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sabato 26 giugno 2010

Stati Uniti-Ghana 1-2 d.t.s.: Prince Boateng (G) al 5' p.t.; Donovan (S) rig al 17' ; Gyan (G) al 3' p.t.s.



STATI UNITI (4-4-2): Howard; Cherundolo, Bornstein, Demerit, Bocanegra; Dempsey, Clark (31' s.t. Edu), Michael Bradley, Donovan; Altidore (1' s.t.s Gomez), Findley (1' s.t. Feilhaber). All. Bob Bradley.
Panchina: Guzan, Hahnermann, Goodson, Spector, Onyewu, Torres, Holden, Clark, Buddle

GHANA (4-2-3-1): Kingson; Pantsil, Jonathan Mensah, John Mensah, Sarpei (28' s.t Addy); P. Boateng (32' s.t Appiah), Annan; Inkoom (7' p.t.s. Muntari), K. Asamoah, André Ayew; Asamoah Gyan. All: Rajevac.
Panchina: Agyei, Ahorlu, Tagoe, Derek Boateng, Vorsah, Abeyie, Amoah, Vorsah, Ibahim Ayew, Adiyiah.

ARBITRO: Kassai (Ungheria)
NOTE: ammoniti: Clark, Cherundolo, Jonathan Mensah, Ayew.


Gli “early goals” subiti sono la caratteristica del Mondiale degli Stati Uniti e costano l’eliminazione all’altezza degli ottavi di finale, per una Nazionale che ha attirato molte simpatie per un gioco fatto di grande agonismo che ha conquistato in tanti e soprattutto ha conquistato il popolo americano, che s’è visto attratto dal calcio molto più di quanto fosse pensabile appena una decina di anni fa, tanto che diversi programmi di approfondimento e anche le dirette delle partite di baseball hanno visto aperte finestre importanti sul “soccer”: lo US Team si sarà pure fermato agli ottavi di finale, ma questo Mondiale sudafricano può essere un anello molto importante per la crescita del movimento negli States (discorso simile a quello fatto per la Nuova Zelanda ma ovviamente decisamente più ampio, visto che le potenzialità di una popolazione così ampia e di una Nazione con così grande cultura sportiva sono ampissime). Ad approfittarne è invece il Ghana, che conferma difetti e pregi visti nella fase a gironi ma ci mette una grandissima volontà e diventa la terza africana capace di raggiungere i quarti di finale di un Mondiale, dopo il Camerun di Roger Milla del 1990 e il Senegal (exploit molto effimero) del 2002: l’orgoglio di un intero continente è tutto sulle spalle delle Black Stars, che ora puntano a diventare i primi africani capaci ad arrivare in semifinale.

Dicevamo degli “early goals”, la costante più negativa del buonissimo Mondiale degli Stati Uniti, che nel girone avevano subito gol nei primi minuti contro Inghilterra e Slovenia, mentre contro l’Algeria la porta è rimasta imbattuta solo grazie alla traversa che aveva respinto un tiro di Djebbour. Bob Bradley non è riuscito a porre rimedio a questo difetto sostanziale e la squadra paga con un altro “early goal”, subito questa volta da Kevin-Prince Boateng dopo un brutto pallone perso a centrocampo da Clark, una delle novità di formazione degli Stati Uniti con una formazione rimescolata: in avanti torna Findley, viene riproposto il centrocampo del match contro l’Inghilterra (con proprio Clark ad affiancare Michael Bradley) e viene confermata la difesa vista contro l’Algeria (con Bornstein terzino sinistro e Onyewu giustamente in panchina dopo due prestazioni pessime). Anche questa partenza però è decisamente molle, con gli Stati Uniti che per la prima mezz’ora non riescono proprio a tenere il ritmo del Ghana a centrocampo, con l’undici africano che si rende pericoloso: in mediana per una volta è Kevin-Prince Boateng a giocare meglio di Annan, sempre utile ma un po’ meno efficace del solito. A riequilibrare tutto a centrocampo è la scelta sacrosanta di Bob Bradley di togliere un Clark del tutto disastroso e inserire un giocatore più attivo e più di sostanza a centrocampo come Edu, che influisce nella crescita della squadra nel finale di primo tempo.

