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lunedì 28 giugno 2010

Argentina-Messico 3-1: Tévez 26'(A); Higuaín 33'(A); Tévez 52'(A); Hernández 71'(M).


ARGENTINA (4-3-1-2): Romero; Otamendi, Demichelis, Burdisso, Heinze; Maxi Rodriguez (dal 42’ s.t. Pastore), Mascherano, Di Maria (dal 34’ s.t. Gutierrez); Messi; Tevez (dal 24’ s.t. Veron), Higuain. (Pozo, Andujar, Samuel, Clemente Rodriguez, Garce, Bolatti, Palermo, Milito, Aguero). All. Maradona.

MESSICO (4-4-1-1): Perez, Juarez, Osorio, Rodriguez, Salcido; Giovani, Marquez, Torrado, Guardado (dal 16’ s.t. Franco); Bautista (dal 1’ s.t. Barrera); Hernandez. (Ochoa, Michel, Castro, Blanco, Vela, Aguilar, Moreno, Magallon, Torres, Medina). All. Aguirre.

ARBITRO: Rosetti.

NOTE: spettatori 84.377. Ammonito Marquez. Recupero 2’ p.t., 3' s.t.


Se neppure una favolosa Germania può occultare la gravità di un errore come quello del gol-fantasma di Lampard, immaginatevi se un altro svarione, ugualmente grossolano, può essere occultato dall’ennesima partita (di questo passo arrivano in finale…) che non ci ha detto tutta la verità sull’Argentina, mai realmente dominante contro un Messico un po’ sfortunato, un po’ ingenuo (l’errore di Osorio sul 2-0 è imperdonabile, e taglia le gambe) ma di certo gravemente penalizzato dalla mancata segnalazione del fuorigioco di Tévez sul gol che sblocca la partita.

Sempre camaleontico Aguirre: stavolta un 4-4-1-1, dove Juarez fa il terzino destro, Márquez gioca sulla stessa linea di Torrado, Guardado fa chiaramente l’esterno e soprattutto, novità assoluta, Adolfo “el Bofo” Bautista del Chivas Guadalajara si piazza fra le linee a sostegno del Chicharito Hernández, promosso dal primo minuto.
Il Messico controlla, non vuole concedere la profondità agli attaccanti argentini e quindi non difende troppo alto, però si stringe all’altezza del cerchio di centrocampo, chiude le linee di passaggio centralmente e raddoppia sugli esterni. Bofo aiuta parecchio il centrocampo nel pressing, anche se il suo contributo creativo si rivela nullo.
L’Argentina evidenzia quelle difficoltà a far decollare la manovra già intuibili a una lettura della formazione, con quattro difensori bloccati (Otamendi e non Jonás a destra), incapaci di superare la prima linea avversaria, e Mascherano unico riferimento del centrocampo in fase di costruzione (Verón non gioca, Maxi è totalmente estraneo alla cosa), quindi con le caratteristiche di Mascherano… Statica, lenta e leggibile l’Argentina, obbliga perciò Messi a retrocedere tantissimo per prendere questa benedetta palla, ma l’azione di Leo, al di là dei soliti spunti palla al piede, troppo lontano dalla zona calda risulta forzatamente dispersiva.
Non solo non soffre il Messico, ma propone, perché la sua priorità resta il possesso del pallone, anche contro l’Argentina. Vantaggio strategico anche qui: contro il rombo di centrocampo di Maradona (coi tre giocatori offensivi abbastanza tagliati fuori dai ripiegamenti) è facile trovare la superiorità, perché anche quando sulle sovrapposizioni fra Salcido e Guardado Maxi riesce ad aiutare Otamendi, resta comunque libero un giocatore messicano per riiniziare centralmente, e in questo spazio poi i tagli da destra di Giovani dos Santos rappresentano la solita opzione insidiosa.
Con Juarez terzino inutile dal punto di vista offensivo (perché niente più Aguilar dopo l’esordio col Sudafrica?) sulla destra, il Messico carica gran parte del suo gioco offensivo sulla ricchissima fascia sinistra, su Guardado e su un Salcido ancora una volta straordinariamente esuberante, discese a ripetizione, qualità e una sassata da casa sua che quasi abbatte la traversa (il giocatore del PSV sembra aver capito meglio di tutti come si calcia questo Jabulani: uno spettacolo le sue traiettorie che si abbassano all’improvviso), seguita da un altro quasi-gol di Guardado (raffinatissimo esterno a fil di palo dal limite dell’area).
Ma interviene la svolta col gravissimo errore di Rosetti e Ayroldi, che sconcerta ancora di più se si considera che i due si son presi pure il tempo di ripensarci nel mentre che il maxischermo del Soccer City di Johannesburg metteva a nudo lo strafalcione, inducendo lo stesso Javier Aguirre ad allargare le braccia in segno di protesta.
È una botta psicologica tremenda per il Messico, che va nel pallone e regala anche il secondo gol quando Osorio strozza un retropassaggio permettendo a Higuaín di inserirsi e dribblare il portiere con un elegantissimo controllo di suola. È chiaro che per il calcio di controllo paziente del Messico gestire due gol di svantaggio non è come gestire uno 0-0, ed è anche chiaro che l’uno-due scioglie l’Argentina, che si avvicina al gol in un paio di occasioni alla fine del primo tempo.

