STATI UNITI (4-4-2): Howard; Cherundolo, Bornstein, Demerit, Bocanegra; Dempsey, Clark (31' s.t. Edu), Michael Bradley, Donovan; Altidore (1' s.t.s Gomez), Findley (1' s.t. Feilhaber). All. Bob Bradley.
Panchina: Guzan, Hahnermann, Goodson, Spector, Onyewu, Torres, Holden, Clark, Buddle
GHANA (4-2-3-1): Kingson; Pantsil, Jonathan Mensah, John Mensah, Sarpei (28' s.t Addy); P. Boateng (32' s.t Appiah), Annan; Inkoom (7' p.t.s. Muntari), K. Asamoah, André Ayew; Asamoah Gyan. All: Rajevac.
Panchina: Agyei, Ahorlu, Tagoe, Derek Boateng, Vorsah, Abeyie, Amoah, Vorsah, Ibahim Ayew, Adiyiah.
ARBITRO: Kassai (Ungheria)
NOTE: ammoniti: Clark, Cherundolo, Jonathan Mensah, Ayew.
Dicevamo degli “early goals”, la costante più negativa del buonissimo Mondiale degli Stati Uniti, che nel girone avevano subito gol nei primi minuti contro Inghilterra e Slovenia, mentre contro l’Algeria la porta è rimasta imbattuta solo grazie alla traversa che aveva respinto un tiro di Djebbour. Bob Bradley non è riuscito a porre rimedio a questo difetto sostanziale e la squadra paga con un altro “early goal”, subito questa volta da Kevin-Prince Boateng dopo un brutto pallone perso a centrocampo da Clark, una delle novità di formazione degli Stati Uniti con una formazione rimescolata: in avanti torna Findley, viene riproposto il centrocampo del match contro l’Inghilterra (con proprio Clark ad affiancare Michael Bradley) e viene confermata la difesa vista contro l’Algeria (con Bornstein terzino sinistro e Onyewu giustamente in panchina dopo due prestazioni pessime). Anche questa partenza però è decisamente molle, con gli Stati Uniti che per la prima mezz’ora non riescono proprio a tenere il ritmo del Ghana a centrocampo, con l’undici africano che si rende pericoloso: in mediana per una volta è Kevin-Prince Boateng a giocare meglio di Annan, sempre utile ma un po’ meno efficace del solito. A riequilibrare tutto a centrocampo è la scelta sacrosanta di Bob Bradley di togliere un Clark del tutto disastroso e inserire un giocatore più attivo e più di sostanza a centrocampo come Edu, che influisce nella crescita della squadra nel finale di primo tempo.
A completare il ritorno in palla degli Stati Uniti è un altro correttivo di Bob Bradley, che dopo l’intervallo toglie Findley per inserire Feilhaber sulla sinistra e avanzare Dempsey nel ruolo di seconda punta: di fatto, sono scelte simili a quelle viste contro la Slovenia e il centrocampo e l’attacco sono identici rispetto a quel secondo tempo, quando si era avuto la sensazione di una formazione più adatta, di un assetto capace di esprimere meglio le qualità della squadra. Sensazione confermata alla perfezione perché gli Stati Uniti trovano ritmo e cominciano a spingere in maniera forsennata, facendo soffrire il Ghana che si disunisce e mostra un difetto sostanziale già visto nella fase a girone: la squadra ha le possibilità per ribaltare l’azione e puntare in contropiede, ma lo fa con azioni individuali che comunque finiscono per non essere particolarmente incisive, finiscono per non sfruttare al meglio la potenzialità dell’azione e portano di solito al tiro da fuori sistematico (un tipo di soluzione che sul sito della BBC è stato descritto come “anti Arsenal”, ovvero come l’opposto dei Gunners che invece per mentalità tendono a voler entrare spesso con il pallone nella rete avversaria). Ciò accade non certo per demeriti di Asamoah Gyan, che da prima punta svolge un lavoro pazzesco, correndo per tutto il fronte d’attacco, garantendo spunti e grande qualità: per essere più incisivo andrebbe maggiormente supportato. Sulle fasce Inkoom sembra fuori ruolo (in un paio di occasioni si fa cogliere in fuorigioco chilometrico), mentre Andrè Ayew ha grandi numeri ma spesso è fumoso. Il peggio però lo si ha centralmente, con Kwadwo Asamoah che sparisce totalmente nella ripresa, dopo che nel primo tempo era stato la principale causa del mancato raddoppio dei ghanesi, per le sue imprecisioni e i suoi sprechi: oggetto misterioso, perlomeno a questi Mondiali.