A completare il ritorno in palla degli Stati Uniti è un altro correttivo di Bob Bradley, che dopo l’intervallo toglie Findley per inserire Feilhaber sulla sinistra e avanzare Dempsey nel ruolo di seconda punta: di fatto, sono scelte simili a quelle viste contro la Slovenia e il centrocampo e l’attacco sono identici rispetto a quel secondo tempo, quando si era avuto la sensazione di una formazione più adatta, di un assetto capace di esprimere meglio le qualità della squadra. Sensazione confermata alla perfezione perché gli Stati Uniti trovano ritmo e cominciano a spingere in maniera forsennata, facendo soffrire il Ghana che si disunisce e mostra un difetto sostanziale già visto nella fase a girone: la squadra ha le possibilità per ribaltare l’azione e puntare in contropiede, ma lo fa con azioni individuali che comunque finiscono per non essere particolarmente incisive, finiscono per non sfruttare al meglio la potenzialità dell’azione e portano di solito al tiro da fuori sistematico (un tipo di soluzione che sul sito della BBC è stato descritto come “anti Arsenal”, ovvero come l’opposto dei Gunners che invece per mentalità tendono a voler entrare spesso con il pallone nella rete avversaria). Ciò accade non certo per demeriti di Asamoah Gyan, che da prima punta svolge un lavoro pazzesco, correndo per tutto il fronte d’attacco, garantendo spunti e grande qualità: per essere più incisivo andrebbe maggiormente supportato. Sulle fasce Inkoom sembra fuori ruolo (in un paio di occasioni si fa cogliere in fuorigioco chilometrico), mentre Andrè Ayew ha grandi numeri ma spesso è fumoso. Il peggio però lo si ha centralmente, con Kwadwo Asamoah che sparisce totalmente nella ripresa, dopo che nel primo tempo era stato la principale causa del mancato raddoppio dei ghanesi, per le sue imprecisioni e i suoi sprechi: oggetto misterioso, perlomeno a questi Mondiali.

Gli Stati Uniti attaccano con un calcio furioso ma di qualità: Feilhaber è a tutto campo e ricama gioco, la presenza di Edu permette al sempre ottimo Michael Bradley di potersi spingere continuamente in avanti con buoni inserimenti da dietro, mentre Donovan e Dempsey dialogano con qualità mostrando anche qualche giocata capace di rubare l’occhio, come il tunnel su John Mensah del calciatore del Fulham nell’azione che porta al rigore dell’1-1. Jozy Altidore ci mette la solita esplosività e le solite sponde, ma ancora una volta dimostra di non vedere la porta e spreca malamente un paio di chance importanti per ribaltare il risultato: il 20enne visto la scorsa stagione all’Hull City sarebbe anche abbastanza completo, ma è il classico attaccante che non segna e proprio la sua incisività finisce per mancare a posteriori agli Stati Uniti, finisce per essere decisiva per questa eliminazione. Il Ghana soffre in difesa, soprattutto perché Jonathan Mensah alterna grandi chiusure a buchi allucinanti, mentre il quasi omonimo John Mensah non è mai un mostro nella posizione ma se la cava con la solita splendida determinazione che lo contraddistingue: sulle fasce, bene Pantsil sulla destra, molto meno Sarpei sulla sinistra.

Gli Stati Uniti però non riescono a tenere questo ritmo e nell’ultimo quarto d’ora accusano un leggero calo fisico, in un finale ormai dominato dalla paura di perdere e di subire l’eliminazione proprio sul più bello. Si potrebbe pensare a dei tempi supplementari altrettanto bloccati, ma subentra la sindrome dell’ “early goal” che colpisce gli Stati Uniti anche all’inizio dei supplementari: la dormita di Bocanegra diventa pesantissima, anche perché Gyan ne approfitta alla grandissima tirando una fucilata devastante nella rete avversaria e trovando un gol tutt’altro che facile, il gol decisivo che vale la qualificazione. Il Ghana infatti ritrova energie e frustra le velleità degli Stati Uniti con un buon possesso palla, in cui influisce molto il subentrato Stephen Appiah, il quale mostra la propria esperienza e una buona dote di saggezza. Gli Stati Uniti perdono lucidità ma riescono comunque negli ultimi cinque minuti a creare qualche mischia in area di rigore cercando le palle alte, ma non trovano lo spunto giusto ed escono sconfitti.

E’ però un Mondiale molto positivo per la squadra americana, che ha mostrato di essere in continua crescita anche sul piano tecnico: continuando di questo passo, molto probabilmente gli Stati Uniti produrranno difensori più tecnici di DeMerit e Bocanegra o attaccanti più concreti e allora diventeranno una Nazionale ancora più completa. Di certo, non sono più quegli Stati Uniti piuttosto “pioneristici” che avevamo visto nei Mondiali del ’94, ma sono lo specchio di un movimento in crescita evidente: questo match ha visto probabilmente la squadra di Bob Bradley (bravo nella gestione del gruppo e nel dare un gioco alla squadra, anche se qualche scelta di formazione è discutibile) globalmente meritare leggermente di più rispetto all’avversario, ma è stata una bella partita tutto sommato molto equilibrata e l’episodio giusto è arrivato dalla parte del Ghana. Si crea così un quarto di finale di difficile lettura: il Ghana ha decisamente più talento dell’Uruguay a centrocampo e tutto sommato sembra leggermente più affidabile in fase difensiva (specialmente se la determinazione nelle chiusure riesce a colmare in parte una lacuna nel piazzamento dei centrali difensivi), ma la squadra di Tabarez dispone di armi decisamente più affilate in attacco e oggi contro la Corea del Sud ha dimostrato anche di saper trovare gol dal nulla, caratteristica che fondamentalmente è opposta a quella del Ghana (che invece tende ad incidere molto meno di quanto dovrebbe per la mole di gioco espressa). Ricorderemo questo ottavo di finale come un buon vortice di emozioni e come un match di buon livello tecnico, ma anche per alcune immagini caratteristiche: una su tutta, la ormai classico giro di campo di corsa solitario di John Pantsil a fine partita. Al Fulham ormai amano questo suo particolare modo di esultare al termine di partite importanti, visto anche dopo i match contro Germania e Stati Uniti, questa volta con tanto di bandiera ghanese: impagabile.

