barbina dei vicecampioni del mondo viene perfettamente riassunta al fischio finale da Domenech, che rifiuta per imprecisati motivi di stringere la mano a Parreira. Arroganza e maleducazione fino all'ultimo, ma stavolta non c'è una testata a cui appellarsi per tentare di spiegare un'eliminazione vergognosa.

EDOARDO MOLINELLI

mercoledì 16 giugno 2010

Sudafrica-Uruguay 0-3: 24' Forlan 80' rigore Forlan 94' A. Pereira



SUDAFRICA (4-4-1-1): Khune; Gaxa, Mokoena, Khumalo, Masilela; Modise, Letsholonyane (Moriri dall'11' s.t.), Dikgacoi, Tshabalala; Pienaar (dal 33' s.t. Josephs); Mphela. (Ngcongca, Sibaya, Booth, Thwala, Davids, Parker, Nomvethe, Sangweni, Khuboni, Walters). All. Parreira.

URUGUAY (4-3-1-2): Muslera; M.Perreira, Lugano, Godin, Fucile (dal 25' s. t. Fernandez); Arevalo, Perez (dal 46' s.t. Gargano), A.Pereira; Forlan; Suarez, Cavani (dal 44' s.t. S.Fernandez sv). (Castillo, Caceres, Victorino, Eguren, Abreu, Gonzalez, Scotti, Silva). All. Tabarez.

ARBITRO: Busacca (Svizzera).

NOTE: spettatori. Espulso Khune al 31' s.t. per gioco scorretto; ammoniti Pienaar per comportamento non regolamentare, Dikgacoi per gioco scorretto. Angoli 3-4. Recuperi: 0 p.t., 5' s.t.

Non è bastato al Sudafrica il baccano infernale delle tanto temute vuvuzelas ed uno stadio intero pronto ad incitare i propri beniamini: i Bafana Bafana, mai in partita, sono infatti malamente caduti contro i più organizzati e dotati avversari uruguyani, tornati a vincere in una Fase Finale di un Mondiale dopo ben 20 anni (!).
Un successo netto e mai in discussione per la Celeste, che nell'arco dei 90' ha fatto valere la propria superiorità in ogni zona del campo, mostrando finalmente anche una più che discreta qualità: avevamo già intuito che fosse una formazione compatta dopo aver assistito al pareggio (da sbadigli) a reti bianche contro la Francia, ma ora abbiamo avuto la prova che è in grado anche di fare gioco, grazie soprattutto a questo nuovo modulo che permette di schierare in avanti i tre suoi assi offensivi, Diego Forlán, Luis Suárez ed Edinson Cavani.
Se l'Uruguay ha disputato una partita tatticamente magistrale, grande merito va all'allenatore, Oscar Washington Tabárez, contestato da una parte della critica per l'atteggiamento eccessivamente ostruzionistico assunto nel match d'esordio, ma che ha avuto - come detto - il coraggio di cambiare il modulo e di passare ad un 4-3-3 che poteva sembrare al contrario quasi spregiudicato. Così però non è stato, perchè i giocatori oggi in maglia bianca si sono tutti recioprocamente aiutati, sacrificandosi in copertura e non concedendo alcuno spazio ai sudafricani: umili e precisi dietro, compatti in mezzo, letali davanti, con la capacità di partecipare tutti (a turno) in maniera totale alle fasi attiva e passiva della squadra. Da Lugano (incredibilmente, viste le sue medie, non ammonito!) e Godín, infallibili nei loro interventi difensivi, fino ai due tignosi mediani Arévalo e Diego Pérez (è già la seconda ottima partita consecutiva che gioca il centrocampista del Monaco), per arrivare al trio di attaccanti (Forlán assoluto mattatore, Suárez in crescita dopo il flop dell'esordio, impreciso ma assai volenteroso Cavani).
Il Sud Africa, inizialmente, ci ha quantomeno provato: è stato ordinato, ma di fronte ad una squadra così superiore dal punto di vista tattico-organizzativo, non ha saputo opporsi. Sfortunatamente per gli africani, inoltre, la squadra più organizzata era anche quella che poteva schierare dei campioni: risultato dunque inevitabile.
Apre Forlan con un tiro eccezionale, aiutato da una deviazione amica; nella ripresa la Celeste amministra il vantaggio, sfiora il secondo gol diverse volte e poi lo trova con un dubbio rigore procurato da Suárez e trasformato da Forlán. L'incontro, a senso unico, è di fatto finito lì, il terzo gol è un premio per la corsa e l'abnegazione di Pereira.