Una volta che trova l’episodio giusto per sbloccare le gare, va ribadito che le individualità argentine sono di gran lunga le più incontrollabili del torneo. Dal Messichenonsegneràmaiinquestomondiale (è destino che dopo averne dribblato cinque o sei e aver piegato un palo o le mani del portiere trovi sempre il compagno che con un misero tap-in s’iscriverà sui tabellini degli almanacchi consegnando il proprio nome alla storia…) al Tévez che fulmina l’incrocio in uno dei più bei gol visti finora. Il Messico si trova sotto di tre e neanche sa il perché.
A inizio ripresa ci aveva provato comunque Aguirre, togliendo un Bofo trasparente per inserire il dribblomane Barrera all’ala sinistra, passando a un 4-3-3 nel quale Márquez torna alla più classica posizione di unico uomo davanti alla difesa, spalleggiato da Torrado sul centro-destra e Guardado sul centro-sinistra. Il Messico continua a giocare, ma più per dovere che altro. È piuttosto sterile la sua azione: apre il campo ma stancamente si limita a buttare cross dentro, improduttivi perché troppo spesso Hernández rimane l’unica opzione per finalizzare nell’area avversaria.
Così Aguirre avvicina Guille Franco (non proprio Hugo Sánchez) al Chicharito, spostando Barrera a destra. Chicharito ribadisce la sua natura di giocatore non molto partecipe alla manovra ma rapido e velenoso come un serpente australiano dell’interno (altro che Cobra!) man mano che ci si avvicina alla porta. Golazo il suo, Sir Alex si frega le mani.
Solo l’onore per il Messico però, c’è poco tempo e poco da fare perché Maradona, in maniera scontata ma saggia si copre per assicurare il risultato con un 4-4-2 più classico dopo gli ingressi di Verón per Tévez e Jonás Gutiérrez per Di Maria (ancora un po’ spaesato il talento del Benfica).
Sarà la Germania a denudare il Re?

VALENTINO TOLA

martedì 22 giugno 2010

Messico - Uruguay 0-1: 43' L. Suárez.



MESSICO (4-3-3): O. Perez; Osorio, Moreno (dal 12' s.t. Castro), Rodriguez, Salcido; Torrado, Marquez, Guardado (dal 1' s.t. Barrera); Dos Santos, Franco, Blanco (dal 18' s.t. Hernandez). (Aguilar, Ochoa, Magallon, Torres, Bautista, Medina, Michel, Chavez). All. Aguirre.

URUGUAY (4-3-1-2): Muslera; M. Pereira, Lugano, Victorino, Fucile; Arevalo, R.D. Perez, A. Pereira (dal 31' s.t. Scotti); Forlan; Cavani, Suarez (dal 39' s.t. S. Fernandez). (Gargano, Eguren, Castillo, Abreu, Lodeiro, Gonzalez, A. Fernandez, Caceres, Silva, Godin). All. Tabarez.

ARBITRO: Kassai (Ungheria).

NOTE: Spettatori: 44.530. Angoli: 7-6 per l'uruguay. Ammoniti: Fucile, Hernandez, Castro. Recupero: 1'; 3'.