SILVIO DI FEDE

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Come il Camerun nel '90 ed il Senegal nel '02. Il Ghana eguaglia le uniche due formazioni del Continente Nero capaci di raggiungere il traguardo chiamato Quarti di Finale di un Mondiale, e non si pone limiti, conscio del fatto che contro l'Uruguay può assolutamente giocarsela alla pari. Al termine di una gara di buon livello, combattuta ed equilibrata per 120', è il popolo africano - unitosi tutto intorno alle Black Stars - a gioire ed a festeggiare per quello che rimane un avvenimento storico. Con il Ghana, continua infatti il sogno dell'Africa, nel Mondiale di casa sua.
Grande tristezza e molti rimpianti, al contrario, per gli USA, confermatisi una squadra vera, in grande crescita. Di questo passo il futuro calcistico non può che essere sempre più roseo per gli States, assistiti in tribuna da alcuni ospiti d'eccezione, su tutti l'ex Presidente Bill Clinton, affiancato dal leader dei Rolling Stones, Mick Jagger.

Pronti, via e il Ghana passa in vantaggio con Kevin-Prince Boateng, che sfrutta la sua caratteristica predominante: la progressione palla al piede, che gli permette di involarsi verso la porta, superando Howard (rivedibile nell'occasione, così come DeMerit che non accorcia a sufficienza sul centrocampista del Portsmouth) con un sinistro a fil di palo. Tutto nasce però da un errore di Clark, che si fa sottrarre la sfera da Asamoah in una zona pericolosissima. La maggior parte del primo tempo è favorevole al Ghana, più brillante, che copre ottimamente il campo e che mantiene un buon possesso palla. Gli Stati Uniti sono in evidente difficoltà e soffrono in particolare gli inserimenti dei centrocampisti, come quello del friulano Asamoah al 27', che sbaglia il facile appoggio per l'accorrente Boateng, che si sarebbe ritrovato in una posizione favorevolissima. Bradley padre capisce che c'è qualcosa che non va e prova a porre rimedio togliendo Clark ed inserendo Edu, giocatore già utilizzato in mezzo al campo nelle precedenti esibizioni. La prima occasione per gli americani arriva poco dopo, in seguito ad una brutta palla persa dagli avversari, con Findley che però - a differenza di Boateng ad inizio match - non concretizza, facendosi ribattere la conclusione da Kingson.
Nella ripresa Bob Bradley, rivelatosi nel corso di questi Mondiali un C.T. particolarmente dotato nel cambiare volto alla sua squadra dopo i primi 45', rimescola le carte, inserendo Feilhaber al posto dell'evanescente Findley, spostando Dempsey nel ruolo in cui rende di più, ovvero quello di centrocampista-incursore in appoggio della prima punta. Gli USA appaiono fin dalle battute iniziali più convinti e schiacciano la difesa del Ghana, non più alta come nel primo tempo. E' il neo-entrato Failhaber a cambiare la partita, prima impegnando il sempre attento Kingson e poi servendo un invitante pallone a Dempsey, bravo ad inserirsi come sempre con i tempi giusti ed a saltare John Mensah con tanto di tunnel, venendo poi steso dal giovane Jonathan Mensah. Rigore lampante, che capitan Donovan trasforma. Notevole la crescita degli statunitensi nella ripresa, letteralmente invertita la situazione della prima frazione di gioco: ora sono loro a fare la partita ed a rendersi pericolosi in più circostanze (al 67' è ancora Kingson a salvare il risultato con un'uscita disperata su Altidore). La difesa ghanese perde la concentrazione che l'aveva contraddistinta, ma nè Bradley figlio nè tantomeno il generoso ma impreciso Altidore (mezzi fisici in grado di mettere in crisi qualsiasi difensore, ma il gol per lui resta una chimera) ne approfittano, non riuscendo così ad evitare alla loro nazionale la fatica dei tempi supplementari. Errori che verranno pagati a caro prezzo dagli americani, che capitolano in apertura del primo tempo supplementare: un rilancio dalle retrovie mette in crisi la disattenta difesa a stelle e strisce, con i due centrali lontanissimi fra loro e con Asamoah Gyan che ringrazia inserendosi alle spalle di Bocanegra e battendo l'estremo difensore avversario. Una costruzione casuale del gol che evidenzia tutti i limiti della retroguardia americana. Gli Stati Uniti non ci stanno e provano a reagire, ma senza il mordente di prima, anche perchè il cambio Altidore-Hérculez Gómez non porta gli effetti sperati (i difensori africani soffrivano enormemente la prestanza e la forza fisica del centravanti che ha trascorso l'ultima stagione in prestito all'Hull City). Il cammino di Donovan e compagni si ferma così a Rustenburg, quello dei ragazzi di Milovan Rajevac continuerà a Johannesburg.

ALBERTO FARINONE

mercoledì 23 giugno 2010

Stati Uniti-Algeria 1-0: Donovan 91'.