ALBERTO FARINONE

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Due giorni fa Mondonico su Sportitalia ha detto una cosa molto interessante riguardante l’Italia. La nostra nazionale non può giocare con l’attacco 3-1 perché dietro quella prima punta sempre marcata c’è bisogno di 3 fenomeni che sappiano fare la doppia fase e abbiano i piedi per servire la punta e andare direttamente al tiro. In pratica se hai Eto’o-Sneijder-Balotelli è un discorso, se proponi Pepe-Marchisio-Iaquinta è tutto diverso. Ma a ben vedere questo discorso è valido per tutte le squadre ed è il vero motivo della pochezza spettacolare di tutte le partite mondiali fino ad oggi. L’attacco 3-1 composto da calciatori medi porta con sé una conseguenza evidente: la punta non ha mai un pallone giocabile fronte alla porta, gli esterni si abbassano troppo perché non sono capaci di infastidire il terzino che si spinge in avanti, la mezzapunta galleggia in un territorio di nessuno, guardato a vista da un centrale difensivo e da un mediano. Messa così, si arriva al blocco totale, come è avvenuto in tutte le partite.
La prima boccata d’aria l’ha portata il Maestro Tabarez, che ha cambiato faccia all’Uruguay, presentatosi all’esordio con un 4-4-2 e un Forlan che si abbassava molto e trasformava l’assetto in un 4-4-1-1 (variabile ancora più difensiva del 4-2-3-1), in 4-3-1-2, usando il buon vecchio “attacco triangolo” (siamo sempre sotto effetto finale NBA) e avendo ragione di un Sudafrica quasi impresentabile.
Grazie alla mobilità e all’intelligenza tattica di Forlan, Cavani e Suarez, l’attacco 1-2 dell’Uruguay era molto mobile, con il triangolo 1-2 che si formava e riformava a seconda dei movimenti della palla, ridefinendo poi un 2-1 quando il Sudafrica ripartiva. In questo modo l’Uruguay ha totalmente dominato la partita ed ha fatto vedere un calcio pericoloso in fase di possesso palla e accorto in quella di non possesso. Il Maestro, che nell’ultima partita vinta dall’Uruguay ai mondiali schierava Francescoli dietro Sergio Martinez e Ruben Sosa, è ripartito dal 1990 per vincere e ipotecare il passaggio del turno.

JVAN SICA

venerdì 11 giugno 2010

Sudafrica - Messico 1-1: 55' Tshabalala; 79' R. Márquez.



SUDAFRICA (4-4-1-1): Khune; Gaxa, Khumalo, Mokoena, Thwala (dal 1' s.t. Masilela); Modise, Letsholonyane, Dikgacoi, Tshabalala; Pienaar (dal 38' s.t. Parker); Mphela. (Josephs, Walters, Ngconca, Sibaya, Davids, Booth, Nomvethe, Moriri, Sangweni, Khuboni). All: Parreira.

MESSICO (4-3-3): Perez; Aguilar (dal 12' s.t. Guardado), Rodriguez, Osorio, Salcido; Juarez, Marquez, Torrado; Giovani, Franco (dal 28' s.t. Hernandez), Vela (dal 24' s.t. Blanco). (Ochoa, Michel, Barrera, Castro, Moreno, Magallon, Torres, Bautista, Medina). All: Aguirre.

ARBITRO: Irmatov (Uzbekistan).

NOTE: spettatori 94mila circa. Ammoniti: Juarez, Torrado, Dikgacoi, Masilela. Angoli: 4-5. Recupero: 1' p.t.; 3' s.t.

Messico rimandato, Sudafrica onestamente al massimo delle sue possibilità.