Il tanto temuto (perlomeno in Italia, Paese malfidente per eccellenza, ben abituato a certi imbrogli) "biscotto" non s'è materializzato a Rustenberg, ma non avevamo dubbi a tal proposito. Messico-Uruguay - grazie forse anche alle notizie che arrivavano dall'altra gara che si giocava in contemporanea, Sudafrica-Francia - è stata partita vera, e non poteva essere altrimenti: troppo ghiotta per le due nazionali l'opportunità di arrivare in testa al girone, evitando con ogni probabilità l'Argentina agli Ottavi ed avendo l'occasione di affrontare un avversario alla portata (Corea del Sud, Grecia o Nigeria). All'Uruguay, che partiva con una differenza reti migliore, bastava un pareggio per concludere il girone al primo posto; il Messico era invece costretto ad ottenere i tre punti. Alla fine a prevalere è stata la Celeste: l'ultima nazionale a qualificarsi per Sudafrica 2010 è stata così la prima a conquistare il primato nel proprio girone. Merito del lavoro del santone del calcio uruguaiano, Oscar Washington Tabárez, di un attacco atomico composto da giocatori di primissimo livello come Diego Forlán, Luis Suárez ed Edinson Cavani e di una delle tre difese rimaste ancora imbattute (le altre due sono quelle di Olanda e Portogallo, che hanno giocato però una partita in meno).

Entrambe le compagini partono forte, lanciando un chiaro segnale: nessuna delle due vuole accontentarsi. E ad essere agevolato è lo spettacolo, in particolare nei primi 20' del primo tempo, nel quale la partita poteva prendere qualsiasi direzione. Più Messico che Uruguay, ma l'occasione più nitida capita sui piedi di Suárez, che non sfrutta al meglio un uno contro uno con l'estremo difensore avversario, concludendo di poco a lato da posizione defilata. Il bomber dell'Ajax avrà comunque modo di riscattarsi: è infatti lui - dimenticato dai difensori messicani - a portare in vantaggio i suoi con un preciso colpo di testa su perfetto cross di prima intenzione dalla destra del palermitano Cavani. Disattenta e distratta, come nel secondo tempo della sfida inaugurale contro il Sudafrica, la retroguardia della Trì, che balla pericolosamente per tutti i primi 45'. Ma anche in fase di costruzione il Messico non è brilla particolarmente e non riesce ad esprimersi ai suoi massimi livelli. Blanco, schierato addirittura dall'inizio nonostante non abbia per ovvi motivi i 90' nelle gambe, non butta mai via un pallone, ma rallenta troppa la manovra; Márquez e Torrado risultano essere eccessivamente imprecisi, Franco ancora una volta non all'altezza della situazione, come dimostrano le occasioni da gol malamente sciupate dall'ex centravanti del Villareal. Il migliore è senz'altro Guardado, talento del Depor penalizzato dal modulo scelto da Aguirre (essendo un esterno puro, non sempre riesce a trovare spazio nell'undici titolare), che con uno straordinario sinistro da fuori colpisce la traversa quando il punteggio era fermo sullo 0-0. A sorpresa è proprio il 23enne ad essere sostituito dal vivace Barrera nell'intervallo, ma è ancora l'Uruguay a sfiorare la rete del 2-0, questa volta con un perentorio stacco di testa di capitan Lugano, respinto alla grande da Óscar Pérez. Nella ripresa la gara cala di intensità, il Messico non riesce a reagire nella giusta maniera, con i soli Giovani dos Santos (in realtà poco incisivo questo pomeriggio) ed il subentrato Barrera che cercano di cambiare ritmo. Aguirre getta nella mischia l'invocato Javier Hernández ed inserisce a centrocampo Israel Castro, con Rafa Márquez che scala in difesa al fianco di Francisco Rodríguez, che da due passi si divora un gol già fatto. L'Uruguay bada più che altro a difendersi per poi ripartire, ma riesce senza soffrire più di tanto a portarsi a casa il bottino pieno che ha un solo significato: dopo ben 20 anni, la Selección de fútbol del Uruguay torna ad essere una delle 16 migliori nazionali del globo.