STATI UNITI (4-4-2): Howard; Bornstein (dal 35' s.t. Beasley), Demerit, Bocanegra, Cherundolo; Dempsey, Bradley, Edu (dal 19' s.t. Buddle), Donovan; Altidore, Gomez (dal 1' s.t. Feilhaber). (Spector, Onyewu, Holden, Clark, Torres, Guzan, Goodson, Hannemann). All. Bradley.

ALGERIA (3-4-2-1): M'Bolhi; Bougherra, Halliche, Yahia; Kadir, Yebda, Lacen, Belhadj; Ziani (dal 24' s.t. Guedioura); Matmour (dal 40' s.t. Saifi); Djebbour (dal 21' s.t. Ghezzal). (Gaouaqui, Mansouri, Boudebouz, Bellaid, Laifaqui, Chaouchi, Medjani, Mesbah, Ardoun). All. Saadane.

ARBITRO: De Bleeckere (Belgio).

NOTE: Spettatori: 49.365. Angoli: 5-4 per l'Algeria. Espulso: 48' s.t. Yahia per doppia ammonizione. Ammoniti: Yebda, Altidore, Yahia, Lacen, beasley. Recupero: 1'; 4'.

E' il sogno di qualsiasi bambino appassionato di calcio: una partita agli sgoccioli, una porta che sembra stregata e proprio all'ultimo tuffo il gol, la rete che regala la qualificazione al proprio Paese. Questo sogno è diventato realtà per Landon Donovan al 91' di Stati Uniti-Algeria, quando il bravissimo attaccante dei LA Galaxy ed ex Everton ha messo dentro con un piatto destro liberatorio quella maledetta palla che fino a quel momento non voleva saperne di entrare. Diciamolo subito: l'eliminazione degli USA sarebbe stata una monumentale ingiustizia, anche perché la nazionale di Bob Bradley è stata finora una delle poche squadre a mostrare una proposta di calcio ben definita, efficace e a tratti anche molto divertente; insomma, in un Mondiale dominato dal difensivismo esasperato e dalla mancanza di idee il passaggio del turno della "Stars and stripes" rappresenta una boccata d'aria fresca.
Della partita ho visto solo il secondo tempo, nel quale ho potuto osservare un'Algeria compatta e più propositiva della Grecia o della Svizzera di turno e una formazione statunitense che ha letteralmente cinto d'assedio l'area avversaria, trovando sulla sua strada un terzetto difensivo da applausi (particolarmente bravo Bougherra, sempre concentrato e pronto all'anticipo) e un portiere ispiratissimo. Il 4-4-2 di Bradley si è mosso sempre in modo armonico, trovando risposte precise dai due fantastici esterni Dempsey e Donovan e da un Bradley jr. sempre nel vivo del gioco; tra pali, parate di M'Bolhi ed errori degli attaccanti il tempo stava però passando senza gol, finché una delle caratteristiche migliori di questa squadra, il crederci sempre fino all'ultimo secondo, si è palesato nella rete del suo giocatore-simbolo. Un difetto? Gli USA mancano di un finalizzatore puro (Altidore è generoso ma non vede la porta) e negli scontri a eliminazione diretta potrebbero pagarlo caro. Un pregio? Questi non mollano mai, come dimostrano le rimonte contro Inghilterra e Slovenia e un dato più volte citato dai telecronisti di Espn: gli Stati Uniti sono la formazione che più ha segnato, durante le qualificazioni, negli ultimi 5 minuti di gara. Esce a testa alta l'Algeria, squadra più diligente e organizzata rispetto ad altre formazioni africane ma davvero troppo poco dotata negli ultimi sedici metri.

EDOARDO MOLINELLI

venerdì 18 giugno 2010

Slovenia-Stati Uniti 2-2: Birsa (Sl) al 13', Liubijankic (Sl) al 42' del p.t.; Donovan (S.U.) al 3', Bradley (S.U.) al 36' del s.t.




SLOVENIA (4-4-2):
S. Handanovic; Brecko, Suler, Cesar, Jokic; Birsa (41' s.t. Dedic), Radosavljevic, Koren, Kirm; Ljubijakic (29' s.t Pecnik, 48' s.t. Komac), Novakovic. All. Kek.
Panchina: J. Handanovic, Meliga, Dzinic, Ilic, Filekovic, Mavric, Krhin, Stevanovic, Matavz.

STATI UNITI (4-4-2):
Howard; Cherundolo, Demerit, Onyewu (35' s.t. Gomez), Bocanegra; Donovan, Bradley, Torres (1' s.t. Edu), Dempsey; Altidore, Findley (1' s.t. Feilhaber). All. Bradley.
Panchina: Guzan, Hahnermann, Spector, Bornstein, Goodson, Beasley, Golden, Clark, Gomez, Buddle.
NOTE: ammoniti Cesar, Findley, Suler, Kirm, Jokic.


Una delle partite più divertenti del torneo, chi lo avrebbe mai detto. Più tattica, più geometrica la Slovenia, più energici gli USA. Risultato giusto, anche se gli yankees recriminano a ragione su un gol annullato ad Edu che sarebbe valso i tre punti.