Gli Stati Uniti attaccano con un calcio furioso ma di qualità: Feilhaber è a tutto campo e ricama gioco, la presenza di Edu permette al sempre ottimo Michael Bradley di potersi spingere continuamente in avanti con buoni inserimenti da dietro, mentre Donovan e Dempsey dialogano con qualità mostrando anche qualche giocata capace di rubare l’occhio, come il tunnel su John Mensah del calciatore del Fulham nell’azione che porta al rigore dell’1-1. Jozy Altidore ci mette la solita esplosività e le solite sponde, ma ancora una volta dimostra di non vedere la porta e spreca malamente un paio di chance importanti per ribaltare il risultato: il 20enne visto la scorsa stagione all’Hull City sarebbe anche abbastanza completo, ma è il classico attaccante che non segna e proprio la sua incisività finisce per mancare a posteriori agli Stati Uniti, finisce per essere decisiva per questa eliminazione. Il Ghana soffre in difesa, soprattutto perché Jonathan Mensah alterna grandi chiusure a buchi allucinanti, mentre il quasi omonimo John Mensah non è mai un mostro nella posizione ma se la cava con la solita splendida determinazione che lo contraddistingue: sulle fasce, bene Pantsil sulla destra, molto meno Sarpei sulla sinistra.
Gli Stati Uniti però non riescono a tenere questo ritmo e nell’ultimo quarto d’ora accusano un leggero calo fisico, in un finale ormai dominato dalla paura di perdere e di subire l’eliminazione proprio sul più bello. Si potrebbe pensare a dei tempi supplementari altrettanto bloccati, ma subentra la sindrome dell’ “early goal” che colpisce gli Stati Uniti anche all’inizio dei supplementari: la dormita di Bocanegra diventa pesantissima, anche perché Gyan ne approfitta alla grandissima tirando una fucilata devastante nella rete avversaria e trovando un gol tutt’altro che facile, il gol decisivo che vale la qualificazione. Il Ghana infatti ritrova energie e frustra le velleità degli Stati Uniti con un buon possesso palla, in cui influisce molto il subentrato Stephen Appiah, il quale mostra la propria esperienza e una buona dote di saggezza. Gli Stati Uniti perdono lucidità ma riescono comunque negli ultimi cinque minuti a creare qualche mischia in area di rigore cercando le palle alte, ma non trovano lo spunto giusto ed escono sconfitti.
E’ però un Mondiale molto positivo per la squadra americana, che ha mostrato di essere in continua crescita anche sul piano tecnico: continuando di questo passo, molto probabilmente gli Stati Uniti produrranno difensori più tecnici di DeMerit e Bocanegra o attaccanti più concreti e allora diventeranno una Nazionale ancora più completa. Di certo, non sono più quegli Stati Uniti piuttosto “pioneristici” che avevamo visto nei Mondiali del ’94, ma sono lo specchio di un movimento in crescita evidente: questo match ha visto probabilmente la squadra di Bob Bradley (bravo nella gestione del gruppo e nel dare un gioco alla squadra, anche se qualche scelta di formazione è discutibile) globalmente meritare leggermente di più rispetto all’avversario, ma è stata una bella partita tutto sommato molto equilibrata e l’episodio giusto è arrivato dalla parte del Ghana. Si crea così un quarto di finale di difficile lettura: il Ghana ha decisamente più talento dell’Uruguay a centrocampo e tutto sommato sembra leggermente più affidabile in fase difensiva (specialmente se la determinazione nelle chiusure riesce a colmare in parte una lacuna nel piazzamento dei centrali difensivi), ma la squadra di Tabarez dispone di armi decisamente più affilate in attacco e oggi contro la Corea del Sud ha dimostrato anche di saper trovare gol dal nulla, caratteristica che fondamentalmente è opposta a quella del Ghana (che invece tende ad incidere molto meno di quanto dovrebbe per la mole di gioco espressa). Ricorderemo questo ottavo di finale come un buon vortice di emozioni e come un match di buon livello tecnico, ma anche per alcune immagini caratteristiche: una su tutta, la ormai classico giro di campo di corsa solitario di John Pantsil a fine partita. Al Fulham ormai amano questo suo particolare modo di esultare al termine di partite importanti, visto anche dopo i match contro Germania e Stati Uniti, questa volta con tanto di bandiera ghanese: impagabile.