ALBERTO FARINONE

~

Qualcosa scricchiola nel Messico. Qualificazione al sicuro, ma sensazioni meno positive e passo indietro. Non convincono le giravolte di Javier Aguirre nella scelta della formazione.
Contro l’Uruguay un undici simile per uomini e movimenti a quello visto con la Francia. Sempre 4-3-3, ma meno flessibilità rispetto al modello del pre-mondiale e del primo tempo col Sudafrica. Márquez ancora stabilmente davanti alla difesa, non si abbassa più ad inizio manovra, Osorio terzino destro molto più bloccato di Aguilar. C’è la novità Guardado, che da mezzala sinistra dà il meglio essendo al tempo stesso nel vivo del gioco e partner di Salcido nelle sovrapposizioni. Il mancino del Depor gioca un ottimo primo tempo, ma il Messico nel suo complesso non è fluido né particolarmente razionale nell’occupare il campo.
Come con la Francia, Aguirre ha riproposto le tre punte vicinissime, intruppate al centro: aveva funzionato con i transalpini perché questi erano disorganizzati e con la difesa spesso alta subivano le verticalizzazioni a palla scoperta. Tutt’altra cosa l’Uruguay, più denso, più compatto e più basso con la linea difensiva.
A me piace il Messico che sulle fasce propone una catena di due-tre giocatori (terzino+ala+mezzala), da lì allarga le difese, crea superiorità e poi si rende imprevedibile con i tagli dei due esterni offensivi. Ma stavolta Giovani ha giocato subito vicino a Guille Franco, e il terzo attaccante era il pezzo da museo Blanco, tutt’altre caratteristiche rispetto all’infortunato Vela. Partire dall’inizio invece che con Blanco con un’ala come Barrera, o comunque con una seconda punta adattabile alla fascia come Alberto Medina, avrebbe permesso di riproporre almeno sulla carta quegli interscambi sulle fasce e quel gioco arioso che dovrebbero rappresentare le caratteristiche del Messico. Invece, con gli attaccanti accumulati al centro e la fascia destra inesistente (con Osorio bloccato e Giovani stretto vicino a Franco spesso si vede prendere palla largo Torrado!), si è assistito a una ricerca prematura e irrazionale del pallone filtrante diretto alle spalle della copertissima difesa uruguagia. Ancor più un errore quando l’Uruguay giocando a rombo a centrocampo dovrebbe fisiologicamente concedere qualcosa alle sovrapposizioni degli avversari sulle fasce.
Le palle forzate centrali del Messico poi rischiano di causare perdite in zone compromettenti, e dare adito al contropiede avversario, micidiale nel caso dell’Uruguay, come dimostrato sul gol di Luis Suárez. Difesa del Messico che continua a non convincere come concentrazione, e che ha un micidiale punto debole nelle palle inattive: nove volte su dieci la prende un avversario…
Nella ripresa Aguirre ha cercato di rimediare allargando Giovani a destra e inserendo Barrera a sinistra (ma perché esce Guardado?), e qualcosa di più razionale si vede, anche se è un Messico che sguarnisce un po’ il centrocampo e che col passare dei minuti perde lucidità e si accontenta delle notizie che arrivano da Francia-Sudafrica.

Dall’altra parte l’Uruguay. Una di quelle squadre che non entusiasmano nessuno ma con cui devi fare sempre i conti. Impostata su consegne semplicissime e piuttosto arcaiche: sette giocatori che rimangono dietro ad aspettare, sette che conoscono benone il mestiere difensivo, e tre che ripartono, tre col veleno nei piedi. Pazienza, sangue freddo, un po’ di carognaggine (poca però: troppo signore Tabarez in panchina, gente come Lugano risulta non sufficientemente istigata e scarsamente valorizzata nel proprio potenziale criminogeno), ma anche un Forlán sempre più in evidenza come uomo-squadra a tutto campo, realtà già sperimentata all’Atlético. Buona l’idea di Tabarez di sfruttare fino in fondo questa veste del Cachavacha, aggiungendo una punta (Cavani, non in gran spolvero comunque) e arretrandolo definitivamente sulla trequarti.


VALENTINO TOLA

giovedì 17 giugno 2010

Francia - Messico 0-2: 64' J. Hernández, 79' Blanco (rig.).