Comanda la Slovenia in avvio, con idee chiare e più ritmo rispetto all’esordio con l’Algeria. Semplicissimo ma molto razionale lo sviluppo della manovra, movimenti continui e ravvicinati a supporto del portatore di palla e sovrapposizioni puntuali (stavolta oltre a Brečko si propone anche Jokić sulla sinistra). C’è poi il fattore Birsa: i suoi tagli da destra verso il centro sono l’unica scintilla d’imprevedibilità in un sistema di gioco che più burocratico non si potrebbe. Se poi Onyewu non accorcia e gli lascia lo spazio al limite dell’area, il mancino dell’Auxerre la mette dove vuole.
Il problema del 4-4-2 statunitense invece è che è troppo… 4-2-4. Con gli sloveni che si addensano tutti nella loro metacampo, non si sa cosa fare. I difensori americani non sono quelli messicani, non possono e non sanno portare palla avanzando il baricentro della squadra, un centrocampista (più spesso Michael Bradley di Torres) retrocede sempre a iniziare il gioco, ma da qui si sbatte contro un muro: fra i due centrocampisti centrali USA in possesso del pallone e i compagni più avanzati capita spesso di vedere non solo i quattro centrocampisti sloveni ben stretti, ma anche i due attaccanti Novakovic e Ljiubijankic che retrocedono dietro la linea della palla. Troppi pochi appoggi, troppo lontani i due attaccanti e i due esterni ultra-offensivi Donovan (a sinistra) e Dempsey (a destra), quasi del tutto disattivati. Una separazione eccessiva.
Quasi una gabbia dalla quale gli uomini di Bob Bradley faticano a uscire. I modi potrebbero essere due: andare fino in fondo su un vero 4-2-4, lanciando subito lungo verso Altidore e Findley e stringendo vicino a loro Dempsey e Donovan per attaccare le seconde palle.
L’altra possibilità passa per un diverso scaglionamento dei giocatori che possa offrire più soluzioni per elaborare la manovra. Tradotto in italiano: alzare i terzini (se cedi metri alle spalle della tua difesa non è che la Slovenia abbia Robben per ripartire…) per guadagnare più punti d’appoggio nelle zone interne accentrando Donovan e Dempsey, e magari togliendo anche uno dei due attaccanti, corpi assolutamente estranei alla manovra (specialmente Findley).
Alle difficoltà di gioco si aggiunge pure la mazzata del secondo gol sloveno, arrivato in contropiede proprio quando gli USA sembravano essersi svegliati andando vicino al gol. Anche qui lettura che lascia a desiderare di Onyewu, disastroso il suo mondiale.
Nella ripresa Bob Bradley prova proprio ad infoltire il centrocampo, levando Findley (Edu al posto di Torres in mediana) e passando a un 4-2-3-1 con Donovan a destra, Dempsey al centro della trequarti e il nuovo entrato Feilhaber a sinistra, esterno solo nominalmente perché d’origine è un regista e infatti tende molto più ad accentrarsi e venire incontro a Bradley ed Edu. Aiuta anche l’erroraccio di Cesar (tutt’altro che imperforabile la coppia che compone con Šuler) che spiana la strada all’1-2 di Donovan, quasi dalla linea di fondo (anche Handanovic potrebbe uscire invece che ritrarsi per paura della pallonata in faccia).
In termini di continuità non migliora più di tanto il gioco USA, perché la Slovenia rimane ordinata e l’appoggio dei terzini Cherundolo e Bocanegra rimane insufficiente, però c’è un’altra determinazione. Bob Bradley mette anche Gomez (una punta) al posto di Onyewu, ma è il suo bravo figliolo, sempre dinamico e tatticamente intelligente, a salvare la baracca con un inserimento su sponda aerea di Altidore che sorprende il centrocampista sloveno disattento in copertura.

VALENTINO TOLA

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Bob Bradley sbaglia la formazione e le scelte iniziali, ma l’orgoglio dei suoi ragazzi e la rete del figlio Michael permettono agli Stati Uniti di rimanere in piena corsa per la qualificazione agli ottavi di finale: un ko non solo sarebbe valso la matematica qualificazione della Slovenia, ma di fatto avrebbe risucchiato nel baratro dell’eliminazione gli Yanks, che avrebbero dovuto sperare in un miracolo. La rimonta della ripresa permette però allo US Team di avere di fatto il destino nelle proprie mani: in attesa di Inghilterra-Algeria, sembra logico che una vittoria nell’ultimo match contro l’Algeria permettere agli Stati Uniti il passaggio del turno, visto che soltanto un eventuale arrivo a tre a quota cinque punti con una peggiore differenza reti condannerebbe l’undici di Bob Bradley.