SILVIO DI FEDE
Come il Camerun nel '90 ed il Senegal nel '02. Il Ghana eguaglia le uniche due formazioni del Continente Nero capaci di raggiungere il traguardo chiamato Quarti di Finale di un Mondiale, e non si pone limiti, conscio del fatto che contro l'Uruguay può assolutamente giocarsela alla pari. Al termine di una gara di buon livello, combattuta ed equilibrata per 120', è il popolo africano - unitosi tutto intorno alle Black Stars - a gioire ed a festeggiare per quello che rimane un avvenimento storico. Con il Ghana, continua infatti il sogno dell'Africa, nel Mondiale di casa sua.
Grande tristezza e molti rimpianti, al contrario, per gli USA, confermatisi una squadra vera, in grande crescita. Di questo passo il futuro calcistico non può che essere sempre più roseo per gli States, assistiti in tribuna da alcuni ospiti d'eccezione, su tutti l'ex Presidente Bill Clinton, affiancato dal leader dei Rolling Stones, Mick Jagger.
Pronti, via e il Ghana passa in vantaggio con Kevin-Prince Boateng, che sfrutta la sua caratteristica predominante: la progressione palla al piede, che gli permette di involarsi verso la porta, superando Howard (rivedibile nell'occasione, così come DeMerit che non accorcia a sufficienza sul centrocampista del Portsmouth) con un sinistro a fil di palo. Tutto nasce però da un errore di Clark, che si fa sottrarre la sfera da Asamoah in una zona pericolosissima. La maggior parte del primo tempo è favorevole al Ghana, più brillante, che copre ottimamente il campo e che mantiene un buon possesso palla. Gli Stati Uniti sono in evidente difficoltà e soffrono in particolare gli inserimenti dei centrocampisti, come quello del friulano Asamoah al 27', che sbaglia il facile appoggio per l'accorrente Boateng, che si sarebbe ritrovato in una posizione favorevolissima. Bradley padre capisce che c'è qualcosa che non va e prova a porre rimedio togliendo Clark ed inserendo Edu, giocatore già utilizzato in mezzo al campo nelle precedenti esibizioni. La prima occasione per gli americani arriva poco dopo, in seguito ad una brutta palla persa dagli avversari, con Findley che però - a differenza di Boateng ad inizio match - non concretizza, facendosi ribattere la conclusione da Kingson.
Nella ripresa Bob Bradley, rivelatosi nel corso di questi Mondiali un C.T. particolarmente dotato nel cambiare volto alla sua squadra dopo i primi 45', rimescola le carte, inserendo Feilhaber al posto dell'evanescente Findley, spostando Dempsey nel ruolo in cui rende di più, ovvero quello di centrocampista-incursore in appoggio della prima punta. Gli USA appaiono fin dalle battute iniziali più convinti e schiacciano la difesa del Ghana, non più alta come nel primo tempo. E' il neo-entrato Failhaber a cambiare la partita, prima impegnando il sempre attento Kingson e poi servendo un invitante pallone a Dempsey, bravo ad inserirsi come sempre con i tempi giusti ed a saltare John Mensah con tanto di tunnel, venendo poi steso dal giovane Jonathan Mensah. Rigore lampante, che capitan Donovan trasforma. Notevole la crescita degli statunitensi nella ripresa, letteralmente invertita la situazione della prima frazione di gioco: ora sono loro a fare la partita ed a rendersi pericolosi in più circostanze (al 67' è ancora Kingson a salvare il risultato con un'uscita disperata su Altidore). La difesa ghanese perde la concentrazione che l'aveva contraddistinta, ma nè Bradley figlio nè tantomeno il generoso ma impreciso Altidore (mezzi fisici in grado di mettere in crisi qualsiasi difensore, ma il gol per lui resta una chimera) ne approfittano, non riuscendo così ad evitare alla loro nazionale la fatica dei tempi supplementari. Errori che verranno pagati a caro prezzo dagli americani, che capitolano in apertura del primo tempo supplementare: un rilancio dalle retrovie mette in crisi la disattenta difesa a stelle e strisce, con i due centrali lontanissimi fra loro e con Asamoah Gyan che ringrazia inserendosi alle spalle di Bocanegra e battendo l'estremo difensore avversario. Una costruzione casuale del gol che evidenzia tutti i limiti della retroguardia americana. Gli Stati Uniti non ci stanno e provano a reagire, ma senza il mordente di prima, anche perchè il cambio Altidore-Hérculez Gómez non porta gli effetti sperati (i difensori africani soffrivano enormemente la prestanza e la forza fisica del centravanti che ha trascorso l'ultima stagione in prestito all'Hull City). Il cammino di Donovan e compagni si ferma così a Rustenburg, quello dei ragazzi di Milovan Rajevac continuerà a Johannesburg.
ALBERTO FARINONE