FRANCIA (4-2-3-1): Lloris; Sagna, Gallas, Abidal, Evra; Toulalan, Diaby; Govou (dal 22' s.t. Valbuena), Ribery; Anelka (dal 1' s.t. Gignac) (Mandanda (portiere), Reveillere, Planus, Gourcuff, D. Cissé, Henry, Squillaci, A. Diarra, Clichy). C.T.: Domenech

MESSICO (4-3-3): Perez; Osorio, F. Rodriguez, Moreno, Salcido; Juarez (dal 10' s.t. J. Hernandez), Marquez, Torrado; Giovani, Franco (dal 17' s.t. Blanco), Vela (dal 31' p.t. Barrera) (Ochoa e Michel (portieri), Aguilar, Castro, Guardado, Magallon, Torres, Bautista, Medina ). C.T.: Aguirre

ARBITRO: Al Ghamdi (Arabia Saudita)

NOTE - Spettatori 35.000. Ammoniti Toulalan (F), Abidal (F), Franco (M), Juarez (M), Moreno (M) e Rodriguez (M) per gioco scorretto. Angoli: 5-1. Recuperi: p.t. 1', s.t. 3'


Il Messico si avvicina agli ottavi, la Francia di Domenech è ad un passo da una clamorosa (ma fino ad un certo punto) eliminazione: questo è il verdetto di Polokwane. Prima di gettare la croce addosso al tanto contestato e bistrattato Commissario Tecnico francese, però, sarebbe meglio concentrare l'attenzione sulla nazionale messicana, che merita solamente tanti complimenti per la splendida gara che ha disputato. Una squadra nel vero senso del termine, tatticamente tra le più preparate del torneo, tra le pochissime a proporre calcio, iniziando sempre e comunque l'azione dalla propria area di rigore, ovvero con i propri difensori, tutti abili ad impostare (il Barcelona di Guardiola nasce lì, o meglio, dal Messico del '06 - il cui stile di gioco è stato fedelmente ripreso da quello attuale - guidato da La Volpe al quale il Pep s'è ispirato). Una compagine davvero piacevole esteticamente da vedere, sempre propositiva, con tutti i giocatori che sanno che cosa fare quando hanno il pallone tra i piedi. Merito soprattutto dell'allenatore, Javier Aguirre, che aveva peraltro guidato già un ottimo Messico (quello del 2002), in grado di disporre il proprio undici in modo intelligente, con un atteggiamento offensivo ed equilibrato al mismo tiempo. Un Aguirre rivelatosi bravissimo a cambiare le carte in tavola a partita in corso, come quando - leggendo come meglio non poteva il momento della partita - ha tolto dal campo l'interno destro di centrocampo Efraín Juárez per inserire Chicharito Hernández, passando quindi da un 4-3-3 ad un 4-4-2 spregiudicato che in realtà era più un 4-2-4. Una scelta temeraria che ha pagato, perchè rischiare spesso porta al successo.
Apparentemente, almeno in partenza, è la Francia a fare la partita, attesa al varco dal Messico che la impallina in contropiede e che sembra prediligere proprio le ripartenze per far male ai transalpini. Con il passare dei minuti però le idee di Ribery e compagni svaniscono completamente ed il Messico comincia ad essere padrone anche del gioco. Diverse le opportunità create dalla Trì, che deve aspettare però il 64' per passare in vantaggio: lancio d'esterno delizioso di Rafa Márquez per il subentrato Javier Hernández, che taglia da destra verso sinistra e viene incredibilmente tenuto in gioco (seppur di pochissimo) dalla retroguardia francese: il neo-acquisto del Manchester United ringrazia, salta il povero Lloris e deposita comodamente in rete a porta sguarnita. Trascorrono 15 minuti ed è l'immortale Cuauhtémoc Blanco, fedelissimo del tecnico ed entrato al posto del Guille Franco, a trasformare un calcio di rigore procurato dal 22enne Barrera, steso (sebbene sia stato lui il primo a cercare il contatto) in area da Abidal in seguito ad un'ottima iniziativa personale. Terzo gol in altrettante edizioni dei Mondiali per il 37enne inventore del celebre "salto della rana".
I "Galletti" non hanno la lucidità nè la grinta necessaria per recuperare e rischiano così mestamente di salutare il Sudafrica al termine della prossima giornata della Fase a Gironi. Un tonfo però non del tutto inaspettato per un gruppo affatto coeso, ma anzi dilaniato dai dissidi interni alla squadra, con diversi giocatori che sembrano remare contro il discutibilissimo C.T. che comunque rimane inevitabilmente il principale responsabile di questo fiasco. Non c'è nulla da salvare nel mandato di Domenech, se si eccettua quelle tre partite ben giocate (perchè di più non furono) che portarono la Francia a giocarsi ai rigori il titolo di Campione del Mondo ed in parte le Qualificazioni che portarono ad EURO 2008. Ecco, il punto è proprio questo: l'Europeo! Raymond andava esonerato dopo la disastrosa spedizione in Austria e Svizzera. Lì doveva terminare la sua esperienza sulla panchina francese. Ed invece la Federazione, non si sa bene per quale motivo, ha deciso di andare avanti, nonostante ormai nessun giocatore sopportasse più l'ex attore teatrale, che aveva ormai perso letteralmente la fiducia da parte dei suoi stessi giocatori. Le folli convocazioni, le eccellenti esclusioni (dove sono, giusto per citare i due casi più clamorosi, Nasri e Benzema?), scelte tecniche (dall'inizio e in corsa) al limite del manicomio (vedi Abidal centrale e Govou titolare pressochè fisso): tutto ciò, cara Federazione Francese, non poteva essere evitato? Gli errori si pagano. Nel calcio, così come nella vita.