E’ stata una partita molto diversa dalle attese, con la Slovenia che non è apparsa guardinga ma ha iniziato con grande aggressività a centrocampo, prendendo in mano il gioco e comandando le operazioni per la prima mezz’ora di gioco: Kek però aveva fatto bene i suoi calcoli, sapendo benissimo che era importantissimo ottenere la qualificazione anticipata per non complicarsi la vita, per non dover poi guadagnarsi gli ottavi di finale con un risultato positivo nell’ultimo match contro l’Inghilterra. La Slovenia fa girare bene il pallone, accende le punte e buca due volte la porta di Howard, prima con l’ottima conclusione dal limite di Birsa (uno dei pochi a riuscire a colpire bene da fuori area questa specie di Super Tele: in particolare, i tiri di “mezzo esterno” tendono a prendere un giro esterno pazzesco e finiscono più vicini alla bandierina che alla porta, una tendenza vista troppe volte per pensare che siano tutti i tiratori ad esser scarsi) e poi con l’inserimento di Ljubijankic, a sfruttare il solito errore di posizione di Onyewu: il gol del 2-0 in realtà arriva nel momento migliore del primo tempo degli Yanks, che per la prima volta stavano riuscendo ad aggredire giocando con velocità e creando qualche pericolo, ma che si sono fatti colpire in contropiede.

Si arriva all’intervallo sul risultato di 2-0 anche per qualche errore di formazione di Bob Bradley, che decide di lasciare in panchina Clark e inserire in mediana un Torres con più attitudini da regista, una scelta che però è del tutto negativa perché il 22enne appare molle e non ha alcun peso a centrocampo, risultando l’uomo in meno della formazione e perdendo tantissimi palloni: il dominio a centrocampo della Slovenia passa anche per l’incapacità di importanti del centrocampista del Pachuca. Un problema evidente (visto anche nel match contro l’Inghilterra) è in attacco, perché Altidore e Findley sono due elementi abili nell’allargarsi e nell’accelerazione (più potente per il primo, più rapida per il secondo) ma entrambi non sono elementi capaci di pungere realmente negli ultimi metri e questa squadra avrebbe più bisogno di un centravanti, un elemento più bravo in fase di sponda oppure proprio un rapace da area di rigore che possa quantificare maggiormente il gioco in chiare occasioni da rete, un tipo di attaccante non presente nella rosa degli Stati Uniti.

Bob Bradley però mostra di leggere bene la partita visto che dopo l’intervallo opta per un doppio cambio, togliendo proprio Torres e Findley per inserire due centrocampisti come Edu e Feilhaber: il mediano dei Rangers è una presenza più importante a centrocampo e permette agli USA di guadagnare punch nella lotta a centrocampo per dare il là all’assalto, mentre Feilhaber si piazza sulla sinistra per sfruttare la propria dinamicità e soprattutto di avanzare Dempsey in attacco. La stella del Fulham non è quel centravanti che servirebbe per lo US Team, ma è un elemento più pungente di Findley negli ultimi metri e la partita cambia totalmente, così come l’atteggiamento generale della squadra che prende in mano il match puntando tutto sull’agonismo e su un gioco velocissimo, ad accendere subito gli elementi offensivi con combinazioni rapide o anche con un gioco diretto con qualche lancio lungo a cercare Altidore. La Slovenia viene messa sotto pressione, soffre difensivamente e il secondo tempo (a parte qualche minuto per rifiatare) è giocato ad altissimo ritmo dagli Stati Uniti, che riaprono subito il match con una grande giocata individuale di Donovan (brutto però il buco di Cesar, così come il piazzamento di Samir Handanovic: un portiere non può prendere gol da quella posizione e bastava farsi trovare un passo più avanti rispetto alla linea di porta per chiudere, anche a costo di prendere la pallonata in faccia, davvero un brutto errore di posizione), che continuano a creare regalando una ripresa divertente. In un Mondiale dominato dai ritmi latini/sudamericani, gli Stati Uniti impongono un ritmo più anglosassone e più britannico e non è un caso che il gol del pareggio arrivi con un’azione tipicamente britannica: lancio lungo con sponda aerea di Altidore per l’inserimento centrale di Michael Bradley che trova il tocco vincente. Combinazione aerea ben riuscita ma anche un errore chiaro della Slovenia: i difensori centrali sono in marcatura sugli attaccanti, ma i due mediani si dimenticano di seguire l’inserimento di Michael Bradley che così (anche grazie al movimento di Dempsey ad aprire lo spazio) si trova liberissimo per realizzare.

Il finale è concitato con la Slovenia che vuole i tre punti, ma con gli Stati Uniti che continuano d’orgoglio e di carattere per ribaltare totalmente il risultato, ma vengono penalizzati da un abbaglio totale dell’arbitro Coulibaly: il malese blocca in tutto il secondo tempo le mischie in area di rigore fischiando sempre falli non opportuni in favore della difesa slovena e combina un pasticcio assurdo annullando un gol pulitissimo ad Edu, che si libera benissimo su una punizione da destra dove le uniche trattenute fallose erano create dai giocatori della Slovenia, una decisione sconcertante e assurda. Di fatto, una decisione pessima simile a quella famosa di De Santis in un vecchio Juventus-Parma con gol di Cannavaro: a questi livelli, non si possono perdonare errori simili.