Il primo tempo conferma un Messico assai interessante per la flessibilità e la ricchezza di soluzioni tattiche. Parte con una teorica difesa a 4, con Márquez davanti alla stessa, ma in fase di possesso il blaugrana arretra sulla stessa linea di Osorio e Maza Rodríguez, la linea si “stira” per sfruttare il campo in tutta la sua ampiezza (soluzione caratteristica già all’epoca di Lavolpe, e saggiamente scopiazzata da Guardiola al Barça), per garantire al pallone un’uscita sicura dalle retrovie contro i due attaccanti avversari e per consentire ai teorici terzini di alzare la loro posizione fino a diventare ali, soprattutto nel caso dell’ultra-offensivo Aguilar a destra. In questo gioco di continui slittamenti, le teoriche ali diventano invece seconde punte a tutti gli effetti, avendo spazio per convergere al centro. Un sistema che permette di creare superiorità sulle fasce con due e in alcuni momenti anche tre giocatori in sovrapposizione, ma senza per questo perdere densità nel mezzo, perché Márquez in corso d’opera si aggiunge alla mediana e perché anche Osorio e Maza sanno portare palla fino ad attirare e mettere in minoranza i centrocampisti centrali sudafricani, che sulla carta hanno la parità con Torrado e Efraín Juárez, ma in realtà vengono presi in mezzo non solo dalle citate avanzate dei difensori, ma anche dagli spostamenti tra le linee di Vela e soprattutto Giovanni dos Santos (male il giocatore dell’Arsenal, brillante invece il secondo).
Il Messico può soffrire parecchio se gli imponi ritmi alti nella sua metacampo, ma il Sudafrica del primo tempo è narcotizzato: forse un po’ bloccati dall’emozione, i padroni di casa commettono comunque l’errore di non contestare i primi passaggi ai difensori messicani, ed escono da questa condotta passiva solo con spunti isolati. Modise-Pienaar-Tshabalala, il trio di mezzepunte, opera solo tramite azioni individuali, e non con quella densità di palleggio che permetterebbe a tutta la squadra di distendersi. Gli stessi terzini Gaxa e Thwala restano eccessivamente bloccati. Il Messico ai punti meriterebbe il vantaggio, ma pecca di cattiveria e d’imprecisione sottoporta, non una novità.

Tutt’altra storia la ripresa. Il Sudafrica trova la prima azione corale convincente e va in gol: un contropiede che prende d’infilata la difesa messicana, preparato benissimo dall’appoggio di Mphela al centrocampo, con la profondità di Lethsholonyane e lo scatto di Tshabalala che toglie la ragnatela dall’incrocio con un magnifico sinistro. Dopo lo svantaggio il Messico gioca in maniera francamente pessima. C’è anche Aguirre che pasticcia un po’: Guardado entra per Aguilar ma rimane centrale, a destra ci vanno un po’ Juárez un po’ Osorio un po’nessuno, così il Messico rinuncia a quelle catene sulle fasce alla base del suo sistema, e mette sin troppa improvvisazione nei propri tentativi. Qualche rifinitura di classe Blanco (entrato per Vela) la offre, ma è tale il disordine che le palle perse a centrocampo permettono a un Sudafrica ringalluzzito di legittimare il vantaggio con più di un contropiede (ci starebbe anche un rigore su Modise), sfruttando la differenza di passo fra i suoi attaccanti e i difensori messicani, in difficoltà in campo aperto e nemmeno troppo puntuali nei ripiegamenti. Il Messico può quindi ringraziare sentitamente per aver trovato l’episodio (clamorosa ingenuità della linea difensiva sudafricana) che gli ha permesso di riacciuffare la gara, oltre che per il palo sul quale si è infranta la conclusione a botta sicura di Mphela nei minuti finali.

VALENTINO TOLA

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Termina 1-1 la gara inaugurale del Mondiale 2010: un risultato nel complesso giusto, che premia la buona e per certi versi inaspettata prova offerta dai Bafana Bafana nella ripresa e che punisce un Messico apparso poco concreto ed eccessivamente lezioso in diversi frangenti.