ALBERTO FARINONE

~

Per la serie nel calcio non si butta mai niente, anche il Messico, dopo l’Uruguay e la riscoperta del numero 10 dietro i due attaccanti, ha fatto vedere una “vecchia” novità: il centromediano metodista.
A svolgere questo ruolo, di copertura, chiusura spazi difensivi e allo stesso tempo di impostazione della manovra e appoggio alle mezzeali, Rafa Marquez è perfettamente adatto. Contro la Francia ha controllato Ribery e ha chiuso gli spazi non coperti da Osorio quando saliva ed è stato il primo a giocare la palla, aiutato nella costruzione della manovra dal regista della squadra, Torrado, spostato leggermente sulla destra ad irretire Abou Diaby. Un metodista vero e proprio con le caratteristiche di Marquez non ne vedo tanti nel mondo, non lo è purtroppo De Rossi perché non riesce ad aprire gli spazi come fa il messicano e non può esserlo Montolivo perché troppo mezzala per saper gestire la presenza negli spazi difensivi. Il gioco con due mediani ha fatto scomparire questo tipo di calciatori che, se in giornata, possono spostare i valori di una partita. Marquez ha fermato ogni azione pericolosa di Ribery palla al piede ed ha servito la palla ad Hernandez per l’1-0. Più decisivo di così.

JVAN SICA

venerdì 11 giugno 2010

Sudafrica - Messico 1-1: 55' Tshabalala; 79' R. Márquez.



SUDAFRICA (4-4-1-1): Khune; Gaxa, Khumalo, Mokoena, Thwala (dal 1' s.t. Masilela); Modise, Letsholonyane, Dikgacoi, Tshabalala; Pienaar (dal 38' s.t. Parker); Mphela. (Josephs, Walters, Ngconca, Sibaya, Davids, Booth, Nomvethe, Moriri, Sangweni, Khuboni). All: Parreira.

MESSICO (4-3-3): Perez; Aguilar (dal 12' s.t. Guardado), Rodriguez, Osorio, Salcido; Juarez, Marquez, Torrado; Giovani, Franco (dal 28' s.t. Hernandez), Vela (dal 24' s.t. Blanco). (Ochoa, Michel, Barrera, Castro, Moreno, Magallon, Torres, Bautista, Medina). All: Aguirre.

ARBITRO: Irmatov (Uzbekistan).

NOTE: spettatori 94mila circa. Ammoniti: Juarez, Torrado, Dikgacoi, Masilela. Angoli: 4-5. Recupero: 1' p.t.; 3' s.t.

Messico rimandato, Sudafrica onestamente al massimo delle sue possibilità.