E’ questo il rammarico per gli Stati Uniti che avrebbero compiuto una rimonta epica e anche meritata per il modo in cui hanno approcciato il secondo tempo, ma tutto sommato per una squadra che era andata all’intervallo sotto di due reti il pareggio è un risultato da accettare volentieri, soprattutto perché una vittoria nell’ultimo match contro l’Algeria dovrebbe garantire il passaggio del turno: questa vittoria è alla portata della squadra di Bob Bradley, che potrebbe (e dovrebbe) optare per l’undici visto in questa ripresa, visto che appare il più effettivo per questa squadra. Delusione per la Slovenia, che sa di doversi giocare tutto nel match contro l’Inghilterra, dopo aver sognato fino alla fine una qualificazione anticipata.

SILVIO DI FEDE

sabato 12 giugno 2010

Inghilterra-Stati Uniti 1-1: Gerrard 4'; Dempsey 40'.



INGHILTERRA (4-4-2): Green; Johnson, Terry, King (dal 1' s.t. Carragher), A. Cole; Lennon, Lampard, Gerrard, Milner (dal 30' p.t. Wright-Phillips); Heskey (dal 34' s.t. Crouch), Rooney. (James, Hart, Dawson, J. Cole, Warnock, Barry, Upson, Defoe, Carrick). All.: Capello.

STATI UNITI (4-4-2): Howard; Cherundolo, DeMerit, Onyewu, Bocanegra; Donovan, Bradley, Clark, Dempsey; Altidore (dal 42' s.t. Holden), Findley (dal 32' s.t. Buddle). (Guzan, Hahnemann, Spector, Beasley, Gomez, Bornstein, Torres, Edu, Goodson, Feilhaber). All.: Bradley.

ARBITRO: Simon (Bra).

NOTE: spettatori 40mila. Ammoniti Milner, Cherundolo, DeMerit, Gerrard, Carragher, Findley. Angoli: 8-4. Recupero: 3' p.t., 4' s.t.



Ok, i titoli sono tutti per l’incredibile paperone di Robert Green che definisce il risultato, ma nell’1-1 tra Inghilterra e Stati Uniti questo rappresenta solo l’aspetto più evidente e più grande in una partita in cui poco o nulla ha girato nel verso giusto per i Three Lions, che si aspettavano un esordio del tutto diverso in questo Mondiale 2010: il gol decisivo arriva in modo del tutto bizzarro, ma in fin dei conti il risultato è giusto e lo US Team merita il pareggio, così come i problemi della squadra di Capello vanno ben al di là dell’errore del portiere.

La seconda chiave dell’1-1 finale è infatti nella mediana dell’Inghilterra, con Capello che sorprendentemente rischia (per la prima volta) sia Gerrard che Lampard centralmente, una coppia che farebbe la felicità di tutti gli avvocati divorzisti del mondo e che già aveva tarpato le ali a due precedenti ct come Sven Goran Eriksson e Steve McClaren. Volendo il rischio è da considerare “ponderato”, visto che viene effettuato in un match da affrontare sulla carta all’assalto (anche se poi non sarà per nulla così, per merito anche degli Stati Uniti) e comunque nella prima partita del girone, non certo in un match da dentro/fuori: la sentenza che esce dal Royal Bafokeng Stadium di Rustenburg però è quanto mai netta, la coppia Gerrard-Lampard non funziona e a tratti è davvero sciagurata, basti pensare che nel primo tempo lo US Team (che ad occhio non applica uno stile di gioco comparabile a quello del Barcellona o della Spagna) ha avuto picchi di possesso palla del 59%, situazione che spiega tutte le difficoltà avute centralmente dall’Inghilterra. Visto che Gerrard comunque trova l’unico acuto del match per l’Inghilterra con il gol in avvio che illude Capello e i tifosi, un grosso problema è rappresentato ancora una volta da Lampard, che nuovamente in Nazionale sembra lo spettro triste di sé stesso, soprattutto quando si tratta di giocare nelle grandi competizioni (ovvero Mondiali ed Europei): un problema che non può dipendere soltanto dalla ormai nota cattiva compatibilità con Gerrard, ma che a questo punto porta a mettere sotto questione l’attitudine di Lampard in Nazionale, o anche lo stesso carattere del centrocampista, anche se il suo non sarebbe certo il primo caso di calciatore a due volti tra squadre di club e Nazionale (Capello spera che in questa categoria entri anche Emile Heskey, ma in positivo per i Three Lions).

E’ un esordio che porta un risultato deludente ma, considerando anche che le prossime due partite sono sulla carta non impossibili e quindi si può porre facilmente rimedio, soprattutto a preoccupare è la prestazione e i difetti sistematici mostrati dall’Inghilterra, incapace nel corso dei 90 minuti di imporre una forza reale e soprattutto mai capace di trovare un barlume di qualità e di brillantezza: il gol arriva in modo un po’ casuale, mentre l’assalto finale può esser positivo per volontà e attaccamento alla maglia ma troppo confusionario per una squadra che reputa di avere la qualità e le doti per andare a vincere il Mondiale. Il grosso problema è il centrocampo, perché oltre agli interni la prestazione è stata bucata totalmente dagli esterni, con lo stesso Capello che stavolta ha convinto meno di zero nelle sue scelte di formazione (probabilmente era meglio utilizzare Milner come interno e lasciare Gerrard nel suo ruolo chiave di ala sinistra) e nelle sue sostituzioni: perché togliere Milner, e soprattutto perché inserire Wright-Phillips (e non Joe Cole, oppure un interno come Carrick) e il pessimo Carragher (sempre in difficoltà sulla rapidità degli attaccanti avversari e preferito ad Upson)? Alcune scelte sono andate abbastanza in controtendenza rispetto alla linea che si era intravista nelle convocazioni e in generale nel biennio: in terra d’Albione sperano che siano dei tentativi di proporre qualcosa di diverso in questo match e che non sia un segnale di confusione.