Parte fortissimo il Messico nella prima frazione di gioco e bastano pochi minuti per apprezzare le qualità della “Tri”: manovra ariosa ed estremamente interessante, 4-3-3 flessibile (grazie all’adattabilità degli elementi scelti dal tecnico Javier Aguirre) di chiara ispirazione blaugrana. Tatticamente si dispone proprio come il Barcelona di Guardiola e come lo Zenit di Advocaat del 2008, con il centrocampista difensivo (Marquez nel Messico, S. Busquets/Yaya Tourè nei blaugrana e Tymoschuk nei Meshki) che in fase di possesso si abbassa e va a fare praticamente il centrale in una difesa tre, con i due centrali di ruolo (Osorio e Maza Rodríguez) che si allargano e permettono ai due terzini - entrambi parecchio propositivi - di avanzare e di spingere con continuità, giocando praticamente come ali aggiunte. Tutto ciò è reso possibile ai laterali bassi perchè davanti a loro trovano spazio grazie al movimento continuo dei due giocatori più talentuosi della rosa, i giovani (non ancora esplosi) Giovani dos Santos e Carlos Vela, che si interscambiano spesso di posizione e che in generale non danno punti di riferimento. Il talento di questi ultimi due è fuori discussione, ma ancora una volta hanno dimostrato di peccare in fase realizzativa e di andare troppo ad intermittenza (se l’ex Barcelona è stato il più pericoloso dei suoi, non si può dire lo stesso del talentino dell’Arsenal, del quale si ricorda solo un bel suggerimento per Guille Franco). A proposito del centravanti argentino naturalizzato messicano: non viene da una stagione esaltante e non è di certo apparso come il miglior terminale offensivo per una squadra del genere, ma Aguirre – viste le (presunte?) qualità dell’ex Villareal nel gioco di sponda e nel far salire la squadra, l’ha ritenuto più adatto rispetto all'emergente Chicharito Hernandez (neo-acquisto del Manchester United), che ha dato l’impressione di essere principalmente un finalizzatore che partecipa poco alla manovra. Franco che ha peraltro sciupato le occasioni più ghiotte create da un Messico che, nonostante abbia dominato in lungo ed in largo nel corso della prima frazione di gioco, non solo non è riuscito a passare in vantaggio, ma ha rischiato in più di una circostanza di essere infilato in contropiede. Proprio questo è un tema che si è riproposto più volte all’interno del match, con i messicani sbilanciati in avanti ed i sudafricani abili ad inserirsi negli spazi poco coperti dagli avversari.
Contratto, visibilmente e comprensibilmente emozionato per l’appuntamento storico nella prima parte del primo tempo, il Sudafrica è cresciuto ed ha acquisito fiducia con il passare dei minuti, creando qualche pericolo proveniente dalle fasce laterali, grazie alla spinta di Gaxa (buoni i suoi inserimenti, favoriti dall’inesistente copertura offerta da Vela) sulla destra e di Tshabalala (che ricorda non poco il giamaicano Gardner del Bolton) sulla corsia opposta. Una nazionale conscia dei propri limiti (quasi sempre saltato il centrocampo, povero tecnicamente) e piuttosto “spuntata” (Mphela è un attaccante di movimento, un contropiedista, non il massimo quindi per far guadagnare metri preziosi ai compagni).
Nella ripresa la musica cambia radicalmente: calato il Messico, i padroni di casa – grazie anche agli accorgimenti tattici di Carlos Alberto Perreira (che con l’inserimento di Masilela ottiene ulteriore spinta sulle fasce e concede meno sbocchi ai giocatori in maglia bianca) ed alla crescita di un giocatore importante come Modise – ripartono velocissimi ed è proprio così che nasce il gol che fa esplodere lo scatenato pubblico di Johannesburg: Mphela questa volta è bravissimo a giocare di sponda, Lethsholonyane dimostra di avere una visione di gioco imprevista lanciando perfettamente in porta l’ottimo Tshabalala, bravissimo a fulminare il 37enne Óscar Pérez (apparso, francamente, impresentabile; non era meglio Ochoa?) con un sinistro che termina addirittura sotto l’incrocio. Deludente, estramemente deludente e poco convinta la reazione di dos Santos (l’unico a provarci) e compagni, che anzi più volte rischiano di subire il raddoppio. Qualcosa migliora con l’ingresso in campo di Guardado (che comporta lo spostamento del duttile Juárez, che ha destato una buona impressione per via del suo dinamismo, sulla fascia destra) e – perché no – del grande Blanco (ancor più appesantito di come ce lo ricordavamo, ma che quattro calci ad un pallone li sa ancora tirare), ma il gol del pari arriva soltanto grazie ad un’ingenuità tipicamente africana (attuazione della tattica del fuorigioco completamente errata), che permette a Márquez di insaccare comodamente da pochi passi. Nel finale Mphela, riuscito incredibilmente a sfuggire ai due centrali difensivi avversari (bravi ad impostare l’azione, ma terribilmente sofferenti in campo aperto), fa rimanere in gola l’urlo del Johannesburg Soccer City Stadium, che può ritenersi comunque soddisfatto per la buona prestazione offerta dai propri beniamini.

ALBERTO FARINONE