Il primo tempo conferma un Messico assai interessante per la flessibilità e la ricchezza di soluzioni tattiche. Parte con una teorica difesa a 4, con Márquez davanti alla stessa, ma in fase di possesso il blaugrana arretra sulla stessa linea di Osorio e Maza Rodríguez, la linea si “stira” per sfruttare il campo in tutta la sua ampiezza (soluzione caratteristica già all’epoca di Lavolpe, e saggiamente scopiazzata da Guardiola al Barça), per garantire al pallone un’uscita sicura dalle retrovie contro i due attaccanti avversari e per consentire ai teorici terzini di alzare la loro posizione fino a diventare ali, soprattutto nel caso dell’ultra-offensivo Aguilar a destra. In questo gioco di continui slittamenti, le teoriche ali diventano invece seconde punte a tutti gli effetti, avendo spazio per convergere al centro. Un sistema che permette di creare superiorità sulle fasce con due e in alcuni momenti anche tre giocatori in sovrapposizione, ma senza per questo perdere densità nel mezzo, perché Márquez in corso d’opera si aggiunge alla mediana e perché anche Osorio e Maza sanno portare palla fino ad attirare e mettere in minoranza i centrocampisti centrali sudafricani, che sulla carta hanno la parità con Torrado e Efraín Juárez, ma in realtà vengono presi in mezzo non solo dalle citate avanzate dei difensori, ma anche dagli spostamenti tra le linee di Vela e soprattutto Giovanni dos Santos (male il giocatore dell’Arsenal, brillante invece il secondo).
Il Messico può soffrire parecchio se gli imponi ritmi alti nella sua metacampo, ma il Sudafrica del primo tempo è narcotizzato: forse un po’ bloccati dall’emozione, i padroni di casa commettono comunque l’errore di non contestare i primi passaggi ai difensori messicani, ed escono da questa condotta passiva solo con spunti isolati. Modise-Pienaar-Tshabalala, il trio di mezzepunte, opera solo tramite azioni individuali, e non con quella densità di palleggio che permetterebbe a tutta la squadra di distendersi. Gli stessi terzini Gaxa e Thwala restano eccessivamente bloccati. Il Messico ai punti meriterebbe il vantaggio, ma pecca di cattiveria e d’imprecisione sottoporta, non una novità.

Tutt’altra storia la ripresa. Il Sudafrica trova la prima azione corale convincente e va in gol: un contropiede che prende d’infilata la difesa messicana, preparato benissimo dall’appoggio di Mphela al centrocampo, con la profondità di Lethsholonyane e lo scatto di Tshabalala che toglie la ragnatela dall’incrocio con un magnifico sinistro. Dopo lo svantaggio il Messico gioca in maniera francamente pessima. C’è anche Aguirre che pasticcia un po’: Guardado entra per Aguilar ma rimane centrale, a destra ci vanno un po’ Juárez un po’ Osorio un po’nessuno, così il Messico rinuncia a quelle catene sulle fasce alla base del suo sistema, e mette sin troppa improvvisazione nei propri tentativi. Qualche rifinitura di classe Blanco (entrato per Vela) la offre, ma è tale il disordine che le palle perse a centrocampo permettono a un Sudafrica ringalluzzito di legittimare il vantaggio con più di un contropiede (ci starebbe anche un rigore su Modise), sfruttando la differenza di passo fra i suoi attaccanti e i difensori messicani, in difficoltà in campo aperto e nemmeno troppo puntuali nei ripiegamenti. Il Messico può quindi ringraziare sentitamente per aver trovato l’episodio (clamorosa ingenuità della linea difensiva sudafricana) che gli ha permesso di riacciuffare la gara, oltre che per il palo sul quale si è infranta la conclusione a botta sicura di Mphela nei minuti finali.

VALENTINO TOLA

~

Termina 1-1 la gara inaugurale del Mondiale 2010: un risultato nel complesso giusto, che premia la buona e per certi versi inaspettata prova offerta dai Bafana Bafana nella ripresa e che punisce un Messico apparso poco concreto ed eccessivamente lezioso in diversi frangenti.