A contorno di tutto ciò c’è Green, l’uomo che ha “conquistato” tutti i titoli in Inghilterra e nel mondo con il suo errore scioccante sul tiro di “Deuce” Dempsey: quello dei portieri è sempre stato il punto interrogativo nei due anni e mezzo di gestione di Capello e questo timore s’è realizzato proprio nel primo match dei Mondiali nel modo peggiore possibile, con un erroraccio che ora rimetterà totalmente in dubbio le gerarchie volute dal ct italiano, con il rischio di creare una situazione di grande confusione.

Queste prime cinque partite dei Mondiali 2010 sono state all’insegna della mediocrità e poco divertenti (era anche prevedibile: le ultime quattro grandi competizioni per Nazionali erano state mediamente su questi livelli) e a spiccare in positivo finora sono due squadre che non applicano un calcio particolarmente vistoso e spettacolare, ma capaci di giocare con grande umiltà e con un collettivo molto compatto e organizzato, ovvero la Corea del Sud e gli Stati Uniti, Nazionale che nel “soccer” viene sempre sottovalutata ma che ormai è una buonissima realtà del calcio mondiale e sa regalarsi delle belle soddisfazioni. La squadra di Bob Bradley ha tenuto benissimo testa all’Inghilterra e merita questo pareggio che rappresenta una grandissima soddisfazione: non sarà la scioccante vittoria ottenuta nei Mondiali di 60 anni fa, ma è comunque un altro gran bel risultato, arrivato grazie ad una squadra capace di usare molto il cervello per rientrare nel match dopo la sbandata iniziale. Serve però un po’ più di pungente in avanti (Altidore ha qualità e lotta benissimo, ma dovrebbe essere più pericoloso negli ultimi metri) e soprattutto serve maggiore sicurezza in difesa, con i due centrali che hanno proposto una prestazione da brividi: DeMerit ha limiti strutturali ben evidenziati anche dalle ultime due stagioni al Watford, mentre Onyewu a momenti ha giocato uno sport totalmente diverso, visti i continui errori di posizione. Bene invece i terzini: Bocanegra è un giocatore possente ma lento, tuttavia il mismatch possibile con Lennon non è stato mai patito dagli USA, mentre Cherundolo è stato probabilmente il migliore in campo (mai impensierito da Milner e Wright-Phillips, anzi molto pericoloso in prima persona). Attenzione agli Stati Uniti, verosimilmente la squadra favorita per seguire l’Inghilterra agli ottavi di finale e squadra non così semplice da affrontare come qualcuno potrebbe tendere a pensare.


SILVIO DI FEDE

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Capello è l’allenatore che ha intuizioni utili, idee tattiche e di gestione degli uomini capaci di influire sui risultati di una squadra. Con l’Inghilterra aveva avuto subito la sua idea vincente: far giocare Gerrard e Lampard nel loro ruolo consono di mezzeali e piazzare alle loro spalle un mediano di contenimento che sapesse anche avviare l’azione, Gareth Barry. Infortunatosi Barry, Capello lo ha comunque portato perché, appena si riprende, deve rientrare subito in campo per svolgere il lavoro di coprispalle. Detto questo, è chiaro che la formazione di ieri con Gerrard-Lampard mediani era diversa da quella che Capello ha in testa, ma l’evolversi della partita lo ha un po’ confuso, facendolo cadere in un errore tattico da penna rossa. Mancando Barry, abbiamo detto, mancava l’uomo di copertura. Per questo motivo Capello ha inserito Milner a sinistra, portato ad accentrarsi e a coprire le avanzate dei due dioscuri. Quando Milner si trova invece a difendere l’uno contro uno con un terzino propositivo va in difficoltà e così è stato con Cherundolo, che lo ha costretto all’ammonizione. Preso dalla paura di perdere Milner, Capello ha inserito Wright-Phillips, ala pura per contrastare Cherundolo, dimenticandosi delle coperture da dare a Lampard e Gerrard. In questo modo la squadra non ha più avuto uno schermo di difesa che raddoppiasse subito Dempsey e Donovan e un’avanzata lenta di Dempsey, non contrastata da un raddoppio, ha portato al tiro del pareggio (ovviamente Green ha fatto il suo). Il grande errore di Capello è non capire che anche Carrick può svolgere il ruolo di Barry. Ieri bastava inserire Carrick al posto di Milner, spostare Gerrard sul centrosinistra e far giocare Ashley Cole terzino avanzante e l’equilibrio non sarebbe stato toccato.

JVAN SICA