Parte fortissimo il Messico nella prima frazione di gioco e bastano pochi minuti per apprezzare le qualità della “Tri”: manovra ariosa ed estremamente interessante, 4-3-3 flessibile (grazie all’adattabilità degli elementi scelti dal tecnico Javier Aguirre) di chiara ispirazione blaugrana. Tatticamente si dispone proprio come il Barcelona di Guardiola e come lo Zenit di Advocaat del 2008, con il centrocampista difensivo (Marquez nel Messico, S. Busquets/Yaya Tourè nei blaugrana e Tymoschuk nei Meshki) che in fase di possesso si abbassa e va a fare praticamente il centrale in una difesa tre, con i due centrali di ruolo (Osorio e Maza Rodríguez) che si allargano e permettono ai due terzini - entrambi parecchio propositivi - di avanzare e di spingere con continuità, giocando praticamente come ali aggiunte. Tutto ciò è reso possibile ai laterali bassi perchè davanti a loro trovano spazio grazie al movimento continuo dei due giocatori più talentuosi della rosa, i giovani (non ancora esplosi) Giovani dos Santos e Carlos Vela, che si interscambiano spesso di posizione e che in generale non danno punti di riferimento. Il talento di questi ultimi due è fuori discussione, ma ancora una volta hanno dimostrato di peccare in fase realizzativa e di andare troppo ad intermittenza (se l’ex Barcelona è stato il più pericoloso dei suoi, non si può dire lo stesso del talentino dell’Arsenal, del quale si ricorda solo un bel suggerimento per Guille Franco). A proposito del centravanti argentino naturalizzato messicano: non viene da una stagione esaltante e non è di certo apparso come il miglior terminale offensivo per una squadra del genere, ma Aguirre – viste le (presunte?) qualità dell’ex Villareal nel gioco di sponda e nel far salire la squadra, l’ha ritenuto più adatto rispetto all'emergente Chicharito Hernandez (neo-acquisto del Manchester United), che ha dato l’impressione di essere principalmente un finalizzatore che partecipa poco alla manovra. Franco che ha peraltro sciupato le occasioni più ghiotte create da un Messico che, nonostante abbia dominato in lungo ed in largo nel corso della prima frazione di gioco, non solo non è riuscito a passare in vantaggio, ma ha rischiato in più di una circostanza di essere infilato in contropiede. Proprio questo è un tema che si è riproposto più volte all’interno del match, con i messicani sbilanciati in avanti ed i sudafricani abili ad inserirsi negli spazi poco coperti dagli avversari.
Contratto, visibilmente e comprensibilmente emozionato per l’appuntamento storico nella prima parte del primo tempo, il Sudafrica è cresciuto ed ha acquisito fiducia con il passare dei minuti, creando qualche pericolo proveniente dalle fasce laterali, grazie alla spinta di Gaxa (buoni i suoi inserimenti, favoriti dall’inesistente copertura offerta da Vela) sulla destra e di Tshabalala (che ricorda non poco il giamaicano Gardner del Bolton) sulla corsia opposta. Una nazionale conscia dei propri limiti (quasi sempre saltato il centrocampo, povero tecnicamente) e piuttosto “spuntata” (Mphela è un attaccante di movimento, un contropiedista, non il massimo quindi per far guadagnare metri preziosi ai compagni).
Nella ripresa la musica cambia radicalmente: calato il Messico, i padroni di casa – grazie anche agli accorgimenti tattici di Carlos Alberto Perreira (che con l’inserimento di Masilela ottiene ulteriore spinta sulle fasce e concede meno sbocchi ai giocatori in maglia bianca) ed alla crescita di un giocatore importante come Modise – ripartono velocissimi ed è proprio così che nasce il gol che fa esplodere lo scatenato pubblico di Johannesburg: Mphela questa volta è bravissimo a giocare di sponda, Lethsholonyane dimostra di avere una visione di gioco imprevista lanciando perfettamente in porta l’ottimo Tshabalala, bravissimo a fulminare il 37enne Óscar Pérez (apparso, francamente, impresentabile; non era meglio Ochoa?) con un sinistro che termina addirittura sotto l’incrocio. Deludente, estramemente deludente e poco convinta la reazione di dos Santos (l’unico a provarci) e compagni, che anzi più volte rischiano di subire il raddoppio. Qualcosa migliora con l’ingresso in campo di Guardado (che comporta lo spostamento del duttile Juárez, che ha destato una buona impressione per via del suo dinamismo, sulla fascia destra) e – perché no – del grande Blanco (ancor più appesantito di come ce lo ricordavamo, ma che quattro calci ad un pallone li sa ancora tirare), ma il gol del pari arriva soltanto grazie ad un’ingenuità tipicamente africana (attuazione della tattica del fuorigioco completamente errata), che permette a Márquez di insaccare comodamente da pochi passi. Nel finale Mphela, riuscito incredibilmente a sfuggire ai due centrali difensivi avversari (bravi ad impostare l’azione, ma terribilmente sofferenti in campo aperto), fa rimanere in gola l’urlo del Johannesburg Soccer City Stadium, che può ritenersi comunque soddisfatto per la buona prestazione offerta dai propri beniamini.

ALBERTO FARINONE